AREE PROTETTE. DA CHI?

Il sollevamento popolare che ha portato in piazza oltre centomila manifestanti in Albania contro le mire speculative della coppia Jared Kushner & Ivanka Trump [VEDI], sembra non aver insegnato nulla a noi italiani, che assistiamo inerti alla pari svendita dei migliori angoli del nostro territorio ai soliti miliardari che vagano per il mondo, mai sazi degli enormi patrimoni accumulati secondo la collaudata formula della corruzione dei governi in cambio della mano libera per privatizzare quanto di proprietà della collettività.

Foto di gruppo di una bella famigliola. Da destra, Donald Trump, palazzinaro di lusso e gestore di case da gioco, salito agli onori della Casa Bianca in due tornate elettorali, che gli hanno evitato il carcere per 34 capi d’imputazione per reati soprattutto finanziari. Alla sua destra emerge la figura elegante di sua moglie Melania, in odore di escort della scuderia di Epstein, che l’avrebbe presentata a Trump, suo assiduo frequentatore. Poi i due figli: Barron, usato per le scorrerie borsistiche di famiglia, oggi sotto indagine per un colossale insider trading; e infine Ivanka, moglie di Jahred Kusner, di cui vedi sotto

Jahred Kushner, roving ambassador della Casa Bianca nei conflitti mediorientali. Sotto indagine del senato americano per le sue disinvolte trattative con vari emiri, ottenendo svariati miliardi di dollari per la sua società Affinity e il loro successivo impiego qua e là per il mondo nell’individuazione di territori da privatizzare, con la complicità dei rispettivi governi. Eclatante il caso dell’isola Sazan e relativa laguna, di cui rimando a mio precedente articolo. Questa genia vive di questo: saccheggio dei posti migliori del pianeta, non importa se protetti, per farne resort esclusivi per i suoi membri, mai sazi di denaro e famelici consumatori del pianeta, mentre parlano di green deal

I governi -e l’Italia non fa eccezione-, per impedire ai cittadini di opporre resistenza a tutti gli insediamenti che impatterebbero su territori densamente abitati e quindi privi di ampie aree desertiche o comunque improduttive, hanno varato sopra le loro teste delle leggi speciali che permettono di saltare tutte quelle pratiche amministrative che vanno sotto la generica e vituperata qualifica di “burocrazia”. Vogliamo la lotta alla burocrazia? Eccoci accontentati. In Europa vigono ben 91 ZES (Zone Economiche Speciali).
Il principio ispiratore sarebbe l’agevolazione, da parte dei governi centrali, degli attuali iter procedurali per nuove attività, allo scopo di vivificare aree depresse, creando nuova ricchezza e occupazione.
La ZES è stata varata dal governo Meloni a partire dal 1° gennaio 2024 e comprende tutta l’Italia Centrale, Meridionale e Insulare. Di primo acchito, sembrerebbe un’iniziativa encomiabile, stante la condizione di “arretratezza”, sotto il profilo industriale, del nostro Sud. [Qui ci sarebbe da aprire un nuovo capitolo, se pensiamo a cosa fosse il Sud prima dell’inglobamento forzato nell’Italia garibaldina [VEDI]. Un tema volutamente nascosto, sul quale mi propongo di ritornare].
Le leggi vengono sempre varate con scopi perlopiù condivisibili, ma nascondono spesso la volpe sotto l’ascella.

Infatti, non si comprende come le ZES possano applicarsi, non già ad attività chiaramente produttive, come negli intenti della legge, [VEDI] ma chiaramente speculative, come sta avvenendo o è in procinto di avvenire, oltre che in Puglia, come già accennato nel mio ultimo articolo, anche sull’isola di Tavolara, oggi in procinto di venir data ad uso e consumo di una grossa società brasiliana: una delle tante in giro per il mondo in cerca dei migliori bocconi da sottrarre per sempre al libero uso comune.
La distorsione ad usum Delphini delle leggi è un vizio tipico delle classi dirigenti, e finisce col dimostrare il vero intento sotto i lodevoli propositi.   
Nel caso di Tavolara, così come negli altri casi accennati in Puglia, gli ostacoli che la ZES ha rimosso con un sol colpo di spugna sono ben tre: il Comune di Olbia, la Regione Sardegna, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, il Ministero della Cultura.

Al recente G7 Giorgia ha cercato di riconquistare le perdute grazie di Donald, ma senza successo. Lui l’ascolta a malapena, non la guarda neanche. Colpevole di non aver eseguito gli ordini di collaborare militarmente in Iran. A differenza di Merz, animato da velleità post-naziste, l’Italia è contraria alle guerre. Perso da tempo Putin, non le resta che tifare, ahimé, quel furbone di Zelensky, miliardario coi soldi nostri

È bastato un Consiglio dei Ministri il 4 giugno scorso per dare un calcio a tutti questi ostacoli e approvare il progetto.

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Mi viene da chiedere quanto tempo avrà dedicato a questa pratica Giorgia Meloni, nel turbinio di viaggi all’estero, in mezzo ai “grandi della Terra”, tra cui il suo ritrovato (ex)amico americano, che vanta un carnet lungo una vita sullo sfregio dell’ambiente (e così indelicato da trattare la sua fan come una questuante). C’è poco da girarci intorno: alla destra, e quindi alla Meloni, dei valori ambientali non gliene può “fregà de meno”, come direbbero i suoi compaesani di borgata.
A differenza dell’Albania, dove a muoversi sono stati oltre centomila cittadini, in Italia a combattere sono solo enti locali e movimenti ecologisti, con le carte bollate: la Regione Sardegna, guidata da Alessandra Todde (centrosinistra), ha fatto ricorso al TAR avverso la decisione del CdM. Speriamo.Una considerazione di fondo: come possono i governi centrali resistere pervicacemente alla volontà di chi nei territori sotto attacco ci vive e lavora? In Albania, stupisce e rammarica la presa di posizione a oltranza di un Edi Rama che afferma “finché ci sarò io il progetto dell’isola di Sazan procederà verso il suo compimento”. Affermazioni che suonano quasi eroiche, e altrettanto degne di miglior causa. Quasi si trattasse di chissà quale epica tenzone, anziché, probabilmente, di uno squallido interesse personale, prima di ritirarsi a vita privata, con un tesoretto cui attingere per addolcire gli ultimi anni.

Uno splendido ritratto, che rende omaggio alla bellezza della nostra premier, che la distingue tra i tanti capi maschili che governano il mondo. Il suo più grave difetto in campo politico, a mio giudizio, è la scarsa attenzione per l’ambiente. E Tavolara lo conferma

Quanto a Giorgia Meloni, non è dato sapere in base a quali motivazioni (escludo un suo interesse privato) abbia dato il via libera allo scempio di Tavolara. Evidentemente era troppo impegnata nello scegliere la mise più consona ai consessi internazionali del momento. Bisogna capirla: deve corroborare l’immagine della donna mascolina al comando, con pantaloni e cravatta; una nota elegante molto apprezzata dai media e dai vari capi di Stato presenti nei vari meeting; nonché dalle riviste femminili di moda.
D’altro canto -amore e odio- plaudo alla riuscita, nell’ultimo Consiglio Europeo, dei nuovi strumenti per arginare il flusso di migranti non desiderati, se non dal “fronte largo” della sinistra. Alle prossime elezioni, voterei fifty-fifty a destra e a sinistra, come suggeriva il compianto prof. Giorgio Girard, che guidò l’Associazione culturale Domenica Est di Finale Ligure per oltre vent’anni. Purtroppo, con la legge elettorale in elaborazione, non potremo neppure indicare le nostre preferenze. Come dire: o così o restate a casa. Bravi, continueremo ad astenerci.

Conforme alla sua politica dell’et-et, anziché l’aut-aut che vige nella maggior parte delle scelte che l’individuo è chiamato a fare in un mondo dualistico, il prof. Girard estende questa sua visuale inclusiva anche nel campo della politica, quando l’individuo è chiamato a scegliere, col suo voto, chi vorrebbe al governo. Girard invita al voto plurimo, che include, in varia misura, anche due opposti, anziché optare per uno ed escludere l’altro, evidenziando la parte migliore di ciascun contendente  

Nel suo libro “Il partito mediatico”, (Ananke Ed. 2009), il prof. Girard indaga infatti sulla crescente platea degli “indecisi”, ossia coloro che non riescono a fare una scelta rigidamente dualistica: o sinistra o destra, con tutto ciò di condivisibile e insieme disdicevole che ognuno dei due campi implicitamente impone. Chi guarda con sgomento la politica dei porti aperti della sinistra, ma plaude alla sua attenzione per l’ambiente, di contro alla disciplina della destra, più rigida nei confronti dei confini nazionali, ma insieme lassista sulla speculazione edilizia, potrebbe esprimere il suo oscillante stato d’animo votando entrambi, ma con l’irrinunciabile presenza delle preferenze, onde indicare chi si vota e perché.
Secondo Girard, il sondaggio rincorre sempre gli ondivaghi umori di massa, di contro all’elezione finale, che “artificiosamente ferma il tempo” e cristallizza la formazione di un governo; il quale dovrà poi convivere per anni con la volubilità dei sondaggi, che ne influenzeranno le scelte.
In anni ormai lontani, dopo aver dato impulso alla nascita della Lega Ecologica Finarese, ne uscii quando mi resi conto che era diventato esplicito che essere verde sottintendesse essere al contempo di sinistra. Col passare degli anni mi sono reso conto, visto dove si sono collocati i Verdi, di quanto profetico fosse stato quel mio allontanamento. Il voto plurimo, invece, permetterebbe di votare un partito senza doverne abbracciare in toto le sue colorazioni politiche.

Insieme a Girard, sono anche convinto che il voto plurimo, permettendo di premiare o punire i partiti, alzando o abbassando la % di gradimento, riporterebbe alle urne quanti -ormai maggioranza- esitano nel dover abbracciare per intero le politiche di uno solo dei prospettivi governi, consegnando così le urne ai soli ideologizzati, agli “zoccoli duri” dell’una e dell’altra sponda. L’attuale ripudio delle preferenze è invece uno strumento perfetto per lasciare le cose così come stanno, e lasciare a casa il 50+% dei potenziali votanti.
Ma forse, a dispetto dei proclami, questo è proprio quello che vogliono i nostri politici, bipartisan.
Post Scriptum
Ad articolo ultimato, apprendo dell’ultimo tassello della colonizzazione sarda: quella energetica. E i sardi non sono supini come supponevo: si sono mossi in 200.000 contro questa nuova variante di colonialismo. Ne prendo atto con soddisfazione. [VEDI]

Marco Giacinto Pellifroni 21 giugno 2026

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2 thoughts on “AREE PROTETTE. DA CHI?”

  1. L’articolo pone una questione che va ben oltre l’ambiente: a cosa servono davvero le aree protette se, quando arrivano grandi interessi economici o infrastrutturali, i vincoli sembrano diventare improvvisamente elastici?
    L’autore parte dalla constatazione che negli ultimi anni si è moltiplicata la retorica della tutela ambientale, mentre contemporaneamente aumentano deroghe, procedure accelerate e strumenti straordinari che consentono interventi anche in territori teoricamente sottoposti a particolari protezioni. Il riferimento alle ZES (Zone Economiche Speciali) e alla semplificazione amministrativa apre una riflessione più ampia sul rapporto tra sviluppo economico e tutela del territorio.
    Da savonese, la domanda viene quasi spontanea: quante volte abbiamo sentito parlare di biodiversità, consumo di suolo zero, salvaguardia del paesaggio e poi ci siamo ritrovati a discutere di nuovi impianti industriali, ampliamenti portuali, depositi energetici, discariche o infrastrutture proprio nelle aree più delicate?
    La provincia di Savona è ricca di aree protette, dai sistemi costieri alle zone collinari e vallive, almeno sulla carta. Esiste una vasta rete di aree tutelate che interessa gran parte del territorio provinciale. Il vero problema, però, non è l’esistenza delle aree protette. È la loro credibilità.

  2. Però see un’area è davvero strategica dal punto di vista ambientale, dovrebbe essere difesa indipendentemente dal colore politico del governo o dall’importanza economica del progetto proposto. Se invece ogni tutela può essere aggirata quando arriva un’opera ritenuta “prioritaria”, il rischio è che il cittadino finisca per considerare questi vincoli come semplici formalità burocratiche.
    L’articolo coglie proprio questo nervo scoperto: la distanza crescente tra le dichiarazioni ufficiali e la percezione dei cittadini. Una distanza che in Liguria conosciamo bene. Da una parte convegni, tavole rotonde e slogan sulla sostenibilità; dall’altra territori che vedono susseguirsi progetti sempre più impattanti e si chiedono se la parola “protetto” abbia ancora il significato che aveva una volta.
    In fondo la domanda contenuta nel titolo è tanto semplice quanto scomoda: le aree protette sono protette dalla natura o dagli interessi dell’uomo? Perché se la risposta cambia a seconda delle convenienze del momento, allora non stiamo parlando di tutela ambientale, ma di tutela a geometria variabile.

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