Errori giudiziari e indagini pilotate
Errori giudiziari e indagini pilotate
Quando i processi sono inquinati dalla pressione mediatica o da interessi di parte
La cronaca spalanca oscenamente la porta della riservatezza e rende di pubblico dominio dolore e sofferenza: vale per gli autori di crimini efferati come per chi si è trovato nel posto sbagliato nel momento sbagliato. La pietas, valore antico di cui si è impadronito e ha fatto strame il cristianesimo, imporrebbe rispetto, discrezione, sobrietà, che non significano indifferenza ma coscienza della comune, e fragile, umanità. I processi in piazza o negli studi televisivi sono un retaggio barbarico di cui la civiltà romana ci aveva liberati senza estirparlo alla radice. Il migliore antidoto contro il suo riaffiorare, contro la spettacolarizzazione dei processi, il tifo da stadio che contrappone innocentisti e colpevolisti in occasione di vicende giudiziarie enfatizzate dai media per motivi spesso ignobili sarebbe – il condizionale è d’obbligo – la fiducia nell’operato e nella professionalità di giudici e inquirenti.

Il caso dell’Unabomber nostrano, il mostro di Firenze, la strage di Erba, l’omicidio di Yara Gambirasio
Detto questo è un dovere civico prendere posizione quando il diritto in generale e il diritto a un giusto processo in particolare vengono sfacciatamente violati, com’è successo col caso dell’Unabomber nostrano, col mostro di Firenze, con la strage di Erba o con l’omicidio di Yara Gambirasio. Ma il caso forse più raccapricciante è quello che ha spedito in galera per un delitto senza uno straccio di movente il fidanzato della povera Chiara Poggi.

Alberto Stasi
Pensare che un’analisi biologica o un’impronta posano essere la chiave risolutiva che apre la porta alla verità significa attribuire alla scienza una autorità assoluta e indiscutibile, che, per carità, in astratto le si può anche riconoscere finché non si fanno i conti con la realtà. L’autorità della scienza, infatti, comincia a venir meno a mano a mano che ci si allontana dai costrutti teorici e dagli esperimenti controllati; nelle applicazioni pratiche si ha a che fare con l’errore umano in ogni fase del processo investigativo, a partire dalla individuazione e dalla raccolta dei reperti e dalla loro conservazione fino a quella, teoricamente decisiva, delle analisi e della loro interpretazione. La metodologia scientifica è già compromessa, anche negli istituti di ricerca, non solo dal rischio sempre presente della contaminazione ma dalla circostanza che il ricercatore è ansioso di trovare qualcosa che ha in mente: rischia di rimuovere ciò che lo smentisce e di scambiare ciò che non lo smentisce per una conferma.
Un prova “scientifica” ottenuta empiricamente può valere al massimo come chiusura di un cerchio all’interno del quale sono ricostruite la personalità del presunto reo, le sue motivazioni, l’occasione che gli ha dato modo di raggiungere il suo obbiettivo, la riproduzione della sequenza spazio temporale in cui i fatti si sono svolti. E se non c’è perfetta compatibilità fra quella ricostruzione virtuale e i riscontri fattuali il castello accusatorio deve crollare, non può essere tenuto insieme per compiacere l’opinione pubblica, l’orgoglio del magistrato o lo sponsor politico col collante di una prova biologica apparentemente indiscutibile ma in realtà facilmente manipolabile. Riguardo alla personalità del reo e alla coerenza delle azioni criminose non ho mai capito come si sia potuto accomunare episodi diversi e evidentemente attribuibili a soggetti diversi come quelli imputati al cosiddetto mostro di Firenze, un personaggio sordido ma incompatibile con l’autore della lettera spedita alla procura contenente frammenti di carne di una delle vittime alla quale era stata resecata la vagina.

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Senza un movente plausibile o comunque coerente con la personalità del reo un’accusa non regge. Se il crimine presuppone una psicopatia, questa va dimostrata nel vissuto anteriore del reo; se si tratta di un delitto d’impeto se ne deve poter riprodurre la causa scatenante; se il crimine è premeditato se ne deve poter ripercorrere l’itinerario nella mente del reo e portare alla luce il movente. Un breviario di criminologia basta e avanza per imparare a riconoscerli: il marito che non vuol perdere la moglie è tentato di sopprimere l’amante che lo incalza; il coniuge – moglie o marito che sia – che non vuol perdere l’amante è tentato di sopprimere la moglie (o il marito) che ha scoperto l’adulterio; il figlio stanco di attendere l’eredità dei genitori è tentato di affrettarne la dipartita; la ragazza che non è riuscita ad abortire davanti alla prospettiva di un’esistenza rovinata è tentata di disfarsi del neonato gettandolo in un cassonetto, l’uomo d’affari scoperto con le mani nel sacco dal socio può pensare di togliersi d’impaccio sopprimendolo. Sono tanti i moventi che spingono all’atto criminale: ma bisogna scoprirli e adoperarsi per mettere il reo davanti all’evidenza del suo crimine
Qualcosa del genere è stato fatto nei casi che ho ricordato e, in particolare, con l’ultimo? Pare proprio di no. Per quanto è dato di sapere Alberto Stasi potrebbe essere il mandante dell’attentato alle Torri Gemelle o il responsabile di quello al Nord Stream. Potrebbe anche essere l’assassino di Chiara Poggi. Ma dovrebbe aver avuto un motivo, anche perverso, per assassinarla, dovrebbe essere stato in grado di farlo e si dovrebbe poter dire – e provare – come e quando l’ha fatto. Se non c’è, o comunque non è stato dimostrato, un movente, si potrebbe pensare a una mente criminale che agisce per puro sadismo: ma una mente criminale c’è o non c’è, non è che esplode una volta, prima di quella volta era completamente occulta e dopo l’exploit si rintana di nuovo. Si può obbiettare: un ragazzo timido, introverso, in preda a fantasmi interiori, può crollare e improvvisamente passare all’acting out. Ma se è così fragile da rimanere vittima delle sue ossessioni dopo il delitto è uno straccio ed è assolutamente privo dell’energia e della lucidità necessarie per camuffare il crimine e proclamare la propria estraneità.
Ci sono due tipologie di maschi che uccidono la compagna all’interno di una relazione d’appoggio o di possesso, di dipendenza o di dominanza: da un lato lo psicopatico che si costruisce un alibi ed è pronto a incolpare il disgraziato di turno, dall’altro l’orfano di cure materne, l’innamorato incastonato nella diade che è pronto a confessare il delitto e dopo averlo commesso si uccide, se ha il coraggio di farlo.

Alberto Stasi e Chaira Poggi
Tornando a Stasi. Se gli inquirenti avessero dimostrato che la ragazza era vissuta come un ostacolo insormontabile o avesse ferito mortalmente la sua autostima respingendolo o tradendolo, all’interno di un quadro probatorio che ricostruisce la scena del crimine il supporto delle prove oggettive sarebbe stato un suggello a ben vedere perfino superfluo. In assenza di quella dimostrazione il venir meno di un tale supporto grida vendetta e getta una luce sinistra sul comportamento di quanti hanno contribuito a farne la vittima sacrificale. E se e quando dovesse venir fuori che quel supporto, dal pedale della bicicletta all’impronta della scarpa “compatibile perché incompleta” (?!), è stato manipolato intenzionalmente per suffragare una tesi e una condanna già scritte sarebbe questa la volta buona per introdurre provvedimenti in grado di sbarrare la strada a inquirenti che le prove non le cercano ma le creano.
Il disastroso referendum sulla inutile separazione delle carriere dei magistrati, viziato da una palese pregiudiziale ostilità nel confronti del potere giudiziario, ha fatto perdere l’occasione per una riforma seria e autentica del processo penale, che solo marginalmente investe i ruoli del giudice e del pubblico ministero perché dovrebbe concentrarsi sulle professionalità e le competenze di chi conduce e coordina le indagini: è infatti indubbio che la professionalità e la competenza sono di per sé garanzia di autonomia e di imparzialità.

