FATTI DI MODENA, TRA ACCOGLIENZA, DIRITTO E DOVERI, IUS SOLI, PSICHIATRIA E IMMIGRATI GENERAZIONALI
Modena, Emilia Romagna, Italia, Comunità Europea, 17 maggio 2026, auto sulla folla in una strada in pieno centro città, 8 feriti, uno in fin di vita, l’attentatore é un giovane 31enne, Salim El Koudri, “italiano” di origine marocchina di seconda generazione.
Alla guida di un auto è piombato sui pedoni a 100 km orari, poi ha tentato la fuga, ha colpito con un coltello una persona, viene bloccato dai passanti.
Non ci sono per ora morti, ma l’azione di Salim El Koudri ha provocato 8 feriti in totale. Quattro di loro versano in gravi condizioni (due turiste straniere hanno subito l’amputazione degli arti inferiori e sono ricoverate in rianimazione a Baggiovara; altri due feriti sono gravi e si trovano all’Ospedale Maggiore di Bologna).
Un passante Luca Signorelli, il 47enne è intervenuto immediatamente in via Emilia Centro, affrontando Salim El Koudri e riuscendo a neutralizzarlo nonostante l’aggressore lo avesse colpito con alcuni fendenti di coltello.
Altri passanti tra i quali alcuni stranieri, anche egiziani sono intervenuti per bloccare l’aggressore, in passato sottoposto a cure psichiatriche, non contestato ad ora reato di terrorismo, ora non risponde ai pm di Modena.
Quello che succede in Italia ed in Europa oggi, è colpa del troppo permissivismo e della libera accoglienza indiscriminata.
Attenzione non sto parlando che non bisogna accogliere i migranti, ma quello che intendo è che per fare questo tipo di lavoro, non basta limitarsi a seguire il protocollo standardizzato come automi, suddiviso nello sbarco, nel soccorso sanitario e nelle normali operazioni di controllo di pubblica sicurezza che sono, solo normale routine.
Ma sto parlando di qualcosa di più grave, di un lassismo nazionale ed europeo molto pericoloso, che sfocia poi in altrettanto pericolosi atti reazionari contro gli immigrati da tempo residenti, anche integrati di seconda e terza generazione, che genera a sua volta indignazione da una certa parte politica, o la richiesta di negazione della cittadinanza o dello ius soli per l’altra parte politica.
Bisogna assolutamente continuare a vigilare, e aumentare le misure di sicurezza e controllo, per prevenire e contrastare ogni forma di malvivenza e violenza.
Questo si deve fare assolutamente, superando ogni mentalità del passato, se non abbiamo nulla da temere, perché alimentare il sospetto su controlli esasperati, e lasciare la porta aperta a questo scempio?
Ora conosciamo la solita routine giornalistica, che si trasformerà sicuramente in un doppio partito, quello del pro e del contro, intanto la giurisprudenza e la psichiatria la faranno da padrona, cercando di mantenere ogni diritto a questo individuo, che ha danneggiato la sicurezza e la salute delle persone coinvolte, che ora o presto con la definizione di infermità mentale o peggio, finirà a marcire in una comunità per il resto della sua esistenza, imboccato da terapie e Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) con magari altri metodi di contenzione.
Poi la questione della medaglia, insomma, deve essere un dovere di ogni cittadino onesto poter intervenire in questi casi, senza dover incappare in problemi di legge e senza il clamore di essere premiati per una azione che dovrebbe essere ovvia.
Ora restano le preoccupazioni relative alla radicalizzazione, alla sicurezza e al legame tra le diverse generazioni di persone di origine straniera e il rischio di estremismo religioso o atti violenti contro le persone.
Questi argomenti sono al centro da tempo, di un intenso dibattito politico, sociale e di sicurezza in tutta Europa.
Per analizzare la situazione attuale e comprendere come si muovono le autorità, è necessario distinguere gli aspetti giuridici, le strategie di monitoraggio dell’antiterrorismo e le analisi sociologiche del fenomeno.

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Dal punto di vista puramente legale, vi è una differenza sostanziale tra le generazioni:
– Prima generazione:
Composta da persone nate all’estero e immigrate in età adulta. Possono essere cittadini stranieri (con permesso di soggiorno) o aver acquisito nel tempo la cittadinanza dello Stato ospitante.
– Seconda e terza generazione:
Si tratta quasi sempre di persone nate, cresciute e scolarizzate nel Paese europeo in cui vivono. Dal punto di vista della legge, la stragrande maggioranza di loro possiede la cittadinanza dello Stato di residenza (italiana, francese, belga, ecc.) o la acquisisce al compimento della maggiore età. Di conseguenza, non sono legalmente “stranieri”, ma cittadini a tutti gli effetti, con gli stessi diritti e doveri degli altri componenti della popolazione.
Sebbene gli Stati europei siano democrazie liberali e non “stati di polizia”, esistono rigidi protocolli di prevenzione e monitoraggio che non si basano sull’origine etnica in sé (pratica vietata dalle costituzioni europee e nota come racial profiling), ma su indicatori di rischio e comportamenti delle persone, per cui fino al momento in mano cui un atto non viene commesso, non ci può essere una azione di repressione di alcun genere.
Intelligence e monitoraggio della rete:
Servizi di sicurezza interni (come l’AISI in Italia) e forze di polizia monitorano costantemente il web, i social media e le piattaforme di messaggistica per individuare segnali di radicalizzazione o propaganda jihadista.
Controllo dei luoghi fisici:
Esiste una vigilanza informativa sui luoghi di aggregazione o di culto dove potrebbero muoversi soggetti definiti “predicatori d’odio” o elementi in via di radicalizzazione.
Il C.A.S.A. (Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo):
In Italia, questo organismo riunisce periodicamente forze di polizia e servizi di intelligence per condividere informazioni in tempo reale e valutare le minacce specifiche.
Espulsioni per motivi di sicurezza:
Per i cittadini stranieri (quindi sprovvisti di cittadinanza italiana o europea) che manifestano derive estremiste o vicinanza al terrorismo, il Ministro dell’Interno ha il potere di firmare decreti di espulsione immediata per motivi di sicurezza pubblica.
Questa misura viene applicata frequentemente in Italia.
Nel caso di cittadini italiani o europei, si procede invece con percorsi giudiziari, arresti o sorveglianza speciale.
Ma non si può avere la “boccia di cristallo” per prevedere comportamenti di ogni persona, nemmeno per quanto riguarda gli italiani stessi, ed ogni giorno ne abbiamo riprova, nei fatti di cronaca.
Gli studi sociologici e i rapporti delle agenzie di sicurezza (come Europol) confermano che il rischio di radicalizzazione violenta può colpire in modo differente le diverse generazioni.
Il paradosso della seconda e terza generazione:
Gli analisti evidenziano spesso che, mentre la prima generazione si concentra sul lavoro e sulla stabilità economica, le generazioni successive possono vivere una crisi di identità sospesa tra la cultura d’origine dei genitori (che spesso non sentono propria) e la società occidentale in cui sono nati, ma in cui a volte si sentono discriminati o non pienamente accettati.
La vulnerabilità all’estremismo:
Questa frattura identitaria, unita a fattori di marginalizzazione sociale ed economica nelle periferie urbane, può rendere alcuni giovani più permeabili alla propaganda online dell’Islam radicale, che offre un senso di appartenenza e una “causa” ideologica.
Il terrorismo “fai-da-te”:
Rispetto agli attentati complessi del passato, la minaccia odierna è rappresentata soprattutto dai cosiddetti “lupi solitari” o soggetti autoreclutati online.
Si tratta spesso di individui giovani che si radicalizzano rapidamente in isolamento, rendendo i controlli preventivi della polizia estremamente complessi.
Il bilanciamento tra la tutela della sicurezza nazionale e il rispetto dei diritti civili fondamentali di tutti i cittadini (indipendentemente dal loro background migratorio) resta una delle sfide più complesse per le istituzioni europee.
L’ipotesi di introdurre misure punitive collettive che colpiscano l’intero nucleo familiare di chi commette reati legati al terrorismo o alla violenza, tocca nodi cruciali del diritto costituzionale, penale e internazionale, evidenziando il delicato equilibrio tra la richiesta di massima sicurezza e i principi fondamentali su cui si basano le democrazie europee.
Come per il fatto avvenuto a Modena, bisognerebbe secondo me, che si facessero delle leggi in cui si va a colpire totalmente anche la famiglia delle persone che commettono questo tipo di reati e quindi si proceda togliendo la cittadinanza italiana a chi l’ha ricevuta.
Di fatto facendogli perdere ogni status e in alcuni casi più gravi la perdita del lavoro e naturalmente l’espulsione per tutta la famiglia, compresi i cugini fino alla terza generazione, proprio per espiare la colpa di un azione folle di un parente, che determina la perdita di ogni forma di fiducia nel completo nucleo familiare e per per il resto della famiglia.
Ad oggi ci sono troppe garanzie per queste persone che vanno in qualche maniera ad approfittare del proprio status, come il principio della personalità della responsabilità penale, sancito dall’articolo 27 della Costituzione italiana.
Cosa prevede:
Ognuno risponde esclusivamente delle proprie azioni.
Non è legalmente possibile punire un individuo per un reato commesso da un suo familiare, a meno che non venga dimostrato in tribunale un suo concorso formale nel reato (ad esempio se lo ha aiutato, finanziato o istigato).Il contesto europeo.
Questo principio è condiviso da tutti i Paesi dell’Unione Europea ed è protetto dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU).
L’applicazione di sanzioni a persone innocenti solo sulla base di un vincolo di sangue configurerebbe una “punizione collettiva”, pratica vietata dal diritto internazionale.
Di fatto questo permette le azioni che vediamo ogni giorno, commesse contro le persone e le cose comunitarie.
I diritti sono sacrosanti, se i doveri ma anche le leggi sono altrettanto mantenuti e rispettati.
Questo perché non possiamo assolutamente fidarci di avere in Italia, persone come queste, e non possiamo fidarci delle loro famiglie.
L’idea di revocare la cittadinanza ed espellere interi nuclei familiari, però si scontra con precise normative nazionali e trattati internazionali come il divieto di apolidia.
La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e le convenzioni internazionali firmate dall’Italia vietano agli Stati di revocare la cittadinanza a un individuo se questo atto lo trasforma in un “apolide” (cioè una persona priva di qualsiasi nazionalità).
La revoca della cittadinanza italiana è attualmente possibile solo in casi molto specifici (introdotti dai decreti sicurezza per reati di terrorismo), ma esclusivamente se il soggetto possiede una seconda cittadinanza e solo nei confronti del condannato, mai dei suoi parenti.
Tutele per i cittadini:
Un cittadino italiano o europeo, anche se ha commesso reati gravissimi, non può essere espulso verso un altro Stato, poiché ha il diritto costituzionale di risiedere sul territorio nazionale.
La pena prevista per ora dall’ordinamento è la detenzione in carcere, ma non l’esilio.
Il diritto al lavoro:
Il licenziamento per motivi legati alla condotta di un parente non è ammesso dall’ordinamento giuslavoristico.
Il lavoro è tutelato come diritto fondamentale e la perdita del posto può avvenire solo per motivi legati direttamente alle inadempienze del lavoratore o alla condotta penale personale se incompatibile con il ruolo (ad esempio nella Pubblica Amministrazione).
Insomma una serie di regali a persone pericolose che assolutamente non meritano questo dono, ma dovrebbero conquistarlo col sudore e con la fiducia reciproca.
Anche se la legge non permette di punire i familiari a prescindere dalle loro colpe individuali, lo Stato dispone di strumenti specifici quando si riscontra una reale contiguità con ambienti criminali o radicali.
Misure di prevenzione antimafia e antiterrorismo:
Se i familiari di un soggetto pericoloso mostrano condotte sospette, la magistratura può applicare misure di sorveglianza speciale, obblighi di dimora o il sequestro dei beni, qualora si dimostri che i patrimoni derivano da attività illecite o supportano la rete terroristica.
Perdita della potestà genitoriale:
Nei casi in cui i genitori (anche di prima o seconda generazione) avviino i figli minori verso percorsi di radicalizzazione violenta, i Tribunali per i Minorenni possono intervenire disponendo l’allontanamento del minore dal nucleo familiare per proteggerlo e interrompere il ciclo di indottrinamento.
Purtroppo questo deve essere un pugno di ferro che non deve essere fatto solo in Italia, ma in ogni parte d’Europa e contro ogni straniero di qualsiasi nazionalità, anche se comunitario, per garantire la sicurezza nazionale e di tutti gli altri stati e nazioni della comunità europea.
Il dibattito sull’efficacia di un “pugno di ferro” normativo rimane aperto nella discussione pubblica e politica, ma l’attuazione di leggi basate sulla responsabilità collettiva familiare richiederebbe una radicale riscrittura della Costituzione italiana e l’uscita dai principali trattati ed istituzioni europee.
Insomma uscire dalla UE è forse l’unica strada, seppure selciata di fango e sangue.
Questa è la mia visione…
