Il collasso della società italiana rivelato dall’assenza di élite

Lo scollamento fra politica, potere e società civile non è un fenomeno italiano ma il riflesso italiano di una condizione europea.  Siamo davanti ad una versione peggiorata della concezione medioevale del potere, legittimato da  un’investitura dall’alto, con  la comunità dei credenti che affidano il loro destino materiale e spirituale al principe e alla Chiesa, entrambi rappresentanti della volontà divina, l’uno vicario di Cristo, l’altro eletto da Dio. Per completare la santissima trinità  sulla testa di entrambi aleggiava lo Spirito Santo. Se l’umanità avesse compiuto lo stesso cammino della tecnica e il motore del progresso non fosse un automatismo indipendente dai  suoi beneficiari, compresi quelli che ne sono apparentemente gli artefici, se l’intelligenza degli strumenti avesse liberato lo spirito dalla zavorra della carne, se, insomma, anche l’uomo si fosse evoluto potremmo sorridere delle favole sottese a quella concezione del potere. Ma non è così e se i nostri predecessori si inchinavano di fronte all’autorità di un dio che si scomoda per incoronare l’ultimo dei briganti o si fa rappresentare da un prete che ha fatto carriera c’è poco da dileggiarli: noi oggi tolleriamo di essere asserviti ad una autorità che discende dall’alto della finanza.

Le società indoeuropee, quelle barbariche celtiche e germaniche come quelle urbanizzate greco-romane erano costituite da individui liberi: il salto di civiltà era avvenuto con il passaggio dalla anomia al nomos, la norma, che fossero la legislazione di Solone o le dodici tavole,  che disciplinava senza negarla quella libertà originaria. Che era tanto più radicata nella coscienza dei singoli quanto più spregiata era la condizione servile e  netta la distinzione fra cittadino – libero per definizione –  e suddito, assimilato allo schiavo. Col cristianesimo la servitù viene abolita ma in modo paradossale: la società non è più un insieme di individui ma una massa servile; nessun servo perché tutti servi, con la base sociale appiattita in una servitù assoluta e un’aristocrazia militare caratterizzata da gradi diversi di servitù.  Questo modello ha caratterizzato per secoli la società europea e, a parole, è stato attaccato e abolito con l’avvento dell’illuminismo e del suo seguito rivoluzionario. Un apparente ritorno all’antico da cui origina la retorica dei dirittie della democrazia: liberté, égalité, fraternité. Tanta retorica e poca sostanza. Quel po’ di affrancamento che c’è stato non si deve a quella retorica ma alla scuola, al ritorno alla alfabetizzazione generalizzata, alla circolazione delle idee e alla capacità di intercettarle. È il sogno marxiano della coscienza di classe che evolve in coscienza della propria sovranità e rovescia il senso e la ragion d’essere dello Stato.

Ma l’uomo non è evoluto come la tecnica che ha prodotto e diciassette secoli  di ottundimento delle coscienze non si liquidano tanto facilmente. La scuola di massa conteneva in sé il germe del conformismo, della banalizzazione, di un apprendimento di facciata, della massificazione e non dell’esaltazione delle individualità. I Paesi occidentali sono stati tutti esposti a questa involuzione ma non tutti l’hanno subita nello stesso modo. Negli Stati Uniti, per esempio, si sono create spaccature relativamente indipendenti dalla frammentazione sociale   e caratterizzate da gradi diversi di massificazione, ai quali corrispondono due tipi di scolarizzazione: uno  egualitario, popolare, inclusivo, l’altro selettivo, meritocratico, individualizzante, che, con tutti i suoi limiti, garantisce non solo la tenuta di un sistema democratico ma la presenza e lo sviluppo di élite che ne sono la precondizione,  custodi del fuoco di Vesta della libertà, dell’intelligenza, del pensiero critico. Come Marx aveva adombrato col concetto di coscienza di classe quello più autentico di coscienza civica così Lenin con l’idea delle avanguardie rivoluzionarie adombra il concetto di élite con una connotazione meno angusta di quella di Pareto.

La funzione delle élite è essenziale per l’identità di una nazione e per il suo patrimonio spirituale, senza di che la deriva servile inerte e ottusamente conformista è inarrestabile come l’entropia di un sistema. Le grandi trasformazioni non sono mai il frutto di un progetto individuale. La Roma repubblicana cede il passo al principato  non in seguito a un colpo di Stato militare  ma per l’intrinseca debolezza di un impianto istituzionale modellato sulle dimensioni della città-Stato e l’anacronismo di una organizzazione sociale erede dell’antica ripartizione per tribù e  della contrapposizione fra plebe e patriziato; il potere economico e culturale era ormai distribuito equamente fra la prima e il secondo e le basi dell’autorità morale e politica del senato erano irrimediabilmente compromesse. A questo si aggiunge una vivace partecipazione popolare, l’insofferenza nei confronti delle grandi famiglie prive de loro  prestigio ancestrale e, non ultimo, un clima di insicurezza alimentato dalla massiccia presenza di stranieri. In un breve lasso di tempo ad una democrazia formale diventata un’oligarchia  sostanziale succede un regime populista caratterizzato dalla concentrazione dei poteri repubblicani civili e militari nella persona dell’imperatore e da una rinnovata funzione di controllo da parte del senato, depositario dei valori tradizionali e garanzia di continuità.

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In tono minore, al di là della magniloquenza retorica, si realizza l’unificazione politica dell’Italia. A prima vista può essere considerata come la convergenza di due progetti calati dall’alto: da un lato l’espansionismo dello Stato militarmente più forte che mira alla piemontesizzazione della penisola, dall’altro l’astrattezza dell’ideale mazziniano di una repubblica unitaria basata su una ipotetica coscienza nazionale. In realtà la sintesi garibaldina di questi due progetti  è solo il catalizzatore di un processo dal basso di natura essenzialmente culturale e solo marginalmente sociale. L’Italia culturale precede quella politica, sociale e perfino linguistica: è l’esito di un lungo processo di maturazione identitaria che poggia sulla memoria storica e si conclude con il compattamento di una lingua di cultura che diventa patrimonio collettivo e si incrocia con le aspirazioni delle nuove borghesie, degli intellettuali, dei giovani e degli studenti. Senza questa virtuale disponibilità le  ambizioni sabaude, il patriottismo mazziniano, l’avventurismo garibaldino si sarebbero esauriti prima ancora di prendere forma.

Considerazioni analoghe si possono fare per la “rivoluzione” fascista, naufragata con la disfatta militare. Pensare che sia stata la creatura di un singolo o di un gruppo organizzato è un’idiozia. Il motore della storia non sono individui eccezionali. Questi, quando ci sono, sono strumenti che si illudono di essere artefici di trasformazioni che originano dal corpo sociale e da dinamiche che precedono l’intervento e la consapevolezza di movimenti e partiti. I grandi rivolgimenti  sono in realtà una restaurazione, intesa come recupero di un nuovo equilibrio quando l’omeostasi del sistema smette di funzionare e il sistema rischia di collassare.

Con questo breve excursus ho inteso  evidenziare le peculiarità del momento storico che l’Italia sta attraversando: un’involuzione politica, istituzionale, sociale e culturale caratterizzata da una totale perdita di dinamismo. Nessuna vivacità intellettuale, assenza di forze contrapposte, nessuna conflittualità sociale, perdita di creatività in tutti i campi, da quello imprenditoriale a quello artistico a quello scientifico. Una stagnazione che non ha precedenti nella storia millenaria del Paese. La rabbia decerebrata  pretestuosamente motivata dal genocidio palestinese o innescata dallo sgombero di un covo di disadattati è una prova in più dell’inerzia del corpo sociale che non si è più ripreso dopo la disfatta. Una nazione stuprata e umiliata che come un malato terminale ha di tanto in tanto dato in questi ottanta anni qualche segnale illusorio di ripresa per poi finire in un coma irreversibile.  Nel momento in cui l’egemonia politica e culturale della sinistra post comunista è venuta meno la destra di governo non ha fatto altro che dimostrare la propria inconsistenza e con essa l’assenza di prospettiva. Un corpo sociale sano e vitale proprio in condizioni difficili esprime la propria vitalità dando vita a delle élite in grado di rappresentarlo e mobilitarlo, anche in modi contraddittori. Senza di esse non c’è movimento, la fiamma della vita non si alimenta e inevitabilmente si spegne . Sia chiaro: le élite alle quali mi riferisco non sono lobby, gruppi di potere, individui che si ritengono superiori all’uomo qualunque. Sono portatori di idee che sbocciano da un humus fertile e non necessariamente sono fisicamente visibili. Per essere più esplicito ricorro a un esempio negativo. Chi sono oggi in Italia le élite? Non si possono definire tali i modelli di riferimento come le influencer o i giocatori di calcio né i testimonial come l’ex nuotatrice; tanto meno politici trombati e riciclati come docenti universitari o autori che mettono la firma  su saggi di mille pagine scritti da altri o direttori di giornali fantasma convinti di essere l’ombelico del mondo. Giusto stamani per la pessima e masochistica abitudine che ho contratto di tenere la televisione accesa mentre faccio colazione mi sono sorbito le sentenze del direttore di un giornale che nessuno legge, nemmeno i suoi familiari – se non ricordo male la Ragione–, secondo il quale la Meloni col suo voler tenere i piedi in tre scarpe compromette il credito che avrebbe acquisito in campo mondiale grazie al suo fermo, coerente, intransigente sostegno a Kiev. Questi, come la massa dei politici, degli intellettuali, degli opinionisti,  non sono élite ma il peggio del peggio della società italiana, sospeso fra menzogna e insipienza. Ai pochi portatori di un pensiero critico informato e autonomo è stata tappata la bocca o, com’è capitato a Cacciari, vengono filtrati e usati come e quando servono. Nessuno ha raccolto il testimone dei pochissimi sopravvissuti nel deserto del dopoguerra, come Rubbia o Muti, che nel suo accigliato silenzio sembra consapevole di non avere eredi. “Un mondo in cui non mi riconosco”, aveva scritto, lieto di essersi formato negli anni Cinquanta, quando la scuola era ancora quella anteguerra.

Il “processo di circolazione delle élite”, per usare le parole di Vilfredo Pareto, presuppone che sull’uomo massa prevalga la massa degli individui, con tutto ciò che comporta di disordine e conflittualità; in una società omologata, indifferente, apatica quel processo si blocca, semplicemente non ci sono più élite. Per fare un confronto impietoso col passato ricordo che personaggi popolari come Amedeo Nazzari o Rossano Brazzi nel cinema, Valentino Mazzola nel calcio,  Edoardo Spataro nella musica leggera o Guido da Verona nella letteratura d’evasione  erano confinati nei rispettivi ambiti  e il loro successo  non bastava per travaricarli. Ora, fra nani a ballerine, lo steccato fra il mondo dello spettacolo (e dello sport) per natura sua parte del costume e legato al contingente e quello che segna lo stato della cultura e dell’identità di una nazione è crollato e al posto delle élite c’è una anoetocrazia composita la cui componente politica è un’appendice del sistema finanziario globale. Qualche giorno fa al Consiglio europeo sono intervenuti Letta (junior, s’intende) e quel Draghi che non si decide a togliere il disturbo. La domanda che mi sorge spontanea è: a che titolo? Chi o che cosa rappresentano? Di che cosa sono espressione? Sono loro le élite?

Giacomo Leopardi

Il diciannovenne contino Leopardi lamentava “vedo le mura e gli archi … ma la gloria non vedo.” paragonando la miseria del presente con la grandezza del passato. Più realisticamente mi chiedo: in pochi decenni abbiamo avuto Verga, Pirandello, D’Annunzio, Majorana, Marconi, Sironi, Carrà, De Chirico, Guttuso, Gentile, Croce, Ugo Spirito, Piacentini, Respighi, Pizzetti, Casella, Malipiero,Mascagni, Lombardo-Radice, Codignola, Maria Montessori e, al di là del soggettivo rapporto col regime, oggettivamente l’Italia dalla letteratura alle arti figurative, dalla musica alla filosofia si impose nel panorama culturale mondiale nel solco di una tradizione che spazia da Abelardo a Galilei, dallo Stil Nuovo alla inarrivabile triade Dante Boccaccio Petrarca fino  all’esplosione rinascimentale e al suo splendido declinare nel barocco.  Per non  dilungarmi non menziono le grandi figure del diciottesimo e del diciannovesimo secolo e tralascio interi campi della creatività e dell’ingegneria. Tanto mi basta per evidenziare una continuità di ingegno che nonostante le dimensioni geografiche  ha portato l’Italia al vertice del mondo e lo ha illuminato col suo genio. Poi la luce si è spenta e l’Italia pare avviata verso l’estinzione. Massimo D’Azeglio sbagliava quando diceva “l’Italia è fatta, ora bisogna fare gli Italiani”. Gli Italiani forse non sapevano di esserci ma c’erano e le loro élite culturali erano lì a dimostrarlo, perché non erano sorte dal nulla. Quel nulla dello spirito che è oggi la società italiana e che la politica interpreta perfettamente.

L’amico Pellifroni mi chiede se Vannacci, Rizzo – ai quali va tutta la mia simpatia – e la loro possibile convergenza possano essere un’alternativa credibile a questo nulla. Lo sarebbero se entrambi fossero un segno del disagio interno al corpo sociale ma non credo che lo siano: se la politica è marcia e le istituzioni sono allo sbando non è per qualche malefico influsso stellare  ma perché è proprio il corpo sociale ad essere collassato. Mi auguro di sbagliarmi ma sic stantibus  rebus non vedo futuro per l’Italia.

Pierfranco Lisorini

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