David Rossi, tredici anni dopo il suicidio diventa un presunto omicidio. Ma la verità è ancora tutta da scrivere

Dalle prime archiviazioni alle inchieste delle Iene, fino alla Commissione parlamentare che indica un possibile mandante e un organizzatore. Sullo sfondo il Monte dei Paschi di Siena, miliardi di euro, rapporti di potere e una pista che conduce alla ’ndrangheta. Ma tra le conclusioni della politica e le prove della giustizia rimane una distanza che non può essere ignorata.

David Rossi

Ci sono morti che sembrano destinate a essere dimenticate. E altre che, nonostante gli anni, continuano a interrogare la coscienza di un Paese.
Quella di David Rossi, responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, è una di queste.
Il 6 marzo 2013 Rossi precipita dalla finestra del suo ufficio, al terzo piano di Rocca Salimbeni, sede storica della banca senese. Ha 51 anni. La prima ricostruzione è quella del suicidio, successivamente confermata dalle archiviazioni giudiziarie.
Tredici anni dopo, nell’ottobre 2026, una Commissione parlamentare d’inchiesta sostiene invece che Rossi sarebbe stato ucciso e arriva a indicare due persone che avrebbero avuto ruoli diversi nella vicenda.
È una svolta clamorosa. Ma occorre precisare subito un elemento fondamentale: non esiste una sentenza che abbia accertato l’omicidio, né una responsabilità penale dei presunti mandanti o organizzatori indicati dalla Commissione.
La distinzione non è soltanto giuridica. È essenziale per comprendere quanto sia ancora lunga la strada verso la verità.

Una morte nel momento più difficile del Monte dei PaschiPer comprendere questa storia bisogna tornare alla Siena del 2013.
Il Monte dei Paschi è travolto dalle conseguenze di operazioni finanziarie controverse, a cominciare dall’acquisizione di Antonveneta e dalle operazioni sui derivati. Una crisi che coinvolge dirigenti, politica, fondazioni bancarie e un sistema di relazioni costruito nel corso degli anni.
David Rossi non è un semplice dipendente. È l’uomo della comunicazione, una figura vicina ai vertici, una persona che conosce ambienti, protagonisti e dinamiche interne della banca.
Non risulta indagato nelle vicende finanziarie che scuotono l’istituto, ma vive professionalmente dentro quella tempesta.
La magistratura ritiene che le pressioni di quel periodo possano spiegare il gesto suicidario. La famiglia, invece, contesta fin dall’inizio questa conclusione.
Ed è proprio qui che nasce una delle domande centrali della vicenda: Rossi era un uomo sopraffatto dalla crisi oppure una persona che qualcuno voleva intimidire o mettere a tacere?
Per anni la prima interpretazione ha prevalso negli atti giudiziari. Oggi la seconda è diventata la ricostruzione sostenuta dalla Commissione parlamentare.

Le Iene e le domande che non trovavano risposta
Se questa vicenda non è scomparsa dall’attenzione pubblica, un ruolo importante lo hanno avuto la famiglia e il giornalismo d’inchiesta.
In particolare, la trasmissione Le Iene, con i servizi di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti, ha riportato alla luce incongruenze, testimonianze e particolari che meritavano ulteriori approfondimenti.
Tra ottobre 2017 e aprile 2018 vengono trasmessi undici servizi dedicati alla morte di Rossi. Negli anni successivi il lavoro prosegue, contribuendo a mantenere vivo il dibattito nazionale.
Le immagini della videosorveglianza, i segni sul corpo, la dinamica della caduta, i tempi dei soccorsi, le testimonianze e le modalità dei primi accertamenti diventano oggetto di domande sempre più insistenti.
La questione più inquietante riguarda proprio gli ultimi minuti di vita del manager.
Le immagini mostrano Rossi a terra dopo la caduta. Per diversi minuti è ancora vivo. Ma i soccorsi non arrivano in tempo.
È una scena terribile, sulla quale si sono concentrate numerose ricostruzioni.
Le Iene non hanno dimostrato giudiziariamente un omicidio. Hanno però contribuito a rendere pubblici interrogativi che non potevano essere liquidati semplicemente come curiosità giornalistiche.
E forse questa è la funzione più importante del giornalismo d’inchiesta: non sostituirsi ai magistrati, ma continuare a fare domande quando le risposte non convincono.

Le nuove perizie: Rossi sarebbe stato aggredito
La svolta più importante arriva tra la fine del 2025 e il 2026.
La seconda Commissione parlamentare d’inchiesta, presieduta dal deputato Gianluca Vinci, acquisisce nuove consulenze medico-legali e tecniche.
Secondo la ricostruzione dei consulenti Adolfo Gregori e Robbi Manghi, Rossi sarebbe stato aggredito nel proprio ufficio. Ne sarebbe seguita una colluttazione, durante la quale il manager sarebbe stato sospeso all’esterno della finestra nel tentativo di intimidirlo.
L’azione sarebbe poi degenerata nella caduta mortale.

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Nel marzo 2026 la Commissione approva una relazione intermedia nella quale considera la morte conseguenza dell’intervento di altre persone, escludendo la tesi suicidaria.
A settembre arriva un’altra consulenza, firmata da Edoardo Genovese e Robbi Manghi, che considera scientificamente non sostenibile l’ipotesi del suicidio.
Sono conclusioni importanti, ma restano valutazioni tecniche della Commissione, non accertamenti giudiziari definitivi.

Le ombre nel vicolo: qualcuno avrebbe impedito i soccorsi?
Il 12 ottobre 2026 emerge un ulteriore elemento.
Gli specialisti del RIS dei Carabinieri analizzano i filmati della videosorveglianza e individuano variazioni di luce compatibili con la presenza di persone all’imbocco del vicolo dove Rossi giaceva.
Non si tratta di immagini nitide che permettano di riconoscere dei volti. Sono ombre, analizzate attraverso ricostruzioni tridimensionali e verifiche sperimentali.
Secondo il presidente Vinci, quelle presenze potrebbero avere avuto il compito di controllare l’accesso al vicolo, impedendo che qualcuno intervenisse mentre Rossi era ancora vivo.
È un’ipotesi particolarmente grave.
Se fosse confermata, significherebbe che qualcuno avrebbe potuto assistere all’agonia del manager senza consentire un soccorso tempestivo.
Ma le analisi delle ombre, da sole, non dimostrano che vi fossero persone incaricate di impedire i soccorsi. Questo è uno dei passaggi ancora da verificare.
La Commissione ipotizza il coinvolgimento di almeno quattro o cinque persone, alcune nell’ufficio e altre all’esterno.

Ottobre 2026: la Commissione fa due nomi

Il 19 ottobre arriva la notizia destinata a riaprire tutte le polemiche.
La Commissione parlamentare indica due persone che, secondo la ricostruzione illustrata dal presidente Vinci, avrebbero avuto un ruolo nella vicenda.
Giuseppe Mussari, già presidente del Monte dei Paschi di Siena, sarebbe stato il mandante di un’azione intimidatoria contro Rossi. Un’azione che, sempre secondo questa ipotesi, non avrebbe dovuto provocarne la morte.
Gabriele Ceccherelli, ex protagonista del Calcio storico fiorentino, avrebbe organizzato l’intimidazione e individuato gli esecutori materiali, che non sono stati identificati.
La ricostruzione si basa anche su dichiarazioni raccolte durante colloqui con detenuti, le cui versioni sarebbero risultate concordanti su alcuni punti.
Una delle piste esaminate riguarda possibili anomalie in finanziamenti destinati a una società sportiva. Anche questo presunto movente economico necessita di riscontri indipendenti.
Le reazioni degli interessati sono state nette.
Mussari ha respinto le accuse, definendole una follia e una calunnia, annunciando iniziative legali. Ha inoltre contestato la plausibilità delle operazioni finanziarie descritte e dichiarato di non conoscere Ceccherelli.
Quest’ultimo ha negato qualsiasi coinvolgimento e ha affermato di non conoscere le persone della vicenda.
Lo stesso Vinci ha precisato che i due non risultano indagati sulla base delle informazioni da lui comunicate. Gli atti saranno trasmessi all’autorità giudiziaria per le valutazioni di competenza.
Dunque, attenzione: la Commissione ha indicato possibili responsabilità, ma non ha scoperto un mandante nel senso giudiziario del termine.

La pista della ’ndrangheta: un intreccio ancora da dimostrare
C’è poi un capitolo che rende questa vicenda ancora più inquietante.
La Commissione sta approfondendo possibili collegamenti con ambienti della criminalità organizzata, in particolare con la ’ndrangheta radicata nella Bassa Reggiana e nella Bassa Mantovana.
Tra gli elementi emersi figura un numero relativo a un certificato di deposito, digitato sul telefono di Rossi la sera della morte.
Secondo quanto riportato dalle cronache, quel certificato sarebbe stato collegato a una filiale bancaria di Viadana e a un conto riconducibile, attraverso intestazioni a terzi, a Salvatore Grande Aracri, condannato per reati di ’ndrangheta nel processo Grimilde.
È una circostanza che merita approfondimenti.
Perché Rossi aveva quel numero? Quale rapporto poteva esserci tra un dirigente della comunicazione di Mps e quella documentazione bancaria? Si trattava di un’informazione casuale, di una vicenda professionale o di qualcosa di più importante?
Non lo sappiamo.
E soprattutto non è stato dimostrato che la ’ndrangheta abbia ordinato, organizzato o eseguito l’eventuale omicidio.
Un altro episodio ha contribuito ad alimentare l’attenzione sulla pista mafiosa: Catia Silva, collaboratrice della Commissione e impegnata in passato contro la criminalità organizzata, ha denunciato minacce ricevute nel 2025. La Procura ha avviato accertamenti, ma anche in questo caso il collegamento con la morte di Rossi non può essere dato per provato.

Tredici anni di errori o tredici anni di ricostruzioni incompatibili?
È forse questo il punto più delicato dell’intera vicenda.
Per anni due indagini giudiziarie hanno portato alla conclusione del suicidio.
Oggi una Commissione parlamentare sostiene l’esatto contrario.
Non si tratta di una differenza marginale. Sono due ricostruzioni incompatibili della stessa morte.
Se venisse dimostrato che Rossi fu ucciso, diventerebbe inevitabile interrogarsi anche sulle modalità dei primi accertamenti, sulle prove raccolte, su quelle eventualmente trascurate e sulle ragioni per cui le successive indagini non individuarono responsabilità di terzi.
Ma sarebbe sbagliato trasformare automaticamente questa contraddizione nella prova di un insabbiamento.
Un’indagine può essere incompleta, una valutazione può rivelarsi errata, una prova può essere interpretata diversamente alla luce di nuove conoscenze. Tutto questo non significa necessariamente che qualcuno abbia agito deliberatamente per nascondere un delitto.
D’altra parte, neppure le conclusioni di una Commissione parlamentare possono essere accettate come verità definitiva soltanto perché arrivano dopo tredici anni.
La giustizia deve verificare gli elementi raccolti, confrontare le consulenze, valutare l’attendibilità delle testimonianze e cercare riscontri oggettivi.
È ciò che ancora manca per trasformare una ricostruzione investigativa in una verità processuale.

La famiglia che non ha mai smesso di cercare la verità

La moglie e figlia di Rossi ( foto da La Nazione)

In questa storia c’è anche un elemento umano che non dovrebbe mai passare in secondo piano.
Antonella Tognazzi e Carolina Orlandi hanno continuato a chiedere chiarimenti sulla morte di Rossi quando il caso sembrava ormai chiuso.
Hanno contestato le ricostruzioni, promosso approfondimenti, sostenuto nuove consulenze e mantenuto viva l’attenzione.
Non significa che ogni loro convinzione debba necessariamente trovare conferma. Significa riconoscere che la loro determinazione ha contribuito a impedire che gli interrogativi sulla morte del manager venissero dimenticati.
E oggi, dopo tredici anni, quegli interrogativi sono tornati al centro dell’attenzione nazionale.

Il vero scandalo sarebbe fermarsi ancora una volta a metà strada
La vicenda David Rossi racconta qualcosa che va oltre il destino di un uomo precipitato da una finestra.
Racconta il rapporto tra potere economico, informazione, politica e giustizia.
Racconta quanto sia difficile ricostruire una morte quando attorno alla vittima esistono interessi finanziari enormi, relazioni personali e istituzionali, possibili pressioni e testimonianze contrastanti.
Ma racconta anche un pericolo: quello di sostituire una verità affermata troppo presto con un’altra verità proclamata prima di essere dimostrata.
Ieri il suicidio sembrava una conclusione definitiva.
Oggi l’omicidio viene presentato dalla Commissione come la spiegazione più convincente.
Domani saranno le prove, se sufficienti, a dover stabilire che cosa sia realmente accaduto.
La politica può indagare, il giornalismo può sollevare dubbi, i consulenti possono ricostruire una dinamica. Ma soltanto un accertamento giudiziario rigoroso potrà stabilire eventuali responsabilità penali.
Resta una domanda che attraversa tutta questa vicenda: se David Rossi fu davvero vittima di un’intimidazione finita in tragedia, che cosa sapeva, che cosa temeva e perché qualcuno avrebbe voluto spaventarlo?
È questa la domanda alla quale bisogna rispondere.
Non bastano due nomi, non bastano le ombre in un vicolo e non basta evocare la mafia.
Servono prove, riscontri, responsabilità accertate.
Perché dopo tredici anni la famiglia di David Rossi non ha bisogno di un’altra versione destinata a essere contestata.
Ha bisogno della verità. E l’Italia ha bisogno di sapere se quella sera, a Siena, morì un uomo disperato oppure un uomo che qualcuno aveva deciso di intimidire.
E, nel secondo caso, perché.

ITALO ARMENTI

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