Disordini teleguidati buoni per oscurare il dissenso

Disordini teleguidati buoni per oscurare il dissenso
Vaneggiamenti sul disagio giovanile per coprire la sofferenza sociale

Travaglio è indubbiamente una voce fuori dal coro del giornalismo italiano ed è, rara, anzi rarissima, avis, una voce libera e intelligente. Ma ha i suoi punti deboli un po’ per la sua vicinanza agli indifendibili Cinquestelle, un po’ per la sua ossessione antiberlusconiana sopravvissuta alla morte del Cavaliere e qualche volta prende delle cantonate pazzesche.

È successo con i disordini innescati dall’effetto Francia che tanto comodo hanno fatto alla Meloni e ai suoi accoliti. Invece di prendere le distanze dal sociologismo d’accatto degli scribacchini in quota maggioranza e opposizione ne ha rincarato la dose. Il suo  editoriale di domenica 25 ottobre –  pare uscito dalla penna di uno squilibrato in stato confusionale: nell’incipit mescola i maranza delle periferie col ceto medio proletarizzato e con la rabbia di  trasportatori e  pescatori in crisi per il caro gasolio.

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Ma nelle piazze non c’è nemmeno l’ombra del ceto medio che fatica ad arrivare a fine mese e alle prese con i rincari delle bollette; stranieri e “italiani di seconda generazione” – uso l’espressione impropria coniata dal political correctness – non hanno alcun problema di stipendio svalutato, di mutui o di bollette: abitano in case popolari senza pagare un euro e non sanno neppure che luce e gas hanno un costo, così come hanno un costo le cure mediche. In piazza insieme a loro abbiamo visto figli di papà ai quali è stata data via libera per fare caciara, liceali  in preda alla falsa rabbia, quella sham rage  descritta nei laboratori di neuropsicologia sui gatti decorticati, indotta da centri sociali e collettivi studenteschi. Quanto meno i primi uno scopo ce lo avevano: la caccia agli smartphone e alla maglieria firmata, prova generale per quando arriverà il giorno del grande assalto in nome di Allah. E a corredo di questa piazza di delinquenti, predatori e  nullafacenti annoiati non sono mancati i “dimostranti pacifici” sguinzagliati dall’Anpi e dal Pd, dimostranti di non si sa che cosa oltre che, come recitava il loro striscione, “siamo tutti antifascisti” al canto di Bella Ciao. La piazza buona, insomma; quasi quasi meglio quella cattiva.

Per Travaglio  quella disgustosa miscela di sfogo irrazionale, protagonismo, stupidità, pulsione predatoria sarebbe una sollevazione popolare  a innescare la volontà di cambiamento sarebbero le vie del lusso che i pezzenti della busta paga percorrono a testa bassa e col groppo in gola. Un bell’esempio di raffinata analisi sociale. Ma sull’Antidiplomatico una sedicente sociologa e antropologa riesce a fare di peggio quando smentisce, parole sue, la narrazione di regime tesa a mettere contro studenti e negozianti; la smentisce perché le vetrine spaccate sono quelle delle multinazionali, della Rinascente non più italiana, di Nike e altri brand prestigiosi: quindi dai, sfondiamo e portiamo via tutto! Al confronto quell’emaciato messia della rivolta islamica pare la reincarnazione del Mahatma Gandhi.

Una guerriglia urbana enfatizzata dai media meloniani con la complicità di una sinistra stordita. Prima si dà fuoco poi ci si prende il merito di aver spento l’incendio. Lapalissiano. un’operazione brillante di propaganda elettorale, corroborata a cose fatte dai soliti sondaggi addomesticati. In quattro e quattr’otto FdI dati qualche giorno fa sotto il 24% ora volano col vento in poppa e superano il 28%;  e il consenso, si sa, porta altro consenso perché i perdenti non piacciono a nessuno.
Detto così sarebbe una cosa ignobile e la conferma che questo governo sciagurato è bravo solo a promuovere se stesso con qualunque mezzo. Ma la realtà è anche peggiore e dispiace che sia sfuggita al direttore del Fatto: la vera autentica e per il governo esiziale  protesta è quella contro il caro gasolio dei pescatori, degli agricoltori e degli autotrasportatori che ha paralizzato il sud e rischiato di allargarsi a tutto il Paese. Travaglio l’ha confusa con le chiassate del Nord prive di senso politico e sociale,  i media di regime l’hanno nascosta sotto la polvere provocata da quelle chiassate.

Rincari, mancati guadagni, impoverimento non sono il frutto di un capriccio divino ma la conseguenza di scelte fatte da uomini in carne e ossa. Il prezzo del gasolio e, più in generale, il costo dell’energia nonché lo spettro di un imminente collasso sociale ed economico  hanno una causa precisa che tutti, governo e opposizione, si sforzano di nascondere: la dissennata guerra della Nato e dell’Ue contro la federazione russa. Politici e media cercano di spostare l’attenzione sul medio oriente e lo stretto di Hormuz ma il problema è europeo e rinvia all’asservimento degli Stati europei agli interessi di un ristretto gruppo di malfattori che hanno nelle loro mani il rubinetto del denaro che inonda l’Europa,  salva economie di Stati in bancarotta, puntella governi traballanti e finisce nei forzieri di lobby e partiti nonché di una moltitudine di manager, euroburocrati, parlamentari e intrallazzoni. Ma quel gruppo di malfattori quel denaro non lo crea dal nulla: il potere finanziario non è una calza autoreggente, ha bisogno di condizioni che gli diano valore e credibilità e non c’è niente di meglio  di una tensione bellicista. L’industria della guerra non si satura mai: è un’idrovora che inghiotte centinaia di miliardi di euro che nel loro tragitto verso aerei, missili e munizioni si disperdono in ogni direzione. Se il conflitto in Ucraina dovesse cessare, le relazioni con la Russia si normalizzassero, i gasdotti venissero ripristinati sarebbe una catastrofe. In questo quadro l’Italia,  in affanno perché gas e petrolio che arrivavano dalla Russia rispettivamente per il 40 e il 30% ora devono fare il doppio o il triplo di strada e un maggiore ricorso a rigassificatori,  grazie a un governo russofobo e  ucrainomane  non investe i  miliardi di euro presi in prestito dall’Europa ma li brucia per regalare all’Ucraina armi comprate agli americani, con la solita dispersione in loco e a destinazione. E “in loco” non c’è distinzione fra commensali di destra centro o sinistra.  Sinistra che si espone nelle piazze in cui di rivendicazioni sociali non c’è traccia facendo così il gioco della maggioranza ma si guarda bene dal fomentare una autentica sollevazione popolare contro la guerra per procura dell’Ue contro la Russia e il riarmo ad essa collegato e si guarda bene dallo smascherare la Meloni che scarica sul conflitto iraniano o su generiche “tensioni internazionali” tutte le colpe delle difficoltà in cui si trova il Paese, evitando accuratamente di menzionare gli impegni presi col suo caro sodale, il pianista di Kiev.

Al di là del carovita la situazione è drammatica e la linea rossa che ci separa dall’abisso si fa sempre più vicina; se dovessi usare un linguaggio brutale direi che troppa gente mangia al tavolo della guerra incombente  perché se ne possa uscire. Siamo al punto che i nostalgici della bandiera arcobaleno la sventolano non per chiedere pace in Europa  – e salvare quel che resta dell’Ucraina – ma per l’endemico conflitto israelo palestinese, con l’aggravante che i cori “pro Pal” sono solo una stanca litania con un impatto nullo sulla sorte delle centinaia di migliaia di persone rimaste senza casa, senza radici e senza futuro.

Pierfranco Lisorini

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