I dolori della giovane Europa, servirà l’asse Italo-tedesco ad affrancarla?

Non vive un buon momento la vecchia Europa. Anzi è  proprio difficile il momento attuale. Essa si dibatte tra l’endemica debolezza della sua proiezione politica e gli arrembanti movimenti xenofobi, suprematisti ed autoritari.  Questi, dal canto loro, han trovato in America il loro collante e non nascondono l’obiettivo di destabilizzarla se non smembrarla archiviandone storia e vocazione democratica. In tutto ciò l’Europa deve fare i conti con governi  nazionali stretti tra scadenze elettorali non proprio tranquille e derive economiche assai sdrucciolevoli, una NATO a rischio spappolamento e scenari geopolitici in tumultuosa fibrillazione che la escludono dai futuri, possibili equilibri. Dulcis in fundo essa è destinataria privilegiata dell’arroganza dell’alleato amerikano che gioca una partita condivisa con Russia e Cina contro di essa.

Mertz e Meloni

Non vive un buon momento la vecchia Europa.

Anzi è  proprio difficile il momento attuale.

Essa si dibatte tra l’endemica debolezza della sua proiezione politica e gli arrembanti movimenti xenofobi, suprematisti ed autoritari.  Questi, dal canto loro, han trovato in America il loro collante e non nascondono l’obiettivo di destabilizzarla se non smembrarla archiviandone storia e vocazione democratica.

In tutto ciò l’Europa deve fare i conti con governi  nazionali stretti tra scadenze elettorali non proprio tranquille e derive economiche assai sdrucciolevoli, una NATO a rischio spappolamento e scenari geopolitici in tumultuosa fibrillazione che la escludono dai futuri, possibili equilibri.

Dulcis in fundo essa è destinataria privilegiata dell’arroganza dell’alleato amerikano che gioca una partita condivisa con Russia e Cina contro di essa.

Il rischio entropia è lì in effetti a minacciarla sul versante democratico, sul versante economico, sul versante sicurezza e su quello  della difesa continentale.

In assenza di una capacità di iniziativa delle Istituzioni Comunitarie, nascono e si disfanno alleanze tra volenterosi più o meno convinti e si creano a getto continuo patti ed alleanze bilaterali che si susseguono con la rapidità delle onde che  in un mare burrascoso seppelliscono le precedenti in attesa di essere a loro volta travolte da quelle che seguiranno.

Vige l’assurdo e velleitario tentativo di stabilire come strategia europea ciò che viene  percepito come proprio beneficio dai diversi partner che a loro volta perseguono interessi di parte che poco o nulla hanno a che fare con gli interessi, soprattutto di lungo termine, dei rispettivi paesi.

Nel pieno del marasma provocato dalla cosiddetta “operazione speciale russa” contro l’Ucraina l’Europa si compattò intorno all’equivoco energetico che ha premiato le grandi compagnie e penalizzato i cittadini soprattutto dei paesi come l’Italia privi di strategie adeguate in quel settore.

L’arrivo del presidente americano MAGA ha dal canto suo destabilizzato alleanze e strategie consolidate rimettendo in campo la Russia in funzione antieuropea. Sono poi arrivate Gaza, la  Groenlandia, il Canada, il Venezuela, Il Messico, Cuba, l’Iran e chi più ne ha più ne metta.

L’Europa è entrata ancor più in uno stato confusionale se non pre comatoso.

Equilibri ed alleanze sono diventate precarie come le maggioranze che le avevano sancite in Parlamento e nella stessa Commissione.

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La Germania ha giocato sullo scacchiere europeo libera da ogni vincolo. Stringendo dapprima patti con i volenterosi Francia e Regno Unito in vista della difesa europea rimasta sguarnita in conseguenza di una NATO prigioniera delle strategie americane  anti europee, per poi cercare sponde in odor di democratura in grado di riaprire il dialogo con l’America suprematista, xenofoba ed antieuropea desiderosa di stabilire rapporti con i singoli paesi del vecchio continente, per il resto lasciato alle velleità militar-nucleari russe ed agli appetiti commerciali cinesi.

La Francia, pur nelle difficoltà interne, ha provato ad indicare una strada comunitaria per avviare percorsi in grado di superare le debolezze strategiche dell’Europa e liberarla dalla tutela americana.

Sicurezza, difesa, piattaforme tecnologiche, satelliti aerospazio , Intelligenza Artificiale da finanziare con eurobond comunitari sono, in questa prospettiva,  obiettivi irrinunciabili.

Essi guardano al futuro e finalmente mettono in discussione il  sistema economico e produttivo europeo sin qui centrato pressoché esclusivamente sull’industria manifatturiera fortemente influenzata se non monopolizzata dalla Germania che dal canto suo non sembra disposta a sposare la nuova visione europea che comporterebbe un riequilibrio radicale dello stesso sistema economico, commerciale, produttivo del continente Europeo.

Del nuovo modello Europeo la Germania condivide fondamentalmente la parte che riguarda la difesa che essa interpreta in chiave nazionale.

La Repubblica Tedesca intende armarsi e far fronte ad ogni rischio e pericolo esterno che dovesse arrivare con o senza i partner europei.

È esattamente la dottrina del capo supremo dell’America che in questo caso si combina perfettamente con gli interessi tedeschi.

L’America si assicura un mercato importante per le sue forniture, la Germania si arma ( finalmente) e riorganizza il suo sistema produttivo in chiave manifatturiera militare.

L’ Europa può attendere, ricollocata sullo sfondo con buona pace della Francia, del Regno Unito e dei paesi scandinavi alle prese con gli effetti dirompenti del caso Epstein oltre che del resto d’Europa in cui una buona parte, quella sensibile alle sirene suprematiste, xenofobe e autoritarie, saluta con grande entusiasmo la sterzata tedesca. La questione non riguarda solo il destino della democrazia in odor di pensionamento in favore della democratura gradita agli amerikani.

È anche questione di equilibri economici.

Facile giocare sullo scontato e lo scontato riguarda un apparato industriale piuttosto obsoleto facilmente riconfigurabile in un’economia che sia anch’essa attaccata agli equilibri consolidati piuttosto che arrovellarsi per costruirne di nuovi.

In poche parole conviene a tutti rilanciare un sistema produttivo manifatturiero tradizionale orientato alle esportazioni oltre che riconvertito per un’economia sia pure parzialmente di guerra.

È più semplice riconvertire l’automotive in industria militare piuttosto che inventare di sana pianta un apparato che esplori le nuove tecnologie ed i nuovi settori.

Questi peraltro produrranno i loro risultati nel tempo mentre le prime li produrranno subito.

Inoltre si tratta di un modello che soddisfa la potenza neocoloniale d’America che conserva il monopolio tecnologico senza perdere terreno sul piano industriale di consumo e militare.

Dunque val bene un asse tedesco-italiano per una nuova Europa.

Esso blandisce le ambizioni della penisola italica governata dalle destre più o meno estreme, più o meno esplicite, rida fiato alla sua industria e non scalfisce di un graffio la supremazia industriale e politica della Grande Germania.

Corsi e ricorsi storici, si potrebbe maliziosamente commentare.

In realtà il cordone ombelicale Italo-tedesco resiste dal dopoguerra.

L’industria italiana, quella meccanica in particolare, dall’automotive ai macchinari, alle tecnologie energetiche, si è strutturata già a partire dal secondo dopoguerra sulle logiche tedesche (non inganni la vendita  Fiat alla francese Peugeot).

Di fatto essa si è mossa in termini di complemento o per usare una similitudine ferroviaria come un vagone rispetto alla locomotiva tedesca.

Anche la vocazione esportatrice italiana ha ricalcato quella tedesca sia nei prodotti ( ad eccezione dell’alimentare e moda) che nei mercati.

In compenso ci siamo fregiati del titolo di seconda potenza manifatturiera europea. Ovviamente ci siamo ben guardati dall’esplorare i divari rispetto alla prima, ossia alla Germania.

La Francia dal canto suo ha seguito un modello che, pur non rinunciando al manifatturiero, prova ne sono le fabbriche d’automobili possedute dallo Stato francese, ha puntato su uno spettro ben più vasto ed ambizioso che comprendeva la logistica, la grande distribuzione, la finanza, il  nucleare nella versione energetica e militare, l’aero-spazio, la farmaceutica, l’alimentare ed il lusso, il cinema, i servizi.

La scelta italiana ha comportato storicamente uno sviluppo di basso profilo tutto centrato sull’uso intensivo della manodopera piuttosto che sugli investimenti in settori all’avanguardia  e sulla  concentrazione delle fabbriche come fattore di crescita a scapito della dimensione innovativa e di un più ampio coinvolgimento produttivo  dei terrori.

Ne conseguì  la soffocante distrettualizzazione del tessuto manifatturiero  ahimè  di basso e corto respiro ( poi spazzato-spiazzato dalla globalizzazione)  e  l’abbandono del Mezzogiorno al suo destino di fornitore di manodopera oltre che di veicolo per l’allocazione di risorse pubbliche all’apparato industriale italo-tedesco.

Tutto questo ha una radice evidente e ben salda: il paradigma nord-atlantico su cui l’economia europea, sempre più affetta da strabismo verso la Germania, si è strutturata ed al quale l’Italia è divenuta funzionale sin dagli anni ‘60 del secolo scorso.

Le morti di Mattei e di Olivetti proprio all’inizio di quel decennio segnarono la torsione che ovviamente  non fu solo italiana.

A far data da allora il Mediterraneo ( e con esso il  Mezzogiorno) venne abbandonato al suo destino: un destino scritto e perseguito dalle grandi potenze in termini neocoloniali. I guasti sono sotto gli occhi di tutti ancor oggi… e che guasti!

L’Italia già negli anni 80/90 del 1900 scelse Boeing invece dell’europeo AirBus a guida francese. Anche qui con le conseguenze che sono davanti a tutti ed assai ben visibili…

La Boeing versa in una crisi duramente  riverberatasi sulle prospettive nazionali di Finmeccanica-Leonardo-Alenia e relativo indotto.

L’aeroporto di Grottaglie ( Puglia ionica) che doveva diventare il fulcro del comparto aeromotive e aerospazio a Sud ha finito per doversi reinventare un ruolo di spazio-porto per le future rotte orbitali e suborbitali in attesa delle navicelle dei plutocrati in partenza per la Luna, Marte, Io, Europa e via dicendo. Lo ha fatto attraverso un accordo siglato tra l’italiana  ENAC ( Ente Nazionale per l’Aviazione Civile) e la statunitense FAA ( Federal Aviation Administration) nel settembre del 2025.

Oggi ancora una volta l’Italia declina la proposta francese per un’Europa centrata su tecnologie digitali avanzate, innovazione, intelligenza artificiale, satelliti, sicurezza e difesa per l’alternativa tedesca di rilancio di un’industria tradizionale che scommette  sull’economia di guerra…

Ancora una volta la miopia, la assoluta mancanza di visione sul futuro ha fatto la differenza.

E se per la Germania può avere un senso, desiderosa com’è di riarmarsi e colmare un gap storico sul fronte difesa ormai lasciato sguarnito dalla NATO e dagli USA, un senso non esiste per l’Italia che sceglie ancora una volta di essere vagone della locomotiva tedesca con la soddisfazione ovviamente di quel che resta dell’industria italiana o, per meglio dire, dell’industria settentrionale peraltro ormai completamente orfana del comparto acciaio per troppo tempo gestito, proprio a Taranto, senza uno straccio di idea sul suo futuro che non fosse quello dell’inquinamento e dei tumori lasciati in eredità alla popolazione.

La proposta francese è certamente inclusiva della visione mediterranea: essa necessariamente si deve distaccare dalla tutela nord-atlantica e puntare su un mondo multipolare che non può  escludere il Mediterraneo.

Al contrario non lo è la proposta tedesca finalizzata ad affermare la potenza industriale-militare che comunque non la salverà da un’eventuale apocalisse ma la proietta verso orizzonti autoritari omologabili alle scelte americane ma anche russe e cinesi per i cui sistemi si propone come fornitore di tecnologie, macchinari e prodotti  peraltro superati visti i passi da gigante compiuti dalla stessa Cina.

Ma la proposta tedesca sta bene a questa Italia che del Mediterraneo non sa  che farsene a parte affidargli la triste funzione di barriera contro i migranti e cimitero degli stessi. Non solo. La deriva autoritaria la rende gradita al cerbero e la illude di sedere ai tavoli che contano.

Ma è appunto pura illusione. L’asse italo-tedesco non salverà l’Europa, anzi la indebolirà ponendola alla mercé del capo supremo maga, della Russia e della Cina.

L’argomentazione che simile scelta serva per spuntare le ali ai movimenti estremisti dittatoriali che proliferano in Europa è solo una stupida argomentazione.

L’Europa si salverà se finalmente avrà il coraggio e la forza di seguire la sua storia, una storia di civiltà democratica e di apertura al mondo senza steccati, senza violenze e desideri neo imperiali o coloniali,  tutta roba  ormai giunta al capolinea dell’universale  vicenda umana.

Antonio Corvino da pensalibero

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