Speranza vs fede

La speranza è a volte, o forse sempre, in senso lato anche preghiera. Preghiera che le cose non siano sempre, al di là di tutto e di tutti, un dato di fatto immodificabile.
Sarebbe puro desiderio se si volesse che la realtà assumesse una certa fisionomia in futuro.
Ma è invece preghiera, non importa diretta a quale soggetto, quando ad tale desiderio si attribuisce la forza non solamente di modellare il futuro secondo le proprie intenzioni, ma di cambiare il presente. Di far sì che una forza benevola e collaborante o qualcosa che le rassomiglia, possa negare la realtà ipotetica che temiamo sia già fattuale fuori dalla nostra area conoscitiva e perciò esuli da noi, dal nostro agire.
La speranza, questo tipo di speranza, è certamente illusoria e certamente intrisa dalla mentalità magica, ma esiste.
E’ quella che irrazionalmente porta a caricare qualcuno della aspettativa affinché proceda a cambiare il dato di fatto con il suo intervento di esperto, di saggio, di uomo potente, di sciamano. All’estremo, di divinità.
Poiché l’individuo sa di non essere in grado di apportare modifiche a quanto potrebbe essere accaduto, lo chiede, senza neanche rivelarlo a se stesso con le parole, a presenze più o meno incarnate che carica di questo potere, e affida loro il suo irrazionale desiderio.
L’ “istanza” è di trovare che quel limite del possibile prospettatogli dal reale, con la sua richiesta sincera e proprio in virtù di questa sincerità ottenga in cambio, lontano comunque da qualsiasi “do ut des”, udienza ed accoglienza.
Il soggetto non ha modo di aggrapparsi a nulla di oggettivo che lo salvi da ciò che, accaduto, lo schiaccerebbe.
E’ allora con la preghiera della speranza, cioè con una preghiera che non sa neanche di pregare, che si rivolge alla “divinità” e alla sua onniscienza, per cui, e qui sta il cuore del concetto, avrebbe saputo prima, e perciò adeguatamente provveduto, che egli l’avrebbe “pregata” dopo.
In sostanza l’onniscienza della divinità è l’ammissibilità di una richiesta per avere una risposta retroattiva altrimenti folle.
Se questo appare assurdo sul piano logico, è tuttavia comprensibile sul piano psicologico, il quale ultimo spesso segue un percorso contorto per andare poi a costituire atti e pensieri elementarissimi.
Con questo genere particolare di preghiera, dunque, si riconosce la nostra propensione a credere che qualcuno possa e voglia fare qualcosa per noi, e questo riconoscere è riconoscenza.
Se sperare entro i limiti della logica umana è formulare un’ipotesi che ha una certa plausibilità e che si contrappone all’ipotesi contraria senza comunque toccare la sfera affettiva, sperare oltre tali limiti è innescare un meccanismo irrazionale col quale si verifica una sorta di scambio: io sacrifico la mia razionalità per abbandonarmi ad una fiducia che è anche un omaggio a colui cui la si dà.
Quando un simile impasto di pulsioni è automatico e resta nel soggetto fluido e spontaneo, si parla di speranza. Quando invece lo si vuole con-solidare affinché non mostri la sua potenziale instabilità, si parla di fede.
Infatti la fede è la istituzionalizzazione della speranza.
Tutto quello che è fluido non è facilmente gestibile, quello che è cristallizzato sì.
La speranza così fidelizzata è pronta per essere autoimposta e addirittura imposta agli altri, secondo il principio secondo il quale si ha bisogno che siano in tanti ad avere il mio stesso credo affinché io mi senta rassicurato.
Maggiore è l’insicurezza di fondo, maggiore è il bisogno di uniformità, e di conseguenza di smania di convincere gli eterodossi. O di eliminarli, come tante volte è accaduto nella storia.
Se si fosse lasciato che la speranza restasse speranza, nel bene e nel male che possono dipendere di volta in volta da un’illusione o un’opportunità, senza volerla trasformare nella certificazione dell’incertificabile, non avremmo avuto tanti roghi. Da Hus a Serveto, da Bruno a Dolcino, da Savonarola a Giovanna D’Arco… Appiccati sempre da persone di fede, non di speranza.