Chi chiappa la schiappa? Piccolo trattato di filosofia distributiva applicata al Bel Paese
Chi chiappa la schiappa? Piccolo trattato di filosofia distributiva applicata al Bel Paese
Ovvero: come un pugno di furbetti si spartisce la torta mentre il resto della compagnia guarda le briciole e discute di ricette
Definiamo i termini, ché senza una solida base filosofica ed etimologica si rischia di scivolare nel chiacchiericcio da bar, e qui si fa analisi seria, mica scherzi. “Chi”. Pronome interrogativo. Dal latino “quis”, stessa radice del greco “tis”. Indica l’ente agente, il soggetto attivo, colui che compie l’azione. In economia politica, è la domanda delle domande: a chi vanno i frutti (marciti) del lavoro (altrui)? Poi: “Chiappa”. Voce verbale, terza persona singolare del congiuntivo presente o dell’indicativo presente di “chiappare”. Dal longobardo “klappôn”, agguantare, acchiappare. Non è “prendere” in senso astratto, è molto più concreto: è acchiappare al volo, ghermire con destrezza, possibilmente prima che lo faccia un altro. Implica velocità, opportunismo, e un certo savoir-faire nel non farsi vedere. Infine: “Schiappa”. Sostantivo femminile. Dal longobardo “skiappa”, scheggia, pezzo di legno spaccato. Figurativamente: persona di nessun valore, inetta, buona a nulla. Il termine è magnifico nella sua crudezza: la schiappa è ciò che resta dopo che il legno buono è stato portato via. È il residuo, lo scarto, colui che non ha chiappato nulla e probabilmente non chiapperà mai.
Ecco quindi il prisma più giusto, l’unico filosoficamente fondato per analizzare l’andamento dell’economia italiana: “Chi chiappa la schiappa?”. Domanda semplice, diretta, terribile. In un sistema economico che funziona, idealmente, chi produce chiappa e la schiappa è solo una fase transitoria, un’inevitabile quota di scarto. In Italia, invece, il meccanismo si è raffinato nei secoli fino a diventare un’arte: il sistema è perfettamente calibrato in modo che chi chiappa continui a chiappare, e la schiappa resti schiappa, possibilmente senza accorgersene o, meglio ancora, illudendosi di poter chiappare un giorno.
Veniamo ora al testo sacro che ci illumina. Un documento che, con la precisione di un bollettino medico, certifica lo stato di salute (o di malattia terminale) del paziente Italia. E noi, armati del nostro prisma, lo sezioneremo senza pietà, chiedendo a ogni paragrafo: e allora, in questa storia, chi è che chiappa? E chi è la schiappa?

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Iniziamo. Il 2025 si chiude con una crescita dello 0,7%. La Banca d’Italia prevede lo 0,6% per il 2026 e lo 0,8% per il 2027. Lo chiamano “sindrome dello zero virgola”. Noi lo chiamiamo il “tasso di crescita della schiappa”. È la velocità con cui si spostano le briciole da un angolo all’altro del tavolo. La domanda è: in questo movimento impercettibile, quasi browniano, c’è qualcuno che riesce a chiappare qualcosa? Certo che sì. Qualcuno chiappa sempre. È che lo fa a un livello talmente alto, talmente rarefatto, che il movimento non incide sulla percezione comune. Lo 0,7% è la crescita di chi non ha niente, ed è costretto a galleggiare. La crescita di chi ha tutto si misura in parametri oscuri, in derivati, in plusvalenze, in paradisi fiscali. Quella sì che è crescita. Quella è la Crescita con la C maiuscola, quella che non finisce mai nei bollettini della Banca d’Italia perché è già finita, bella e parcheggiata, in un conto corrente a Lugano o nelle Cayman.
Poi viene il pezzo sull’energia. Le nostre imprese pagano il 40% in più di quelle tedesche, il 60% in più di quelle spagnole. E qui il gioco si fa bello. Chi chiappa? Chiappa chi produce energia? Domanda retorica. In un Paese normale, un costo energetico più alto sarebbe un problema sistemico da risolvere con urgenza. In Italia, è una rendita di posizione. È la benzina che qualcuno versa nel motore della propria ricchezza, bruciando quella degli altri. È la bolletta salata che diventa profitto per pochi. E la schiappa? La schiappa è l’imprenditore onesto che cerca di tenere aperta la fabbrica, ed è l’operaio che quella fabbrica la vive. Sono loro a pagare il 40% in più. Sono loro a essere la scheggia di legno che si scheggia mentre il ceppo brucia per scaldare il salotto di qualcun altro.
E qui entriamo nel vivo, nel “lungo autunno industriale” che rischia di diventare “gelido inverno della deindustrializzazione”. Magnifica metafora poetica per descrivere un disastro sociale. Ma anche l’autunno ha i suoi frutti. Mentre le fabbriche chiudono e la produzione cala, c’è qualcuno che continua a raccogliere. Sono i fondi speculativi che comprano aste di fallimenti, sono i consulenti che firmano le procedure di licenziamento, sono i proprietari dei capannoni che li riconvertono in centri commerciali o in parcheggi per tir. La deindustrializzazione non è un deserto per tutti. È una terra di conquista per sciacalli di lusso. Loro chiappano. E la schiappa? La schiappa sono i seicentomila lavoratori che in vent’anni hanno perso l’impresa, e con essa un pezzo di identità, di dignità, di futuro.
Il discorso demografico è una perla di cinismo. Un milione e ottocentomila residenti in meno in dieci anni. Seicentotrentamila giovani emigrati in quindici anni. Il testo parla di “danno” e di “beffa”. Il danno è la perdita di capitale umano. La beffa è che il Paese ne ha pagato la formazione. Traduciamo: lo Stato italiano, cioè noi, cioè la schiappa, ha speso soldi per far studiare dei ragazzi. Poi questi ragazzi, non trovando lavoro (perché chi chiappa ha delocalizzato, ha automatizzato, ha preferito pagare quattro soldi all’estero), se ne vanno in Germania o in Inghilterra. Lì producono ricchezza, pagano le tasse, contribuiscono al welfare. E chi chiappa in Italia? Chi non ha investito in ricerca, chi ha preferito la rendita all’innovazione, chi ha bloccato il paese in una stagnazione ventennale, continua a chiappare. Ha avuto la formazione pagata dalla collettività e ora se la gode senza dover nemmeno pagare lo stipendio a quei cervelli in fuga. E la schiappa? La schiappa è il contribuente italiano, che ha pagato le tasse per formare un ingegnere che ora progetta ponti a Stoccarda, mentre lui attraversa ponti pericolanti in Italia. Ed è anche la madre di quel ragazzo, che invecchia e si ammala, e che magari un giorno avrebbe bisogno di quel figlio vicino. Ma il figlio è lontano, e chi chiappa ha anche risolto il problema dell’assistenza agli anziani: se ne occupano le badanti, possibilmente straniere e sottopagate.
Poi la produttività. Ferma. Cresciuta del 2,5% in vent’anni contro il 16% della Germania. Significa che un italiano lavora, mediamente, come lavorava vent’anni fa, ma con meno diritti, meno tutele, e uno stipendio che è calato dell’8% in termini reali. Chi chiappa? Chiappa il padrone, che non reinveste gli utili in macchinari o innovazione, ma se li intasca o li sposta all’estero. Chiappa il rentier, che vive di interessi. Chiappa chi ha il posto fisso garantito e protetto, e se ne infischia di chi sta nel privato con contratti precari. Il famoso “posto” italiano, quello che una volta era il sogno di una vita, oggi è una trincea. E chi è nella trincea, se non combatte, sopravvive. Ma fuori dalla trincea c’è il deserto. E allora la guerra è tra chi è dentro e cerca di tenere fuori gli altri. È la guerra tra poveri, la più stupida e la più feroce. Ed è la più comoda per chi chiappa veramente, perché mentre i soldati si azzuffano per le briciole, il generale si pappa l’arrosto.
E arriviamo al reddito pro capite. Nel 2000 eravamo il 15% sopra la media euro. Oggi siamo il 20% sotto. In un quarto di secolo, abbiamo perso il 35% di potere d’acquisto relativo. Un tracollo storico. Come se un’intera nazione fosse scivolata lentamente da una prima classe a una terza, senza quasi accorgersene, cullata dalle chiacchiere e dalle promesse. E la risposta della politica? Il governo si concentra sulla “stabilità della finanza pubblica”. Si preoccupa del rating, dell’affidabilità del debito, dello spread. Roba seria, per carità. Ma la domanda, col nostro prisma, è sempre quella: a chi giova la stabilità? A chi ha già i soldi. Al risparmiatore che ha paura di perdere il suo gruzzoletto. Alla banca che non vuole vedere svalutati i suoi titoli di stato. Alla grande impresa che si indebita a tassi più bassi. La stabilità è una manna per chi ha. Per chi non ha, la stabilità significa solo che non cambierà nulla, che continuerà a non avere, e che il poco che ha (se ha la fortuna di avere un posto fisso) verrà eroso dall’inflazione e dalle tasse. La stabilità è il paradiso di chi chiappa. Per la schiappa, è solo l’attesa di un altro giro di giostra in cui non salirà mai.
Il capitolo sul lavoro è un capolavoro di ipocrisia istituzionalizzata. Occupazione record, dicono. Poi spiegano: è tutta gente con più di cinquant’anni, bloccata al lavoro dalla legge Fornero. Quella legge che il governo in campagna elettorale prometteva di abolire. Ecco la foto perfetta del chiappatore: il politico che promette e non mantiene. Lui chiappa il voto sulla promessa, e poi chiappa la rendita di posizione del potere, mentre la legge rimane lì, immutabile, a fare il suo sporco lavoro. E la schiappa? La schiappa è il cinquantenne che non può andare in pensione e magari ha un lavoro usurante, ma deve tirare avanti. Ed è il giovane che non trova lavoro, perché i posti sono occupati da chi non può andarsene. E mentre loro si incastrano in questo meccanismo perverso, l’economia langue, la produttività non cresce, e i soldi veri continuano a viaggiare su binari paralleli, invisibili e intoccabili.
E veniamo al cuore del prisma: le disuguaglianze. Il rapporto Oxfam è una bomba a orologeria. Il 91% dell’aumento della ricchezza nazionale in quindici anni è finito al 5% più ricco. Riflettiamo su questo dato. Immaginiamo l’economia italiana come una torta che, in quindici anni, è aumentata un po’ (quella miseria dello 0,7% all’anno, ma è aumentata). Bene. Di ogni fetta di torta nuova che si è creata, 91 grammi su 100 sono andati a cinque persone su cento. Le altre novantacinque persone si sono dovute dividere i restanti 9 grammi. Ecco la risposta alla domanda “chi chiappa la schiappa?”. Chi chiappa è il 5%. E la schiappa è l’altro 95%, che litiga per le briciole, che si divide in fazioni, che si fa la guerra tra poveri, che vota per chi gli promette di togliere la briciola al vicino. È un sistema perfetto, perché tiene tutti occupati a odiarsi, mentre i pochi, al vertice, continuano a chiappare in santa pace.
E come fanno a chiappare così tanto? Il testo ci dà un indizio prezioso: l’imposizione fiscale. L’Irpef, quella sui redditi da lavoro, è progressiva. Più guadagni, più paghi. I redditi da capitale, invece, sono tassati in modo proporzionale, e spesso agevolato. Tradotto: se ti fai il mazzo per 40 ore a settimana e guadagni uno stipendio, lo Stato ti prende una bella fetta. Se hai un patrimonio e vivi di rendita (interessi, dividendi, affitti), lo Stato ti prende molto meno. E se sei bravo a spostare i capitali, non ti prende niente. Ecco il meccanismo: il lavoro è tassato, il capitale è protetto. Chi lavora è schiappa, perché produce ricchezza e la cede. Chi possiede chiappa, perché la ricchezza gli arriva senza fatica e senza troppe tasse. Il recupero delle aliquote Irpef per i redditi medio-bassi? Una caramella. Un “parziale recupero del drenaggio fiscale” subito in cinque anni, dicono. Venticinque miliardi drenati dalle tasche dei lavoratori, e ne restituiscono un po’, facendo la figura dei benefattori. È come il ladro che ti svuota il portafoglio e poi ti offre un caffè per consolarti.
Infine, la proposta finale, che è la ciliegina sulla torta (quella vera, quella del 5%). Bisognerebbe riallocare la spesa pubblica, togliere risorse dalle categorie che hanno saputo tutelare meglio i propri interessi per darle a quelle più fragili. Sacrosanto, in teoria. In pratica, significa scatenare l’inferno. Perché le categorie che hanno saputo tutelare i propri interessi sono quelle che votano, che si organizzano, che fanno pressione, che hanno giornali amici, che hanno politici in tasca. Sono quelle che, per l’appunto, chiappano. E loro non hanno nessuna intenzione di mollare l’osso. Prova a toccare le pensioni d’oro. Prova a rivedere le concessioni balneari. Prova a fare una seria lotta all’evasione. Prova a tassare le grandi rendite. Vedrai che il 5% si trasforma in un esercito, e ti travolge. E la schiappa, il 95%, starà a guardare, o peggio, si farà convincere che il nemico è il vicino di casa, il migrante, il giovane che non vuole lavorare, il sindacato, il padrone cattivo ma “necessario”.
Ecco, dunque, l’analisi definitiva. Il quadro è nitido. L’economia italiana è una macchina perfettamente oliata per produrre schiappe e per far chiappare una ristretta cerchia di furbetti, furbastri e furbissimi. Lo zero virgola di crescita è il termometro di un malato cronico, che sopravvive ma non vive. Il dibattito pubblico è una recita in cui si parla di tutto tranne che di questo: di tasse, di rendite, di privilegi, di chi decide veramente come si distribuisce la ricchezza. Si parla di spread, di rating, di riforme costituzionali, di giustizia. Ma la domanda, l’unica domanda che conta, quella che abbiamo imparato a porci con il nostro prisma filosofico, rimane sospesa nell’aria, come un cattivo odore che nessuno vuole riconoscere: in questo Paese, adesso, in questo preciso istante, mentre noi leggiamo e loro scrivono, mentre noi lavoriamo e loro speculano, mentre noi aspettiamo e loro chiappano… chi è che sta chiappando? E chi è, oggi, la schiappa? La risposta, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti. E fa un male cane.
