Alcune note su “Arremba su la strinata proda” di Eugenio Monta

Arremba su la strinata proda
le navi di cartone, e dormi,
fanciulletto padrone: che non oda
tu i malevoli spiriti che veleggiano a stormi.

Nel chiuso dell’ortino svolacchia il gufo
e i fumacchi dei tetti sono pesi.
L’attimo che rovina l’opera lenta di mesi
giunge: ora incrina segreto, ora divelge in un buffo.

Viene lo spacco; forse senza strepito.
Chi ha edificato sente la sua condanna.
E’ l’ora che si salva solo la barca in panna.
Amarra la tua flotta tra le siepi.

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Attraccare su la strinata proda non è una soluzione edificante, ma è sempre meglio che persistere nel far navigare con pericolo e fatica, senza sestante e senza scandaglio, delle navicelle di cartone: la dote, effimera ed ironica, che il “fanciulletto padrone” ha di un po’ di carta ripiegata e poi di niente.
Non è una bella soluzione perché dalla agitata superficie che può ghermirle, tenta la salvezza su una riva riarsa, che così tanto più appare in quanto nasce dalla linea di confine con il suo opposto, l’acqua.
La riva potrà proteggerlo (qui tra navi e capitano c’è immedesimazione: si salva se le salva e viceversa; se loro potranno approdare, lui potrà riposare) soltanto al costo di riservargli una contropartita molto simile alla pena cui sfugge. Si può naufragare anche sotto il sole. L’approdo è un ripiego, non una salvezza. Il suo sonno ha la calma del narcotico:

[…] che non oda / tu i malevoli spiriti che veleggiano a stormi.

Da siffatti versi siamo indotti a immaginare questi spiriti come vènti malvagi che soffiano nelle vele e le gonfiano verso l’insidia della scogliera, e insieme come nocchieri.
Sono entità che architettano, che pensano, che tramano, che usano della loro forza per portare alla rovina. E sono tante.
Il collettivo di uno stormo elevato a potenza di altri stormi, e tutti ostili.
Ora ci viene rivelato che siamo nel chiuso dell’ortino, quasi questo fosse dimensionato per un soggetto in miniatura.
E allora il gufo, malaugurante uccello, svolacchia tra i malevoli spiriti, se ne intride e contamina e li diffonde anche nell’ortino secondo la proporzione che è misura equa e imperterrita  per ogni umano. In tutto ciò, il diminutivo di ortino dopo un primo conforto, resta tale; senza, come spesso accade, assumere la funzione simultanea di vezzo. Ortino non apre a una speranza improvvisa che s’affaccia, non è il lenimento della parola “chiuso” che lo precede nella posizione sintattica.
Si direbbe piuttosto, per contrasto, che il fumo dei camini sia più scuro e più pesante, stenti ad alzarsi, tradisca quasi la sua natura aerea e opprima ulteriormente l’illuso fanciulletto padrone.
Nei versi a cavallo fra seconda e terza strofa, la parola “spacco”, è generica e gergale; fa sospettare di essere sottintesa per significato, in rima ed allitterazione, con due termini i quali, assenti,potrebbero lavorare sub limine:

Smacco, perché ” l’attimo che rovina l’opera lenta di mesi forse giunge senza strepito.
Scacco, perché ” chi ha edificato sente la sua condanna “.

Ora rivediamoli questi versi:

L’attimo che rovina l’opera lenta di mesi
giunge: ora incrina segreto, ora divelge in un buffo.

Viene lo spacco; forse senza strepito.
Chi ha edificato sente la sua condanna.

e ci sembrerà di leggere l’Ecclesiaste:
Perché che rimarrà mai all’uomo di tutto il suo faticoso lavoro, dei suoi pensieri, di tutto quello che ha fatto con tanta pena sotto il sole? (Ecle 2, 22).

A differenza di ciò che Esterina di “Falsetto” ci suggerisce avanzando
“sul ponticello / esiguo, sopra il gorgo che stride ” per poi tuffarsi fra le braccia del suo divino amico che l’afferra, ovvero del mare (della vitale follia dell’esistere), lasciando sconsolati coloro che non hanno lo stesso coraggio e perciò sono “della razza / di chi rimane a terra”, qui
“è l’ora che si salva solo la barca in panna”.

La disdetta di non poter procedere e doversi fermare, è ciò che salva da quanto si troverebbe se si proseguisse la navigazione. E perciò:
“Amarra la tua flotta tra le siepi”
riprende e chiude, più convintamente, l’esortazione iniziale.

Il richiamo dell’evidente allitterazione non sta a proporre i due termini come sinonimici, sebbene semanticamente assai prossimi.
“Arremba” vuol dire accosta e ha un significato più provvisorio.
“Amarra” vuol dire fermare l’imbarcazione assicurandola alle marre, e ha un significato più definitivo, il quale contestualizzato nella poesia ci spinge a pensare che la piccola flotta non si limiti a trovare un riparo, ma che ne faccia ricovero di lunga durata, e tra le siepi ammaini le vele.
Forse le isserà ancora e salperà l’àncora per l’approdo sperato, ma lo sente un momento lontano, lo pensa con desiderio e stanchezza…Amarra: un ormeggio inevitabile ed amaro.
Come non andare con la mente ai versi, sempre montaliani
“Nel futuro che s’apre le mattine
sono ancorate come barche in rada”?
O alla lirica “Sbarbaro, estroso fanciullo” a tratti evidentissimo modello geminante, dove comunque il legame così potente con “Arremba su la strinata proda” non cancella affatto la differenza di prospettiva e di tono: la prima tra chi è salvato da altri (i lettori fedeli) e chi si salva da sé; la seconda tra un’atmosfera più vivace ed una più cupa.
Il caratteristico “tu” di Montale in “Arremba su la strinata proda” non è più la parte per il tutto (dove il tutto non sta per tutti quanti, ma per tutti coloro che sono disposti a stare in ascolto, a mostrarsi uomini di buona volontà) come nella poesia “Sbarbaro, estroso fanciullo”:

” Sii preveggente per lui, tu galantuomo che passi:
col tuo bastone raggiungi la delicata flottiglia,
che non si perda; guidala a un porticello di sassi” ,

ma quella strana entità che fa per un tratto siamesi, unendo in condivisi destini, due bambini-poeti, già troppo saggi ed insieme troppo poco cresciuti. Si spronano, si riconsigliano, in un circuito chiuso.
Dice l’uno:

L’attimo che rovina l’opera lenta di mesi
giunge: ora incrina segreto, ora divelge in un buffo.

L’altro rimanda:

– Viene lo spacco; forse senza strepito.
Chi ha edificato sente la sua condanna.

E insieme:
– Amarra la tua flotta tra le siepi.

 “Arremba su la strinata proda” non è una poesia gentile. Dichiara una resa e lo fa senza giri armonici.
La metrica segue e conferma, mediante un’irregolarità diffusa che non permette di darle un volto.
I versi sono di differente lunghezza. Addirittura si arriva alle 19 sillabe grammaticali dell’ 8° verso.
Inganna sulle rime, che non si palesano subito, ma non mancano mai.
Una di esse è imperfetta (bufo e buffo), e una è ipèrmetra (strepito e siepi) dove strepito è anche in allitterazione con tutte le lettere di spiriti, ad  esclusione della “e” e della “o”.
Vi è la rima di “rovina” con “incrina” senza che nessuna delle due sia a fine verso.
Ma non è tanto questo.
Quello che più cruccia di questo approdo amaro è che finisce tutto all’ombra di una siepe.
Non c’è più tempo. Il diario tormentato di un’estate che sono gli “Ossi”, disporrà per disbrogliare il filo “che finalmente ci metta /  nel mezzo di una verità” di soli 22 brevi versi, quelli delle ultime due liriche.
E sappiamo, noi più di Montale, perchè le abbiamo già lette mentre lui non le ha ancora scritte, che non basteranno.

FULVIO BALDOINO

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One thought on “Alcune note su “Arremba su la strinata proda” di Eugenio Monta”

  1. Ringrazio il prof. Baldoino per questa nuova analisi-commento di un testo che presenta così tanti nodi da disbrogliare, a cominciare da quei “malevoli spiriti che volteggiano a stormi” intorno al “fanciulletto padrone” delle “navi di cartone”.,Fin dalla prima strofa il poeta degli “Ossi” ci immerge in una dimensione onirica e disincantata a un tempo. Chi à quel “fanciulletto”, a cui si rivolge Montale? In quel contesto spaziale-geografico, al confine tra terra e mare, non appare infondata l’ipotesi che si tratti del poeta stesso che si rivolge al bambino che era, ancora ignaro dei pericoli a cui si va incontro quando si salpa per l’alto mare aperto della vita adulta con le sue burrasche e i suoi naufragi. Il tema è appunto il disincanto e, come bene sintetizza il prof. Baldoino: “Arremba su la strinata proda” …”Dichiara una resa e lo fa senza armonici”; difatti è un “osso” pieno di suoni aspri e scabri, puntualmente rilevati nel commento. Non si tratta di un felice approdo ma di un “approdo amaro”. Il paradosso montaliano, ma anche leopardiano e, per certi aspetti, gozzaniano, consiste nella felicità e di una perfezione formale che sfiora il preziosismo per significare che “finisce tutto all’ombra di una siepe”.

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