Da Jaffa a Tel Aviv

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In “Tutto quello che resta di te” ( titolo originale All That’s Left of You della regista e attrice Cherien Dabis ), viene raccontata una vicenda, a cominciare dalla Nakba del 1948, largamente ispirata dalla storia della sua famiglia ma paradigmatica di una realtà diffusa relativa a tre generazioni, nella quale è stata coinvolta una ricca famiglia di Jaffa, l’attuale città israeliana di Tel Aviv, che con altre 750.000 persone perde tutto, anche la casa con il giardino ricco di quegli alberi di arance che fino ad allora aveva esportato in tutto il mondo.

E lì si assiste al primo dei paradossi che costituiscono, come vedremo, una delle letture del film: il governo israeliano dopo aver ordinato all’esercito di bombardare a più riprese la città e aver incusso un grado tale di frustrazione e paura negli abitanti da indurli ad andarsene “volontariamente”, decide di formalizzare l’evacuazione autorizzando i soldati ad introdursi nelle case per arrestare quei pochi che erano rimasti nel tentativo di difenderle.

Il primo dei protagonisti a comparire nelle scene iniziali, Sharif, il giovane padre che verso la metà della pellicola diventerà il nonno, per non aver ubbidito agli ordini ed essere rimasto a presidiare la sua proprietà verrà arrestato, portato in carcere e poi costretto dai militari a sgomberare la sua stessa casa dai mobili lavorando sino allo sfinimento, ciò per lasciare spazio a una famiglia israeliana che proprio mentre lui li sgombera, lo incrocia e vi si installa.

Un altro paradosso è invece relativo a suo nipote Noor, il più giovane dei protagonisti.
La regista lo mostra con un salto temporale quando, siamo nel 1988, viene colpito alla testa da un proiettile durante una protesta della Prima Intifada.
I genitori si vedono costretti a chiedere l’autorizzazione per portare il ragazzo dalla città della Cisgiordania in cui nel frattempo si sono rifugiati, in un ospedale israeliano che ha l’attrezzatura necessaria per tentare di salvarlo.

L’autorizzazione è concessa, ma solo a condizione che siano prodotti vari documenti ed espletati tutti i passaggi burocratici previsti per l’ospedalizzazione, talché quando Noor giunge al nosocomio, il danno cerebrale è ormai irreversibile e avrà esiti letali.
Il paradosso ovviamente sta nel fatto che una coppia di genitori deve chiedere come fosse un favore allo Stato di Israele, il permesso per cercare di salvare il figlio centrato da un proiettile sparato da un soldato dello Stato di Israele.
Come si è detto, si tratta di un film dove di paradossi ce ne sono parecchi.
Non cercati per dare una impronta e un registro programmato alla pellicola, ma sorti in maniera spontanea, naturale, così come più naturali non potrebbero essere in una terra in cui tutto è rovesciato, e chi ammazza di più è lo stesso che può farlo perché gli si dà credito quando, cioè da quasi ottant’anni a questa parte e quindi anche prima del 7 ottobre, si dichiara vittima sempre e comunque, seguendo fin dalla fondazione dello Stato israeliano il vittimismo teorizzato e perfino dichiarato come metodo di profitto politico per bocca dei suoi personaggi più rappresentativi: si veda tra gli altri Ben Gurion, primo capo del governo di Israele nel ’48, o Abba Eban, importantissimo ministro degli esteri e ambasciatore negli USA, o Golda Meir, la donna di ferro del sionismo.

Ma è nel finale del film che si assiste al paradosso più palese. Che non sta tanto nel fatto che i medici israeliani chiedano ai genitori di Noor il permesso per l’espianto del cuore del figlio al fine di trapiantarlo in un bambino israeliano, quanto nel fatto che nel momento in cui Salim e la moglie accettano, se da una parte trovano un minimo di consolazione nel sapere che quel cuore, cioè tutto quello che resta di te salverà una vita, dall’altro sono assaliti dal dubbio che colui che lo riceverà e di cui conoscono l’identità, una volta cresciuto, tra una dozzina di anni, con quel cuore palestinese dentro potrebbe andare, per convinzione o per costrizione, a sparare ad altri palestinesi come Noor, sicché la loro scelta fatta nella fatica di mettere da parte le umiliazioni e i numerosi soprusi subìti negli anni, alla fine invece di salvare una vita potrebbe spegnerne altre, e tra la propria gente.
Un dubbio che verrà fugato solo molti anni dopo nel dialogo che Salim e la moglie avranno con un personaggio misterioso. Lo stesso del quale una inquadratura soggettiva ci costringe ad essere gli occhi nell’incipit del film quando la madre di Noor gli parla e dà inizio al flashback del racconto da cui è costituita tutta la pellicola.

Che una situazione pervertita in partenza s’intorca fatalmente su se stessa e crei paradossi venefici è uno dei molti messaggi proposti dal film. Tanto più se essa si trascina da una generazione all’altra, dove “tutto quello che resta di te” è pure riferito a tutto quello che i più anziani lasciano in eredità ( nella accezione più ampia del termine ) ai più giovani, e quindi anche alla casa intesa innanzitutto come “home”, come focolare, come espressione dell’ étimo di patria, che significa terra dei padri.

Fulvio Baldoino

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