Fra la suggestione dell’Art. 90 della Costituzione, nemici di comodo, parole in libertà

Fra la suggestione dell’Art. 90 della Costituzione, nemici di comodo, parole in libertà

“Appare insensata la pace invocata da chi muovendo guerra intende in realtà imporre le proprie condizioni.” Quindi, se la pace è insensata, la guerra deve continuare a oltranza, fino all’ultimo uomo. “Logiche di potenza e di sopraffazione cercano di prevalere mentre valori che credevamo affermati, la dignità della persona, i diritti umani, l’eguaglianza fra i popoli e gli Stati, la solidarietà appaiono sovente accantonati”, come quando nel 2014 le truppe regolari ucraine e le milizie neonaziste iniziarono il massacro della popolazione russa nel Donbass?

“Cosa è accaduto, cosa sta accadendo se protagonisti di primo piano del vecchio ordine internazionale si propongono di dare vita a un nuovo ordine, nuovo ordine basato su sopraffazione con altri mezzi, violenza, guerra, conquista, competizione fra gli Stati per l’accaparramento di risorse tentando così di perpetuare disuguaglianze fra i popoli”. Non ce ne eravamo accorti ma finora nel mondo regnavano  la pace, la giustizia, la fraternità garantite dagli epigoni di Gandhi e di madre Teresa di Calcutta. Poi è venuto Attila e c’è stato “il ritorno di soldati di ventura, di mercenari chiamati a guerreggiare per conto terzi in Paesi lontani” allusione ai fighter  o, più probabilmente, saranno i nord coreani che hanno contribuito a far sloggiare gli ucraini da Kursk? e che sarebbero stati motivati “dalla prepotenza verso i civili” e dalla prospettiva del saccheggio.

Fin qui le parole di Mattarella, che in maniera non troppo velata sembra attaccare la Russia. Subito dopo spazza via ogni dubbio affermando che  interrompendo il gioioso cammino verso l’eliminazione dei conflitti, la prevalenza del diritto, il superamento delle disuguaglianze “la federazione russa ha sciaguratamente scelto di travolgere questo percorso ripristinando con la forza l’antistorica ricerca di zone d’influenza, di conquista territoriale, di crudele prepotenza delle armi. Un principio rimane fondamentale e insuperabile: gli interessi nazionali o particolari non   possono prevalere rispetto alla tutela della persona umana fondamento sostanziale di ogni altro diritto e conquista del nostro tempo. La misura, va ripetuto, è la persona restituendole dignità – a partire dal diritto alla vita negato dai conflitti – nella politica, nell’economia, nella lotta al cambiamento climatico, e nell’innovazione tecnologica”.

Un passaggio imbarazzante, che lascia intendere che la Russia si sta macchiando di atroci delitti e sia responsabile oltre che della negazione della dignità della persona anche del cambiamento climatico. Ma, per fortuna “l’Europa e l’Italia restano saldamente a fianco dell’Ucraina e del suo popolo, con l’obiettivo di una pace equa, giusta, duratura, rispettosa del diritto internazionale, dell’indipendenza, della sovranità, dell’integrità territoriale, della sicurezza ucraine”.

Queste le scomposte – in ogni senso, anche sintattico – parole di Mattarella al rituale scambio di auguri col corpo diplomatico. Dal quale, con  inaudito sgarbo diplomatico, risultavano esclusi gli ambasciatori di Bielorussia e Russia, come se   l’Italia avesse  rotto le relazioni diplomatiche con questi Stati e dichiarato loro  guerra.  E, a questo proposito, non sto a ricordare l’articolo 21 della Costituzione della Repubblica, di cui  dovrebbe essere custode e garante anche nei confronti delle scelte del governo, già aggirato in tempi in cui lo stesso Mattarella era ministro della difesa,  ma segnalo il non trascurabile dettaglio che accomuna tutti g

li Stati moderni: sta  al Parlamento, espressione diretta della volontà popolare,  dare via libera al governo o, in una repubblica presidenziale al capo dello Stato  per dichiarare lo stato di guerra. Per inciso ove mai si verificasse questa eventualità mi augurerei che una folla inferocita desse alle fiamme Montecitorio e Palazzo Madama.

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Ce n’è abbastanza per chiedere l’impeachment per aver messo a repentaglio la sicurezza del Paese esponendolo a ritorsioni da parte della federazione russa. Per molto meno   lo avevano minacciato  i  Cinquestelle, salvo poi recitare per bocca di Di Maio un patetico mea culpa;   in tempi ormai lontani era stato il  Pci a formalizzarlo contro Cossiga con motivazioni ridicole. Semmai, per il ruolo che occupa, Mattarella avrebbe  dovuto invitare la Meloni a maggiore cautela nelle sue esternazioni pubbliche,  come quando sostiene che il miglior mezzo per salvare la pace non è la diplomazia ma la deterrenza. Se le parole hanno un senso questa affermazione sottende un preciso disegno politico:  corsa al riarmo per non rimanere indietro rispetto  agli altri volenterosi leder europei impegnati a tappare il vuoto lasciato dallo zio Sam. Una corsa al riarmo alla quale l’Italia deve partecipare  per  dar credito ad un ruolo e a  un peso nel contesto europeo e mediterranea di cui c’è traccia solo nella testa dell’ex ragazza della Garbatella. Che sarebbe già grave perché l’Italia non ha altri  nemici da cui difendersi se non gli islamici a cui di fatto spalanca le porte; fatte le debite proporzioni il ruolo delle forze armate nel nostro Paese ricalca quello delle guardie svizzere in Vaticano: tutta scena e  fiore all’occhiello, per i quali  bastano e avanzano quelle che già possiede. Ma è molto più grave perché finalizzato alla difesa  dell’integrità territoriale dell’Ucraina – alla quale non credono nemmeno i diretti interessati – in nome della parola d’ordine: “A fianco dell’Ucraina fino alla vittoria”. E se è questo che frulla nella testa dell’erede di Almirante urge un trattamento sanitario obbligatorio.

Capi di Stato e di governo fuori di testa non sono purtroppo né una novità né una prerogativa italiana. Basta per tutti il delirio hitleriano. Ma nel caso del Führer e di altri che nel passato recente e remoto hanno portato alla rovina il loro popolo il capo era l’espressione di una febbre collettiva, non, come a volte si fa credere, il pifferaio incantatore che trascina le folle ma l’interprete fedele di un mandato popolare. Che, in termini istituzionali, è il parlamento e in termini sostanziali è l’opinione pubblica.  Non mi risulta che alla Camera o in Senato si sia posto il problema delle relazioni diplomatiche con la federazione russa e solo un allucinato potrebbe sostenere che gli italiani  anelano ad attaccare la Russia o vivono nel terrore di esserne attaccati. Da qui la domanda: su quale fondamento giuridico istituzionale Mattarella e la Meloni attaccano la federazione russa o ventilano uno stato di guerra?

L’irenismo è in sé un valore che non si può non condividere anche se nel corso degli anni i movimenti pacifisti hanno dato una pessima prova usandolo per obbiettivi di politica interna per poi accantonarlo quando era necessario. Non ricordo sventolio di bandiere arcobaleno e marce della pace quando l’Italia partecipò attivamente all’aggressione alla Serbia  o quando Berlusconi si piegò a concedere le basi per l’attacco anglo francese alla Giamahiria libica. E non ne vedo ora di fronte alle farneticazioni belliciste di Rutte o della responsabile della politica estera dell’Ue, con Borrelli e Fratoianni diventati improvvisamente sordi davanti alle esternazioni del Colle.  Ma per l’Italia la pace non è un’opzione o una scelta di campo, come per l’Ungheria o la Slovacchia; è semplicemente una condizione ovvia, che è demenziale e criminale mettere in discussione. In un ipotetico scenario ottocentesco, con l’Europa di tutti contro tutti, i nostri nemici potrebbero essere la Francia per problemi di confine e rivalità commerciale o lo Croazia e la Slovenia per riprenderci il maltolto o l’Austria, se volesse indietro il Sud Tirolo. Se si ragionasse come un patriota o un nazionalista di due secoli fa la guerra sarebbe un’ipotesi plausibile ma nella prospettiva attuale è un’ipotesi surreale come un viaggio nel tempo. Il mio non è un, per altro lodevole, amore per la pace o un ripudio della guerra, che spesso puzza di retorica o di sacrestia:   è semplice realismo. Infatti riconosco tranquillamente che altrove la pace è un’utopia.  Fra le due Coree i conti sono ancora aperti come lo sono fra Israele e l’Iran o fra l’India e il Pakistan, per non dire degli pseudo Stati dell’Africa orientale e subsahariana, nei quali l’instabilità interna e la povertà endemica si scaricano in conflitti fra vicini. Ed è così per le aree dell’est Europa dopo il crollo del comunismo sovietico, dove confini disegnati a tavolino, ingerenze americane, dell’Ue e della Nato hanno creato un’endemica conflittualità suscettibile di esplodere da un momento all’altro. È ciò che è successo fra Russia e Ucraina.

I leader europei

L’Italia no, l’Italia non ha nemici da cui difendersi – tolta l’invasione islamica , come non ha nemici la Spagna – che deve evitare di esasperare il separatismo catalano dopo aver domato quello basco , come non hanno nemici la Francia, la Germania e il Regno Unito. Non hanno nemici ma hanno bisogno di nemici. Ne ha bisogno Macron, alla guida di uno Stato  dall’impianto paradossale, con una destra e una sinistra che godono del consenso elettorale ma lasciano il potere a una minoranza sospesa nel vuoto; ne ha bisogno la Germania di Merz, che ha perso il suo primato industriale e punta a riconvertire l’industria automobilistica per produrre carrarmati e cannoni; ne ha bisogno il Regno Unito per tornare all’ovile europeo in una posizione di forza. E tutti e tre a parole danno a intendere di voler sostituirsi agli Stati Uniti ma sono in realtà orfani di Biden e hanno fatto dell’Europa la base dell’America dem in attesa della rivincita.

L’Italia no, non ha bisogno di nemici. Al contrario, politicamente e economicamente ha una assoluta necessità di mantenere buoni rapporti con la federazione russa nel solco di una tradizione che risale al regno delle due Sicilie, di aprirsi a relazioni amichevoli con tutta l’area del Brics, dalla quale non ha niente da temere, di rinsaldare il legame che la unisce alle comunità che in Brasile, in Argentina, in Venezuela o negli Stati Uniti rimangono fedeli alla loro origine italiana.

In tutto questo, nel bellicismo sconsiderato delle parole e nei provvedimenti che hanno spinto la Russia verso l’Asia e ferito a morte l’economia europea,  l’Italia non ha alcun interesse, se non quello personale della Meloni e della Schlein.

Schlein e Meloni

La Schlein si è perfettamente incastonata in un partito che ha assolto il compito di eliminare ogni forma di opposizione all’interno della politica italiana. Un partito conservatore, ultraborghese, che copre il suo assoluto pragmatismo – uso un eufemismo – affidando ai suoi ascari battaglie ideologiche di retroguardia. La Meloni replica a modo suo il protagonismo di Berlusconi e vorrebbe istituzionarlo col premierato. Si dà da fare in tutto l’orbe terraqueo  per promuovere se stessa con abbracci sorrisi e sbaciucchiamenti: la sua foto sulla copertina di Time è per lei un traguardo mille volte più prezioso di un accordo commerciale. Della Nazione  glene  importa in modo inversamente proporzionale a quanto la evoca.  D’altronde questa è la sua statura. Anche Berlusconi perseguiva il suo interesse e quello delle sue aziende e anche lui puntava sul rapporto personale ma lo faceva da da pari a pari e sapeva conciliare il proprio tornaconto con l’interesse nazionale. Era riuscito nel miracolo di oscurare i vecchi potentati europei entrando in quella sorta di triumvirato che lo univa a Bush e a Blair  senza rinunciare a un  rapporto strettissimo con Putin (Ma per Travaglio anche da morto rimane B, l’innominabile, il Pregiudicato, il Delinquente e per i veri nanerottoli dell’intellighenzia nostrana il nano erotomane. Peggio di tutti però Tajani che pretende di esserne l’erede e il continuatore).

Giuseppe Conte

A guardare le cose dall’esterno c’è da ridere: in parlamento si urla, si dà l’impressione di un insanabile contrapposizione di idee e di programmi ma se ci si prende la briga di fare attenzione ai contenuti di quelle liti da ballatoio, se si va al sodo, ci si accorge che si finge di accapigliarsi sul nulla quando invece si è d’accordo su tutto. Le uniche voci stonate si trovano simmetricamente dall’una e dall’altra parte, all’interno della maggioranza di governo con Salvini e all’interno del campo largo della sinistra con Conte. Più flebile e reticente quella del Capitano ma più efficace: un sassolino nella scarpa della Meloni e un bersaglio per il Pd e la stampa di regime – quindi tutta –; più esplicita e gridata ma non a caso innocua e tollerata quella dell’avvocato del popolo. Troppo poco in ogni caso per configurare una vera alternativa. Sull’Ucraina, sulle banche, sulle tasse, su stipendi e pensioni, sull’invasione governo e finta opposizione tirano dritto per la strada tracciata da chi ha ridotto l’Italia allo zerbino d’Europa. E a riprova di questa comunione d’intenti non si leva una sola voce, nemmeno dalla Lega o dai Cinquestelle, di fronte alle demenziali uscite di Ursula von der Leyen, che fa sembrare ragionevoli le esternazioni Mattarella: “la pace è finita, siamo in guerra, non abbiamo tempo per indulgere nella nostalgia: ciò che conta è come affrontiamo l’oggi, un mondo di guerre, un mondo di predatori”, dice. Il predatore è, ovviamente Putin.

E pensare che tutto questo origina da un problema di confini interno alla vecchia Unione sovietica, complicato dagli appetiti occidentali scatenati dalla sua implosione. Non una parola sui russi del Donbass, non una parola sul modo in cui la Crimea era diventata ucraina senza che con l’Ucraina avesse alcunché a che fare, non una parola su un sistema di potere corrotto fino alle midolla messo su con la complicità dei dem americani.

Via dall’Ue, subito. Se poi andrà ricostituita un’alleanza continentale che ben venga, ma su basi diverse, nel rispetto della sovranità di ciascuno Stato, che sia espressione della volontà dei popoli europei,  non   un apparato burocratico autoreggente  e un’oscena mangiatoia;  e soprattutto che sia finalizzata alla libera circolazione di uomini e merci, al coordinamento delle attività industriali, al perseguimento di un’identità culturale che valorizzi le specificità nazionali. Ma si lasci perdere, per carità, la difesa, c’è già la Nato, che basta e avanza. Un terreno sul quale tutta l’Europa, Russia compresa, potrebbe esprimersi con un’unica voce è semmai quello della ricerca scientifica svincolata da interessi industriali e obbiettivi militari, ma questa allo stato attuale è semplice utopia.

p.s.

Mi arrivano mentre scrivo le parole della Morani, non più deputata ma rimasta ancorata alla politica (non si sa mai…), per la quale meglio la guerra piuttosto di una pace che umilia l’Ucraina (una curiosa forma di patriottismo) seguite da quelle di  un giovanotto della neonata rivista on line “Europeista” (se ne sentiva l’impellente necessità) che sul problema di come rubare legittimamente i beni russi congelati in Europa ha avuto una folgorazione: lo Stato italiano sequestra i beni della mafia – che si suppone acquisiti con metodi mafiosi –; quindi, siccome la Russia è uno Stato canaglia (sic), ci possiamo tranquillamente prendere anche i suoi. Ahinoi, che la scuola italiana  non funziona lo sapevamo ma evidentemente non funziona nemmeno la prevenzione psichiatrica.

Pierfranco Lisorini

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One thought on “Fra la suggestione dell’Art. 90 della Costituzione, nemici di comodo, parole in libertà”

  1. A proposito di furti colossali, come quello dei fondi russi congelati perlopiù nella belga Euroclear (il canale di compensazione dove transitano segretamente tutti i soldi diretti ai paradisi fiscali) , che però si rifiuta di passare per ladra, nel timore di perdere tutti i clienti, giova ricordare quanto USA e UE si distinguano proprio per il vizio di dichiarare guerre “sante” per poi darsi al saccheggio. Non faccio qui l’elenco, essendo ben noto. Ma vorrei aggiungere un altro caso di “guerra santa” motivata, al solito, da ignobili motivi. Mi riferisco in particolare alla guerra anglo-franco-britannica contro la Libia di Gheddafi, che voleva istituire una moneta panafricana sganciata dalle valute occidentali. Sarkozy, come si è poi scoperto, doveva chiudere la partita personale con i prestiti di Gheddafi. Mentre resta tuttora aperta la domanda di dove sia finito il patrimonio di 140 tonnellate di lingotti d’oro che servivano a Gheddafi per dare un sottostante alla nuova valuta. Volatilizzati, al pari dei fondi in valuta estera. Furto e saccheggio dei beni altrui sono un vizio che non è certo morto con l’ultima guerra, quando si è scoperto l’oro trafugato dai caveau italiani a quelli nazisti (più innumerevoli opere d’arte). Chiudo ricordando, mentre si sta per l’ennesima volta discutendo se l’oro è dello Stato italiano o di Bankitalia, che da anni l’Italia sta chiedendo di rimpatriare una grossa parte del nostro oro dai caveau di New York e Fort Knox, trovando orecchie sorde. Come cantava Venditti, siamo proprio in un mondo di ladri, in doppiopetto e guanti bianchi, mossi, naturalmente, dalle più lodevoli intenzioni

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