I TENTACOLI DI ISRAELE
Chi mai avrebbe potuto immaginare, nel 1948, quando agli ebrei fu assegnato un lembo del territorio dove vissero i loro avi, a titolo di ricompensa morale per le sofferenze patite ad opera dei nazisti, che quegli stessi beneficiari avrebbero trasformato l’iniziale gratitudine in una cieca sete di rivalsa sulle popolazioni circostanti, espandendo l’iniziale enclave a suon di bombe e usurpazioni armate, trasformando l’intera area mediorientale in una polveriera senza scampo?
Eppure, una semplice occhiata alla mappa della Palestina vale a convincerci di ciò che ritenevamo impossibile, con l’aggravante che non si tratta di un’operazione conclusa, ma tuttora in fieri.

Il presidente turco Erdogan illustra all’Assemblea Generale ONU nel 2019 l’espansionismo di Israele. Da allora, non sazi di quanto già incorporato, Israele ha proceduto nelle sue annessioni con la forza delle armi, sia sulla sparuta striscia di Gaza che sulla Cisgiordania e il Libano.

Tuttavia, gli appetiti di Israele vanno ben oltre l’ultima mappa mostrata da Erdogan 7 anni fa. Infatti, sulla base di Genesis 15:18, il territorio su cui esso vanterebbe antichissimi diritti di proprietà spazierebbe dal Nilo all’Eufrate. E, nelle bellicose affermazioni di membri del governo, l’espansione dovrebbe addirittura includere la Turchia, ossia la nazione che vanta il maggiore esercito della NATO, che infatti non cessa di lanciare avvertimenti e sfide all’indirizzo di Israele
Se queste mire possono sembrarci esuberanti, dobbiamo ricordare che, tramite la diaspora, gli ebrei sono presenti in varie parti del globo, specificamente negli Stati Uniti, dove la loro comunità è bene insediata nei gangli di maggior potere, ossia nel mondo della finanza.

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Da questo avamposto, essi sono in grado di condizionare, e sottomettere, buona parte della classe politica, ai limiti del ricatto, in base al quale trovano spiegazione provvedimenti che non potrebbero giustificarsi altrimenti. L’ultima mossa, di spingere il presidente Trump a muover guerra all’Iran, ossia ad una nazione lontanissima dagli interessi americani, offre l’ultimo esempio di questa subordinazione degli interessi di uno Stato ai voleri di Israele, che sotto molto aspetti può prefigurarsi come il 51°, e il più potente, Stato degli Stati Uniti.
La maggiore peculiarità dell’ebraismo è il suo cosmopolitismo, che li porta ad intervenire nelle aree del modo dove si profili uno spiccato interesse affaristico, quando non spiccatamente politico. Questo profilo economico li porta a non differenziarsi da quell’altro affarista, pur non ebreo, che si chiama Donald Trump, che mescola disinvoltamente gli affari propri con quelli, o persino contro quelli della nazione che egli dovrebbe rappresentare. Ne abbiamo visto un ripugnante esempio nel cinico progetto di trasformare il cimitero in cui lui stesso e Netanyahu hanno trasformato Gaza, con una scia di 80.000 morti, in un resort di lusso per milionari -o miliardari- pari loro.E, a proposito di resort d’alto lignaggio, merita qui osservare l’ultimo episodio di questa tendenza a scorgere opportunità di guadagno sia sulla pelle di esseri umani che sulla presenza, disdegnata come “inutile”, di aree naturali protette, in nome del cemento.


Nella capitale Tirana il popolo albanese è in costante mobilitazione contro l’ennesimo resort per ultra-ricchi proposto dal fondo d’investimento Affinity di Jahred Kushner (israeliano) e Ivanka Trump, sua moglie e figlia di Trump. [VEDI] e [VEDI]

Ad un ecologista, come chi scrive, è motivo di piacevole stupore vedere un così ingente numero di cittadini che protestano a difesa di un’oasi naturale, tappa e riposo di uccelli migratori, come il fenicottero rosa, assunto a simbolo della protesta
Mi riferisco all’isola di Sazan, in pieno stretto di Otranto, che sembra messa lì apposta per fare da sentinella dell’ingresso al Mar Adriatico. Adesso gli stretti strategici sono di gran moda; ed oggi è il turno di questa isola, la cui posizione è sempre stata oggetto di attenzione da parte dei possessori di turno, dapprima l’Italia, che l’occupò alla vigilia della Grande Guerra, nel 1914, per poi venire utilizzata dall’Italia fascista come avamposto militare, e infine ritornare nel 1947 all’Albania di Enver Hoxha, che ne fece una base segreta. Il risultato è un’isola traforata da km di tunnel e disseminata di bunker.

Uno scorcio dell’isola di Sazan
Il rituale è sempre lo stesso: i governi si inchinano di fronte ai grandi gruppi immobiliari, col pretesto che “portano occupazione”; in realtà portano soldi a governi ed enti locali. Non diversamente, il premier albanese Edi Rama, lo stesso che si inchinò platealmente di fronte a Giorgia Meloni quando progettava gli ormai famigerati centri di detenzione per migranti in attesa di rimpatrio, oggi replica di fatto quel gesto assentendo alle richieste di Jared Kushner, usato senza successo da Trump nelle trattative diplomatiche in Medio Oriente. Un Edi nuovamente disposto a cedere pezzi del territorio nazionale mentre la piazza grida “Ivanka Go Home” e “L’Albania non è in vendita”. [VEDI e VEDI] Del resto, cos’altro ci si può aspettare da capitalisti cosmopoliti, che prosperano spogliando senza vergogna i popoli e i territori delle risorse primarie per venderle ai loro compari come beni superflui?
Infatti, basta attraversare lo stretto da Sazan per approdare a Mogale, sulla costa di Ostuni, nel Salento, e assistere a un replay di quanto avviene a Sazan. [VEDI] Qui il gruppo immobiliare si chiama Omnam, è totalmente israeliano ed è già attivo in Italia del Sud, considerata terra di conquista, senza bombe (siamo fortunatamente più forti della povera Gaza e del debole Libano), ma attraverso la collaudata corruzione dei poteri centrali e contro la volontà dei cittadini locali, totalmente esautorati dall’acronimo ZES (Zone Economiche Speciali), riservate al Sud, che agiscono d’imperio e con procedure accelerate per ottenere una favorevole VIA (Valutazione Impatto Ambientale) anche in zone ambientalmente protette. Tasse insufficienti e Stato senza soldi? Niente panico, accorrono in soccorso gli immobiliaristi, esperti collaudati nella devastazione di territori di “interesse turistico”. Del resto, Ostuni è già stato oggetto della cupidigia dei miliardari, con la Masseria Le Taverne, ad opera di un altro gruppo legato al miliardario francese Vuitton.

Il meccanismo è semplice: man mano che grandi società accumulano soldi, anche per l’inerziale effetto valanga, prosciugando come un’idrovora le tasche dei cittadini “comuni”, si presenta il problema di cosa farne, affinché l’inflazione non ne riduca progressivamente il valore. Un problema lontanissimo da quei cittadini che vivono del proprio lavoro e faticano a mettere insieme pranzo e cena.
Questi gruppi, promettendo di creare lavoro, non circolare, e quindi nella necessità di trovare nuovi sbocchi al compimento di ogni progetto, sono in pratica parassitari della gente che lavora e dell’ambiente. Non c’è alcuna differenza tra il loro procedere e quello delle mafie; se non che le ultime sono perseguite dallo Stato come fuori legge, mentre a questi banditi in doppiopetto i burattini che noi eleggiamo ad ogni tornata elettorale riservano particolari onori, in cambio di denaro, legale o sottobanco.
Poiché il vizio di usare i territori nazionali come bancomat per far cassa è una prassi ormai consolidata da parte di Stato, Regioni e Comuni -e non solo in Italia, come abbiamo appena visto- le divergenze tra destra, centro e sinistra, vengono mantenute soltanto per ingannare i cittadini, salvo poi zittirli, con la complicità dei giornalisti di regime, mentre ci si accorda con i lobbisti di turno.

I giornalisti, che dovrebbero essere i cani da guardia, i whistleblowers del potere, ne sono diventati il supporto esterno. Altro che quarto potere! E vogliono persino esser pagati, come compenso della loro acquiescenza [VEDI]
Quindi, ben venga il movimento che cerca almeno di privare le varie testate delle sovvenzioni pubbliche, così da non legarli al potere politico al fine di continuare a fruirne.
Se lo spazio ancora libero per diventare area edificabile è ridotto al lumicino al Nord, in particolare sulle coste, già debitamente cementificate, il Sud offre ancora qualche prateria per scorribande edificatrici, come appena visto.
In sostanza, il cannibalismo del territorio s’è solo attenuato, ma serve ancora come vile monetizzazione delle poche aree rimaste. Quando uno Stato squattrinato lascia i Comuni ad arrangiarsi, si comincia con lo spennare la gente con multe ad ogni angolo di strada; e si finisce col vendere gli ori di casa, come i nobili decaduti ai Monti di Pietà. Oggi però di pietà non se ne vede l’ombra.
Post Scriptum. C’è un ulteriore risvolto, o almeno un sospetto, oltre al lato puramente pecuniario, dietro le mire sull’isola di Sazan. Infatti, lo Stretto di Otranto è l’ultimo tratto del gasdotto TAP (Trans Adriatic Pipeline), che, per 878 km attraverso Turchia, Grecia e Albania, porta il gas dai giacimenti sotto i fondali del Mar Caspio, in Azerbaigian, fino alla costa pugliese. E tutti sappiamo quanto questo gas sia prezioso, dopo la sciagurata imposizione UE di tagliare i rifornimenti dalla Russia. Giudicando gli eventi in base al motto cui prodest, non era difficile capire chi avrebbe tratto vantaggio dal sabotaggio del gasdotto Nord Stream: dietro l’Ucraina, che solo dopo anni si scoprì aver compiuto quel crimine direttamente, campeggiano gli Stati Uniti, cui ci si dovette rivolgere, a caro prezzo, per sopperire all’improvvisa mancanza. Oggi, la vicinanza geografica dell’isola di Sazan a quel gasdotto non rende così ardito il sospetto che il duetto USA-Israele potrebbe replicare l’insano gesto con base d’appoggio sulla vicina Sazan, attribuendolo poi, chissà, agli attivisti NO TAP. Ormai questi banditi hanno dimostrato di non fermarsi di fronte a niente per raggiungere i propri scopi: to make a deal, come non si stanca di ripetere Donald Trump. Quindi, grazie Albania!
Marco Giacinto Pellifroni 14 giugno 2026
L’articolo di Marco Giacinto Pellifroni è destinato a dividere. Alcuni lo considereranno eccessivo, altri lo applaudiranno come una denuncia coraggiosa. Come spesso accade, la verità probabilmente sta nel mezzo.
Al di là dei toni forti e delle generalizzazioni che possono essere contestate, il testo pone una questione che merita attenzione: il peso crescente delle grandi lobby economiche e finanziarie nelle scelte politiche internazionali. Non soltanto in Israele, ma ovunque. Dalle guerre alle grandi operazioni immobiliari, dalle infrastrutture energetiche alla trasformazione di interi territori in occasioni di profitto, il sospetto che il denaro conti più della volontà dei cittadini è ormai diffuso in molte democrazie occidentali.
Secondo me l’aspetto più interessante dell’articolo non è forse l’accusa contro Israele, ma la denuncia di un modello globale in cui il territorio, l’ambiente e perfino le guerre rischiano di diventare strumenti al servizio di interessi economici sempre più concentrati nelle mani di pochi. Un fenomeno che non riguarda soltanto il Medio Oriente, ma anche l’Europa, l’Italia e, nel nostro piccolo, le vicende che osserviamo ogni giorno nei nostri territori.
Non bisogna, però, confondere le responsabilità di governi, gruppi economici e singoli dirigenti politici con interi popoli o comunità. Le guerre non sono mai colpa di un’etnia, di una religione o di una nazione nel suo complesso. Sono invece il risultato di decisioni prese da classi dirigenti che spesso agiscono perseguendo interessi geopolitici ed economici. Resta tuttavia difficile negare che la tragedia di Gaza, il conflitto permanente in Medio Oriente e le continue tensioni regionali abbiano alimentato interrogativi sempre più forti sul ruolo del governo israeliano e sui rapporti privilegiati che esso intrattiene con una parte significativa dell’establishment occidentale. Su questi temi il dibattito è legittimo e necessario quindi ben vengano gli articoli come questo