L’illusione del linguaggio e la politica delle icone: Meloni e Schlein nella trappola dello sfondamento semantico 

 L’illusione del linguaggio e la politica delle icone:
Meloni e Schlein nella trappola dello sfondamento semantico 

Un’analisi su come la manipolazione delle parole e dei corpi ha ridefinito il potere in Italia, trasformando le leader in simboli di una medesima macchina comunicativa Nel settembre del 2026, il governo guidato da Giorgia Meloni valica il record di durata del secondo esecutivo Berlusconi, affermandosi come l’esperienza di governo più longeva nella storia della Repubblica italiana. Un dato numerico che si affianca al primato di prima donna alla guida del Paese e all’approdo al potere di una tradizione politica storicamente esclusa dai giochi della Prima Repubblica. Eppure, la cifra profonda di questa stagione non risiede nei giorni trascorsi a Palazzo Chigi, né nella semplice conquista delle istituzioni.

Ciò che definisce la politica contemporanea è il modo in cui il potere ha scelto di parlare e di costruire la percezione della realtà: un meccanismo che trova la sua definizione nel concetto di sfondamento semantico.Per comprendere questo fenomeno occorre analizzarne la natura teorica. Lo sfondamento semantico indica quella frattura deliberata in cui la parola smette di descrivere la realtà oggettiva e si propone di sostituirla integralmente, trasformandosi in un dispositivo pragmatico di governo e di dominio. A differenza della deriva semantica, che rappresenta un’evoluzione spontanea e condivisa del linguaggio dal basso, lo sfondamento semantico è un’operazione d’ingegneria politica imposta dall’alto. Si colloca all’incrocio tra la rifondazione strategica dei concetti e la loro manipolazione ideologica. Quando lo sfondamento ha luogo, il potere non si limita a smentire i fatti, ma ridefinisce il significato stesso delle parole: non dichiara più che un fatto è falso, ma impone un nuovo senso al termine che lo definisce, costringendo il dibattito pubblico a muoversi sui binari linguistici prefissati da chi comanda.

Oggi questo gioco di codificazione non riguarda una sola parte politica, ma avvolge l’intero spettro del dibattito pubblico, trovando nei volti di Giorgia Meloni ed Elly Schlein due declinazioni speculari della stessa macchina simbolica. Non siamo di fronte a due polarità opposte dell’architettura comunicativa, ma a due figure modellate e posizionate dal medesimo ingranaggio: una sublimata ed elevata a funzione sacrale, l’altra ridotta a bersaglio di un abbassamento caricaturale. Entrambe condividono una grammatica condivisa dove il linguaggio ha smesso di interpretare la politica per iniziare a produrla artificialmente.L’ingegneria semantica del governo Meloni opera attraverso uno sfondamento rivolto verso l’alto.

PUBBLICITA’

La gestione dei flussi migratori e l’allestimento delle strutture in territorio albanese vengono ricodificati da detenzione a “cooperazione umanitaria” e “accoglienza”, disarmando l’opposizione sul piano lessicale. Il rigore di bilancio e le contrazioni economiche diventano “stabilità dei conti”, isolando l’indicatore del deficit e rimuovendo dal perimetro del discorso pubblico la stagnazione dei salari reali e il calo della produzione industriale. La Festa della Repubblica e i simboli patriottici si trasformano in una “liturgia dell’identità nazionale”, trasformando ogni dissenso sul merito delle scelte politiche in un presunto test di lealtà verso la nazione. È la santificazione civile del potere, che trova la sua rappresentazione plastica negli episodi di cronaca artistica e costume, dove la figura della presidente del Consiglio finisce per sovrapporsi alle allegorie sacre e civili negli affreschi delle basiliche romane, incorporando l’immagine del leader nella liturgia dello Stato.Parallelamente, l’ingegneria semantica che investe Elly Schlein agisce attraverso uno sfondamento orientato verso il basso. Una leader politica eletta attraverso un processo primario democratico viene sottoposta a una costante operazione di svalutazione simbolica, che spazia dal body-shaming dei trend social — legati alla deformazione caricaturale e razzializzante del volto — fino alle analisi editoriali che ne ridefiniscono lo stile corporeo. L’ostentata apertura del corpo, il palmo della mano rivolto verso l’ascoltatore e la presenza nelle piazze per i diritti civili non vengono interpretati come una grammatica della trasparenza, ma ricodificati sistematicamente come “frivolezza”, “mancanza di gravitas” o “leggerezza inopportuna” rispetto alle rigidità richieste dalla geopolitica globale. Attraverso questa riscrittura, l’avversaria non viene confutata nel merito delle sue proposte, ma definita a priori come un soggetto privo dei requisiti di autorevolezza necessari per governare. Questa macchina semantica a doppio binario rivela la sua natura più sofisticata nella gestione tattica dell’opposizione. Come evidenziato dalle cronache politiche più recenti, la strategia della maggioranza non punta alla demolizione dell’avversaria, ma alla sua conservazione in qualità di interlocutrice ideale. Attraverso l’esibizione di una cortesia istituzionale, il richiamo diretto alle formule dell’opposizione e la certificazione di Schlein come unica controparte legittima, il potere centrale rafforza la propria centralità. Mentre il discorso ufficiale la eleva a rassicurante alleata del duello bipolare, l’ecosistema mediatico d’area ne alimenta la dequalificazione a figura satirica. Le due operazioni, lontane dall’essere contraddittorie, costituiscono i due lati della stessa strategia: la promozione a interlocutrice e il degrado a macchietta cooperano per saturare lo spazio politico, riducendo le alternative a ruoli già scritti. Di fronte a questa codificazione, la risposta di Schlein si configura come un tentativo di contro-ingegneria semantica. Il rifiuto netto delle mediazioni di comodo, la riaffermazione della legittimità democratica della propria leadership contro le richieste di farsi da parte in nome di una generosità politica quasi sempre pretesa dalle sole figure femminili, e la presenza nei contesti di mobilitazione civile rappresentano lo sforzo di riprendere la parola. Quando la segretaria del PD interviene nei Pride parlando di violenza, diritti e vittime dell’omofobia, tenta di spezzare la narrazione che riduce la piazza a mero intrattenimento, riportando la riflessione sulla sostanza della condizione umana e sociale.Tuttavia, anche questa contro-narrazione finisce per muoversi all’interno del campo di gioco disegnato dallo sfondamento semantico.

Seppure orientata a scardinare la svalutazione subita, l’opposizione si trova costretta a produrre continui segnali identitari e reazioni simboliche, rimanendo impigliata nella stessa dinamica che sostituisce la rappresentazione della realtà alla sua trasformazione materiale. È l’estensione finale del paradosso che avvolge la leadership femminile in Italia: l’ironica proposta di bilanciare la presenza di un’immagine di potere in una chiesa con quella dell’avversaria politica in nome della neutralità esplicita la natura di questo sistema. Entrambe le figure vengono spinte verso la dimensione dell’icona: l’una pietrificata nella celebrazione del potere, l’altra imprigionata nella caricatura o costretta alla costante difesa della propria legittimità.Le icone, tuttavia, sono fatte per essere contemplate, non per governare o risolvere la complessità dei problemi strutturali del Paese. Se la forza dello sfondamento semantico permette di occupare la scena e di orientare il consenso nel breve periodo, il suo limite invalicabile rimane l’incapacità di modificare la realtà oggettiva che ha preteso di sostituire. Quando l’impalcatura simbolica e la liturgia dei loghi e delle narrazioni avranno esaurito la loro spinta propulsiva, rimarranno scoperti i nodi irrisolti dell’economia, della produzione e dei diritti. La vera incognita della politica italiana non riguarda la capacità di resistenza dei governi all’interno della bolla comunicativa, ma la possibilità che il discorso pubblico sappia ritrovare parole capaci di aderire ai fatti, restituendo al linguaggio la sua funzione di strumento per comprendere e trasformare il mondo, anziché per sostituirlo.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.