DAI DIRITTI PROCLAMATI AI DIRITTI REALI
DAI DIRITTI PROCLAMATI AI DIRITTI REALI
Le proteste che attraversano oggi diverse città europee hanno origini e rivendicazioni differenti. Ma dietro la loro simultaneità emerge una domanda che riguarda il futuro stesso dell’Europa: che cosa accade quando i diritti restano formalmente riconosciuti, mentre diventa più difficile esercitarli nella vita reale?
di Claudio Barilaro – Ivano Malcotti
Le piazze europee di queste settimane non raccontano una sola storia. Le ragioni delle mobilitazioni sono diverse e sarebbe sbagliato ricondurle a un’unica causa o attribuire loro un significato politico uniforme. Eppure, tra disoccupazione, costo della vita, difficoltà abitative, salari, istruzione e qualità dei servizi pubblici, solo per citarne alcuni, emerge una tensione che merita di essere osservata al di là della cronaca: quella tra ciò che le nostre democrazie riconoscono formalmente e ciò che una parte dei cittadini sente di poter realmente ottenere nella propria vita quotidiana. È precisamente in questa distanza che si colloca una delle questioni decisive del nostro tempo.
L’Europa si è costruita attorno a un’idea semplice e radicale: la persona viene prima del potere. Dalla dignità umana alla libertà, dall’uguaglianza alla tutela sociale, dalla giustizia alla protezione contro le discriminazioni, il progetto europeo ha fatto dei diritti il proprio fondamento civile e giuridico. È un patrimonio straordinario, maturato nel corso di decenni, che distingue profondamente il nostro continente. Proprio per questo, oggi, non basta più domandarsi quali diritti riconosciamo. Occorre domandarsi quanto quei diritti siano realmente esercitabili.
Tra la titolarità formale di un diritto e la sua effettività può infatti aprirsi una distanza molto ampia. Un diritto può restare perfettamente intatto nella legge e, nello stesso tempo, indebolirsi nella vita quotidiana. Accade quando una prestazione sanitaria esiste ma arriva troppo tardi, quando l’istruzione è formalmente aperta a tutti ma i suoi costi finiscono per selezionare chi può davvero beneficiarne, quando il lavoro è un diritto tutelato ma non consente, ammesso che ci sia, autonomia economica, quando la giustizia è garantita ma tempi e costi ne scoraggiano l’accesso, quando una casa è disponibile sul mercato ma non è più economicamente raggiungibile per una parte crescente della popolazione. In tutti questi casi il diritto non è stato abolito. È diventato più difficile da vivere.
È questo uno dei nodi che le democrazie europee dovranno affrontare. Abbiamo imparato a misurare con grande precisione crescita, inflazione, debito, occupazione, produttività e competitività; ed è giusto che sia così, perché senza una base economica solida nessun sistema di diritti è sostenibile. Ma la maturità di una democrazia si misura anche dalla capacità di osservare ciò che accade nella vita reale delle persone: quanto tempo occorre per ottenere una cura, quale quota del reddito viene assorbita dall’abitazione, quanto è difficile per un giovane raggiungere l’indipendenza economica, quanto il luogo di nascita continua a influenzare le opportunità educative, quanto è semplice accedere alla giustizia e ai servizi essenziali.

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Sono indicatori meno spettacolari di quelli finanziari, ma raccontano qualcosa di fondamentale: la qualità concreta della cittadinanza. In questa prospettiva, parlare di “diritti negati” non significa adottare una formula polemica. Significa introdurre una categoria di analisi. Un diritto non viene negato soltanto quando è formalmente soppresso; può esserlo anche quando condizioni economiche, territoriali, amministrative o temporali ne rendono l’esercizio irragionevolmente difficile. Il punto centrale diventa allora quello dell’esigibilità reale.
Ogni diritto fondamentale dovrebbe poter essere sottoposto ad alcune verifiche essenziali: è riconosciuto? È concretamente accessibile? È economicamente sostenibile per chi deve esercitarlo? Può essere utilizzato in tempi compatibili con il bisogno? Domande apparentemente semplici, che cambiano però il modo in cui valutiamo l’azione pubblica, perché spostano l’attenzione dalla norma all’effetto, dalla promessa al risultato.
Nel caso della sanità, per esempio, non sarebbe sufficiente conoscere il numero delle prestazioni erogate: occorrerebbe misurare anche tempi di attesa, distanze, costi indiretti e rinunce alle cure. Per la casa non basterebbe osservare prezzi e transazioni, ma bisognerebbe capire quanto l’abitare pesi sul reddito e quanto sia realisticamente possibile, soprattutto per le nuove generazioni, costruire una vita autonoma. Nell’istruzione, allo stesso modo, l’uguaglianza formale perde consistenza se reddito, territorio e condizioni familiari continuano a determinare in misura decisiva le opportunità. Nell’occupazione non è sufficiente leggere i dati sui nuovi inserimenti lavorativi, quanto piuttosto comprendere quanti, effettivamente, esercitano il diritto di essere occupati potendo guardare al proprio futuro, anche in tema di sicurezza antinfortunistica.
Da qui potrebbe nascere una proposta concreta: un Indice europeo dei diritti reali, capace di misurare periodicamente la distanza tra riconoscimento giuridico ed esercizio effettivo dei diritti fondamentali. Non una classifica morale degli Stati e neppure un nuovo adempimento burocratico, ma uno strumento pubblico, trasparente e comparabile che permetta di individuare dove e perché un diritto incontra ostacoli strutturali e, soprattutto, se quella distanza aumenta o diminuisce nel tempo.
Sarebbe un cambiamento culturale prima ancora che statistico. La politica tende inevitabilmente a rappresentare la propria azione attraverso norme approvate, risorse stanziate e programmi annunciati. Il cittadino, invece, misura le istituzioni attraverso ciò che cambia concretamente nella propria vita. Un sistema può spendere di più senza diventare più accessibile, può ampliare una tutela senza rimuovere le barriere che ne impediscono l’utilizzo, può proclamare l’uguaglianza e tollerare disuguaglianze profonde tra territori e condizioni sociali.
È precisamente in questo spazio che l’effettività dovrebbe diventare una categoria di governo. L’Europa possiede già una delle culture giuridiche più avanzate al mondo. La sua prossima sfida non consiste necessariamente nell’estendere indefinitamente il catalogo dei diritti, ma nel ridurre lo scarto tra ciò che è scritto e ciò che è possibile. Questo richiede una concezione più esigente della dignità, intesa non come formula solenne ma come soglia concreta sotto la quale nessuno dovrebbe essere costretto a vivere; una concezione più sostanziale della libertà, che non coincida soltanto con l’assenza di coercizione ma anche con la possibilità reale di scegliere; e una concezione più matura dell’uguaglianza, che non si esaurisca nella parità davanti alla legge ma consideri l’accesso effettivo alle condizioni fondamentali della cittadinanza.
Anche la crisi di fiducia nelle istituzioni passa da qui. Quando il linguaggio pubblico afferma diritti che l’esperienza quotidiana rende fragili o difficili da esercitare, si produce una distanza che nessuna comunicazione istituzionale può colmare. La risposta non può essere soltanto narrativa. Deve diventare verificabile: occorre rendere visibile la distanza tra principio e realtà, misurarla, compararla e assumersi la responsabilità di ridurla.
È forse questa, al di là delle differenti rivendicazioni e senza trasformare ogni protesta nella medesima protesta, la domanda più importante che le inquietudini delle piazze europee consegnano oggi alle istituzioni: quanto deve allontanarsi un diritto dalla vita reale prima che smettiamo di considerarlo pienamente garantito?
Se il Novecento europeo è stato il secolo del riconoscimento dei diritti, il compito del nostro tempo potrebbe essere quello della loro effettività. È una sfida meno spettacolare, ma probabilmente più difficile, perché proclamare un diritto richiede una norma; renderlo reale richiede istituzioni capaci, risorse adeguate, responsabilità, misurazione e continuità.
Una civiltà giuridica non si misura soltanto dai diritti che sa scrivere. Si misura dai diritti che riesce a rendere realmente esercitabili.

Ivano Malcotti è psicopedagogista d’impresa, esperto di comunicazione strategica, autore e regista teatrale. È presidente della Società Genovese di Cremazione – SO.CREM Genova ETS. La sua attività si concentra soprattutto sui temi della fragilità, del fine vita, dell’elaborazione del lutto, della memoria civile e della violenza di genere. È l’ideatore di Teatro DiLetto, progetto nato a Genova per portare il teatro accanto a persone affette da gravi malattie o prossime alla fine della vita.
“Ridurre lo scarto tra ciò che è scritto e ciò che è possibile”
Credo che questa frase riassuma alla massima potenza il sentimento popolare di oggi.
Bellissimo articolo. Concordo appieno.