Le nuove vie della fede e la fine della dialettica. Se mancano prove e argomenti interviene l’autorità del piccolo schermo

Le nuove vie della fede e la fine della dialettica
se mancano prove e argomenti interviene l’autorità del piccolo schermo

Non c’è alcun motivo o, meglio, non c’è alcun motivo confessabile perché l’Italia partecipi al complotto anglo-franco-tedesco contro la federazione russa, ormai trasformato in guerra aperta.

E non c’è alcuna contrapposizione di interessi fra il nostro Paese e la Russia; nessuna seppur remota rivalità territoriale, industriale o commerciale, nessun contenzioso ma, al contrario, una storica vicinanza culturale e un’amicizia che neppure la demenziale campagna di Mussolini ha potuto incrinare. Ne consegue che governo e finta opposizione hanno un problema: come fare accettare all’opinione pubblica l’appoggio incondizionato all’Ucraina nella sua guerra per procura contro Mosca? O, se questa formulazione dispiace a qualche anima bella, come rendere “normale” che un conflitto interno a un Paese terzo debba debba impegnarci oltre una semplice nota diplomatica imponendo insopportabili sacrifici alla nostra produzione industriale, al nostro commercio, al nostro turismo e stornando risorse pubbliche non solo e non tanto per un’ingiustificata corsa al riarmo ma per fornire armi e sostegno finanziario all’Ucraina, che si aggiunge al costo per l’accoglienza degli ucraini riparati a casa nostra. Ragionando in astratto tutto questo dovrebbe passare spiegando agli italiani che non lo capiscono da soli che è una scelta obbligata, una  necessità vitale per il nostro Paese, per la nostra sicurezza, per il nostro benessere e la nostra tranquillità quella di  difenderci dalla minaccia russa, dall’imminenza di una aggressione russa o da un’aggressione già in atto. Ma non è possibile farlo per la mancanza di un benché minimo appiglio a favore di simili argomenti e chi lo facesse, per quanto siamo abituati a  navigare in un mare di notizie false, rischierebbe di incorrere in un TSO o come in altri tempi si sarebbe detto, verrebbe impacchettato in una camicia di forza e portato in manicomio.

E allora che fare? Perché anche se questa è la caricatura di una democrazia  in un modo o in un altro le cose al popolo bue debbono essere comunicate e a questo scopo esistono canali diretti e indiretti come i media, che in teoria rappresentano un circuito di retrocomunicazione. Ed ecco il trucco, attinto a secoli di tradizione religiosa e alla coralità della fede: far sentire un’unica voce che non spiega ma afferma, che non solleva dubbi ma conferma certezze, che non si perde nella doxa ma si regge saldamente sul dogma. Una voce che trasforma una tesi da dimostrare in un presupposto da cui partire.

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Nel momento stesso in cui un’opinione viene diffusa da una trasmissione televisiva essa acquista l’autorevolezza propria di quella rete televisiva. Insomma, si dà per inteso che chi parla nei salotti televisivi, nei talk show, nei programmi di approfondimento sia una persona che rappresenta una parte politica, un’istituzione, un ente pubblico o che per la sua attività in ambito letterario, artistico, scientifico o in quello dell’informazione goda di un credito unanimemente riconosciuto. Questo non significa che quel che dice sia oro colato o che gli vada riconosciuto un peso superiore a quello di qualunque anonimo essere umano ma, al contrario, implica che sia carico di una responsabilità che riverbera su ciò che egli rappresenta, come singolo o come espressione di una realtà collettiva.

Bisogna normalizzare l’idea che la guerra è una eventualità di cui tener conto; che la minaccia viene dalla Russia; che in medio oriente Israele si agita per garantire la sua sopravvivenza; che l’Europa sedotta e abbandonata dalla Casa Bianca deve armarsi e  stringersi intorno ad una Nato acefala; che in Ucraina si combatte una nostra guerra. Prese tutte insieme e una alla volta sono delle idiozie che nascondono scomode verità: il tramonto della democrazia, il decadimento culturale etico e politico dell’occidente, l’incapacità di fronteggiare la pressione tecnologica e industriale cinese e la micidiale combinazione di squilibri sociali e immigrazione selvaggia nonché il dato drammatico della divaricazione fra interessi di pochi e interessi collettivi.

Ma di quale credito godono i politici? Mi sento di rispondere tranquillamente: nessuno. E quanto ai  giornalisti, la loro attendibilità è direttamente proporzionale al numero dei lettori dei giornali. I signori della disinformazione e gli addetti al controllo della pubblica opinione lo sanno benissimo e devono ricorrere a nuovi mezzi per incidere sulla  coscienza collettiva che in ogni momento rischia di destarsi e di rivolgersi contro il Pensiero Unico. Fra questi, oltre alla manomissione dei fatti e alla scoperta diffusione attraverso i telegiornali di notizie false, c’è  il ricorso ad esponenti della società civile, con la presunzione che riescano dove politici e media falliscono. A questa operazione si prestano personaggi come Andrea Romano o Annamaria Bernardini de Pace.

Andrea Romano, ex PD diventato un opinionista Mediaset 

Andrea Romano, ospite pressoché fisso delle reti Mediaset e della 7, si presume che venga invitato nella sua qualità di docente universitario  dal momento che come politico dopo aver saltabeccato qua e là è ormai uscito di scena e non rappresenta nessuno;  le sue parole pertanto  riflettono non solo la sua personale caratura accademica ma ricadono sulla attendibilità del sistema formativo nazionale. Bene, dalla sua bocca abbiamo sentito ingiuriare Putin, il presidente della federazione russa, al quale in un’occasione ha dato del mentitore seriale e in un’altra dell’assassino. Con Trump, che com’è noto è visto come il fumo negli occhi dall’establishment europeo, avamposto dei dem americani, è stato più tenero e si è limitato a dargli del bugiardo. Ora va bene che viviamo in un periodo di disinvoltura nell’abbigliamento e nel linguaggio ma, buon gusto e misura a parte,  vige ancora l’articolo 297 del Codice Penale, che punisce con la reclusione da uno a tre anni chiunque  offende l’onore e il prestigio del Capo di uno Stato estero. E non c’è bisogno di essere un esperto di diritto per sapere che il reato è aggravato dal ruolo sociale ricoperto dal colpevole. Nel salotto politico di rete4, in compagnia di Romano, che presumibilmente era  presente come voce della sinistra, a rappresentare la destra era  l’avvocata Bernardini de Pace, che da decenni, non si sa a che titolo, imperversa sugli schermi televisivi:  mistero gaudioso quale autorevolezza debbono avere le sue esternazioni, ma tant’è. Detto questo, è istruttiva la loro perfetta consonanza, segno di quanto sia sottile il confine fra i due schieramenti, soprattutto quando si toccano tasti come l’Ucraina, Israele o il regime iraniano. Un regime che la propaganda israelo-statunitense ha descritto come massacratore del suo popolo, un dato che si sposa male con la straordinaria compattezza di cui ha dato prova sotto i missili degli aggressori; un regime  che  l’assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei  avrebbe dovuto far crollare ed ha invece rafforzato. E anche questo, parola di Romano e dell’avvocata, è una sconfitta di Trump, non un errore dei servizi americani infiltrati dal Mossad.

Bernadini de Pace

Chiunque abbia un minimo di senno dovrebbe  riconoscere che il presidente americano ha dimostrato di essere capace di correggere i propri errori – che è tutt’altra cosa rispetto all’incoerenza – confessando implicitamente di essersi fatto trascinare da Netanyahu, non per niente ora rabbiosamente strapazzato,  in un’avventura dalla quale si è reso conto di aver solo  da perdere e di aver  proseguito coerentemente sulla via della cessazione di un’aggressione rovinosa per gli Stati Uniti non solo per l’immagine e per le ripercussioni interne ma anche sul piano militare. Succede esattamente il contrario e proprio su questo punto la signora Bernardini de Pace se n’è uscita con una affermazione di una gravità inaudita: se gli americani mollano la presa con l’Iran, Israele deve continuare a qualunque costo e con ogni mezzo il lavoro iniziato.  Picchiare duro finché l’Iran non sarà liberato perché quel che è bene per i persiani non lo decidono la maggioranza dei persiani ma le sparute minoranze che premono dal Kurdistan, i nostalgici della monarchia cacciata a furor di popolo nel febbraio del 1979 e quel 2 o 3% di iraniani della “diaspora” gonfiata anche numericamente dai nostri media e dai Romano e Bernadini de Pace di casa nostra. Ma soprattutto quel che è bene per gli iraniani – che non hanno bisogno che siano gli occidentali per ricordarsi di essere gli eredi degli antichi persiani – non lo decidono gli ebrei né gli americani, tanto meno gli europei o gli inglesi, con i loro governi “democratici”. Tanto democratici che rispondono non ai loro popoli ma all’impalpabile dominus finanziario che in buona parte coincide proprio con gli interessi di Israele.

Trump e Netanyahu

A questo punto devo constatare che le argomentazioni dei due ospiti dei talk show di rete 4 sono esattamente quelle dei loro politici di riferimento e corrispondono a quelle degli opinion maker ufficiali della carta stampata. Ma se la loro è la voce della società civile  e coincide con quella del governo e quella dell’opposizione, se non c’è traccia di un’opinione diversa, se nessuno di quelli ai quali è riconosciuta autorevolezza solleva il minimo dubbio vuol dire che quella è la Voce della Verità, è una luce che viene direttamente dall’alto dei cieli, è un’evidenza della quale non resta che prendere atto. La nuova dogmatica di rito meloniano.

Pierfranco Lisorini

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2 thoughts on “Le nuove vie della fede e la fine della dialettica. Se mancano prove e argomenti interviene l’autorità del piccolo schermo”

  1. L’articolo di Pier Franco Lisorini non è soltanto un intervento sulla guerra in Ucraina o sui rapporti con la Russia. È soprattutto una riflessione sul declino del confronto critico e sulla trasformazione dell’informazione in una sorta di nuova religione civile, dove spesso l’autorità mediatica sostituisce il ragionamento.
    Si può essere d’accordo o in disaccordo con le conclusioni dell’autore, ma la domanda che pone è interessante: che fine ha fatto la dialettica? Un tempo le idee si confrontavano attraverso dati, argomentazioni e dibattito. Oggi troppo spesso il principio sembra essere: “lo ha detto la televisione”, “lo ha detto l’esperto”, “lo ha detto il giornalista”, e la discussione finisce lì. Il rischio, però, non riguarda solo una parte politica. Vale per tutti. Vale per chi crede ciecamente alle versioni ufficiali e vale anche per chi crede ciecamente alle versioni alternative. Quando si smette di verificare i fatti e si sceglie semplicemente di aderire a una narrazione, si passa dal terreno della ragione a quello della fede.,In questo senso il titolo è particolarmente efficace. Lisorini descrive una società nella quale il piccolo schermo, i talk show, i social e i commentatori televisivi finiscono per assumere un ruolo quasi sacerdotale: non spiegano, certificano. Non dimostrano, proclamano. E chi dissente viene spesso trattato come un eretico più che come un interlocutore.

  2. La cosa curiosa è che il fenomeno descritto nell’articolo attraversa tutto il mondo occidentale. Lo abbiamo visto durante la pandemia, nelle guerre, nelle campagne elettorali e persino nei dibattiti ambientali. Non conta più tanto la forza dell’argomento, ma l’autorevolezza percepita di chi lo pronuncia.
    Forse il vero problema non è stabilire chi abbia ragione tra Russia e Occidente, tra governo e opposizione o tra una tesi e la sua contraria. Il problema è che stiamo perdendo l’abitudine a porci domande. E una democrazia senza domande rischia di trasformarsi lentamente in una tifoseria.
    Come scrive implicitamente l’autore, quando la discussione pubblica smette di cercare prove e si affida soltanto all’autorità, la politica assomiglia sempre meno a un confronto tra idee e sempre più a un atto di fede. E la fede, per definizione, non ha bisogno di argomenti. La democrazia invece sì.

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