E la colonizzazione continua…

Netanyahu ha sùbito individuato il colpevole, oltre naturalmente i due, padre e figlio, che a Sydney hanno sparato sulla folla durante la festa ebraica di Hanukkah: il Governo australiano.
Non mandante, non esecutore, ma facilitatore.
Se non ci fosse stato il riconoscimento dell’Australia della Palestina come Stato, i due non si sarebbero decisi a compiere la strage che hanno compiuto.

Ecco, diciamo che, ad essere generosi, manca qualche passaggio per arrivare a una tale deduzione; ma soprattutto manca il fondamento per una corretta premessa: la stragrande maggioranza delle nazioni del mondo riconosce lo Stato di Palestina, eppure non è che in ciascuna di esse ciò ha indotto dei delinquenti invasati, tra l’altro non palestinesi ma pachistani e non di Hamas ma dell’Isis, a commettere una carneficina simile.
Ma tant’è, quando si cercano agganci per avvalorare una tesi strumentale, si trovano; anche se fanno acqua da tutte le parti. E questo perché nell’impatto emotivo provocato da fatti del genere, si sa che la gente è più permeabile a discorsi che hanno niente di sostanza e tanto di demagogia.
Quella demagogia che vorrebbe nascondere come dopo il primo entusiasmo suscitato ad arte in pompa magna in mondovisione, in realtà il tanto declamato “cessate il fuoco” del 10 ottobre ’25 non è mai veramente andato a regìme. Cosa di cui il mondo sta finalmente cominciando ad accorgersi.
E’ vero, i parenti degli ostaggi catturati da Hamas hanno potuto riabbracciare i loro cari ancora in vita, e riavere i corpi, tranne finora uno, di chi è morto.
Ma questo non ha cambiato di molto la situazione del popolo palestinese, che soffriva prima e soffre ora.
I bombardamenti continui si sono diradati ma non sono scomparsi; sono semplicemente divenuti discontinui. Quando c’è solo il sospetto ( reale o indotto ) che tra le macerie o in una delle poche costruzioni ancora in piedi vi sia un affiliato ad Hamas, allora si bombarda; cosa che anche intuitivamente si capisce non essere esattamente un’operazione attenta a non provocare “danni collaterali”, come è poi spessissimo confermato dalla conta delle vittime di questi raid, varie in numero sesso ed età.
Inoltre la cosiddetta linea gialla di demarcazione che i palestinesi non possono superare è magicamente mobile ( a vantaggio di Israele ), per cui giorno dopo giorno il già ristretto territorio rimasto ai gazawi si riduce ulteriormente, in parallelo con quanto accade in Cisgiordania, dove nonostante non vi sia Hamas, dalla sera alla mattina un campo di ulivi diventa un camping per roulotte di coloni che rispondono a bastonate alle proteste dei contadini consapevoli che nel prossimo futuro le roulotte diventeranno, sempre dalla sera alla mattina, costruzioni con qualche pietra mista a cemento tanto per dare una parvenza di casa e, come tale, inamovibile.
Quanto séguito venga poi dato alle denunce dei pochi che richiedono ad Israele la restituzione della terra di cui hanno subìto il furto, è un altro capitolo interessante per capire come in Israele la democrazia, statistiche alla mano, funzioni solo per gli ebrei, meno per i non ebrei e per i palestinesi non funzioni proprio.
Parlare di demarcazioni è dunque puramente astratto: alcune segnaletiche stranamente ambigue non permettono di capire dove si può transitare e dove no; cosa comprovata dal fatto che ne fanno le spese anche i bambini, i quali se le oltrepassano in tutta evidenza non è per una sortita contro i soldati o i tank dell’ IDF. Eppure su si loro lo stesso si spara.

Vi è, comunque, oltre alla violenza diretta, anche quella indiretta. Persino, se possibile, più subdola.
Per essa il genocidio avviene senza armi. Basta impedire che tende, medicinali, acqua e cibo vengano distribuiti, e lasciare che sia il freddo, la pioggia, le infezioni provocate dalle acque reflue, le malattie pregresse lasciate senza cure, l’avitaminosi e le piaghe da arma da fuoco o il camminare scalzi su pezzi di cemento, ferraglia, mattoni, chiodi e su quant’altro una città distrutta promette di lasciare nascosto tra il fango nonché il dormire fasciati da pochi panni bagnati, sfoltisca ulteriormente una popolazione già stremata. Ultimamente sferzata pure dalla tempesta di questo mezzo dicembre che l’ha privata di quei teli che in teoria servirebbero per ripararsi.
Teli persino patetici per esiguità e misura, eppure essenziali per richiamare l’idea di casa. Per far sì che attorno ad essi i componenti della famiglia riconoscano il loro centro di unità e di affetti, la loro reciproca esistenza, nonostante tutto e tutti. In particolare nonostante chi, di là dal muro di recinzione alto otto metri, colpito dalla stessa tempesta d’acqua e vento, non sembra essersi preoccupato molto se non di sé e dei rispettivi congiunti, comunque al caldo e al riparo.
Dispiace dirlo, ma al di là delle decisioni delinquenziali di Netanyahu, dei suoi ministri e di gran parte della Knesset, gli israeliani verso i palestinesi hanno generalmente dimostrato poca o nessuna empatia. Forse anche per timore, visto che chi si è levato come voce-contro, è stato tacciato di tradire la patria, esposto al pubblico ludibrio con un’orchestrazione ben oliata, e violentemente punito, in modi più o meno legali e più o meno espliciti, lasciandolo in balìa dei fanatici senza minimamente intervenire ad impedire minacce e rappresaglie.
Grandi, reiterate e giuste le manifestazioni di piazza affinché non fosse varata la legge che voleva assegnare più potere al Governo rispetto al Parlamento; altrettanto grandi, reiterate e giuste quelle per chiedere che si addivenisse ad un compromesso per la liberazione degli ostaggi, ma non risulta che in tali manifestazioni vi fosse anche la richiesta di non vessare un intero popolo considerandolo colpevole in blocco, un popolo di “animali umani” in cui tali sarebbero, in potenza, anche i minori; un popolo verso il quale è ammesso tutto per ridurlo al silenzio e possibilmente per esasperarlo fino ad indurlo ad abbandonare “volontariamente” quella terra in cui nel 1948, quando è nato lo Stato di Israele, già viveva, e che adesso per la sua ammirevole resilienza ancora vive, ma costretto a farlo nella situazione di chi è paria in regime di apartheid.

Tutto questo mentre da noi in Italia, esclusi Anna Foa, Moni Ovadia e pochi altri, nella galassia ebraica ci si prodiga in ogni modo a giustificare Israele, magari intervenendo ad incontri come la giornata di studio dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane del 12 ottobre scorso nella sede del CNEL, a Roma. Giornata di studio che qualcuno ha definito “galleria degli orrori”.
A torto o a ragione?
E’ andata in onda in streaming ed è registrata. Si può facilmente dare un’occhiata.

Fulvio Baldoino

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