La ginestra – Del verde e delle cure: il triste primato di Savona

No, non mi credo Leopardi e non ho intenzione di intrattenervi con liriche poetiche, ma con la cruda realtà, con una storia che forse avevo già narrato in passato, ma che ora si è arricchita di nuovi interessanti e altamente simbolici capitoli.
Si parte, come si sarà capito, dalla triste situazione del verde urbano. Il mix fra la pesante situazione di Ata, in precedenza investita della manutenzione del verde, i debiti del Comune, i ritardi negli appalti a coop esterne, aveva già creato un discreto sfacelo. L’aggiunta, ahimè, di un assessore molto più sensibile alle esigenze dei savonesi incliti odiatori della natura e ossessionati da una discutibile idea di “pulizia”, che non a un giusto equilibrio e cura del verde, ha fatto il resto.
Un combinato disposto disastroso. La manutenzione era carente anche prima, ma la china discendente è stata rapida e dolorosa in tutti i suoi aspetti: aiuole rinsecchite e invase dall’erbaccia, anche quelle appena allestite tipo il Prolungamento; tagli effettuati con uguale ferocia per piante e infestanti, con rapida ripresa delle seconde a spese delle prime, come dietro il capannone della stazione in via Vittime di Brescia, (forse fatto da Ferrovie) intendendo la pulizia come rasatura totale del verde; palme rapidamente sterminate dal punteruolo;  potature atroci fuori stagione che hanno visibilmente indebolito le piante, le ultime anche recenti, come in via Crispi all’altezza dell’asilo, e diciamo pure addio a quel bel viale alberato. Ma anche in piazza del Popolo, spennata e depauperata, alle Trincee, sempre in via Vittime di Brescia coi bagolari spietatamente privati del loro rigoglio, dando loro una innaturale forma a triangolo, senza peraltro minimamente pensare a togliere le griglie che ne strozzano alcuni alla base.

Bagolare potato

Basti vedere la differenza fra questi potati, come anche quelli di via Stalingrado, alcuni anche sofferenti e uno già morto e tagliato, e quelli miracolosamente intatti davanti le Officine, per capire.
E poi la strage atroce dei pini di corso Tardy e Benech, un vero dolore per l’anima, ma anche aver permesso il taglio del pino privato monumentale sopra il muraglione.

Pino di via Stalingrado

Si potrebbe andare ancora avanti, e certo le nuove piantumazioni non ripagano minimamente di quanto trascurato e perduto, specie se si persisterà nell’errore comune, diffuso ahimè in tanti luoghi e città, per cui ormai è diventato scusa e alibi dire che dopo un po’ di anni gli alberi vanno “cambiati”, neanche fossero panchine o lampioni.
No: un albero va piantato dove ha spazio per le radici, non affogato in asfalto e cemento, concimato e innaffiato da giovane, potato, se necessario, con rispetto e cura. Meglio metterne meno, ma bene. E allora durerà, anziché essere massacrato, umiliato da sedi non consone, abbattuto e sostituito con piantine asfittiche destinate a seguirne le sorti.
Questo è non solo spreco di denaro pubblico, incuria, perdita di un patrimonio economico, ma anche perdita INESTIMABILE in termini di ambiente e qualità di vita.

Potatura in via Trincee

E allora non stupirà affatto l’attuale situazione di Savona nella 28ª edizione del rapporto “Ecosistema Urbano” realizzato da Legambiente in collaborazione con “Ambiente Italia” e Il Sole 24 Ore, che fotografano le performance green di 105 città capoluogo di provincia nel 2020 in base a diversi indicatori.
In totale siamo scesi al 48esimo posto. Siamo in discesa, 46esimi l’anno scorso, 39esimi l’anno prima, in procinto di uscire dai primi 50. Pesano soprattutto i rifiuti (ma va?)  dove siamo 88esimi. Ci graziano l’inquinamento, forse per via del vento e del fatto che non ci sono più attività produttive, e i trasporti pubblici, cosa che mi fa chiedere come siano messi gli altri se noi brilliamo.
Ovviamente male il verde, ma soprattutto, udite udite, siamo ULTIMI come alberature pubbliche.
ULTIMI IN TUTTA ITALIA. Assaporate il concetto. Un bel primato di cui andare orgogliosi. Il che mi fa pensare, con amara soddisfazione, che non erano poi campate per aria tutte le mie obiezioni nel corso degli anni, riassunte e documentate qui sopra.
Nel frattempo, ecco la mia storia. Ognuno ne tragga le conclusioni che vuole. Io ho già tratto le mie, pensando che spesso basta un particolare a spiegare le politiche di una amministrazione.
C’era una volta una ginestra. Una pianta bellissima, si trovava di fronte a park Doria, alle Fornaci, oltre la recinzione della ferrovia dismessa e abbandonata.
Nata spontanea, a primavera inoltrata ci regalava un tripudio di fiori gialli profumati, del tutto gratis, che scaldava il cuore, pensando alla timida ma tenace forza della natura.

Ginestra fiorita

Un brutto giorno, un assessore della seconda amministrazione Berruti noto per le sue pensate splendenti (via Nizza docet), in collaborazione con la ben nota IPS, immaginò di acquisire le aree da Ferrovie, realizzare parcheggi, box, depositi per i bagni marini e quant’altro. Si parlava di spostare la ferrovia del porto. Chissà quali cifre erano in ballo. Per prima, a rimetterci fu la nostra ginestra, spietatamente rasa al suolo durante la “pulizia” preliminare.

Dopo la pulizia

Il progetto fu fermato ai primi carotaggi, che rilevarono tracce di arsenico e altri contaminanti nel sedime ferroviario.
La ginestra, col tempo, ricrebbe, anche se le sue fioriture non raggiunsero mai la spettacolarità della prima pianta. Ed è così, col verde, quando lo umilii, lo incendi o lo massacri: non è mai più come prima.
Col tempo, oltre quella recinzione si accumularono rifiuti di ogni tipo, grazie alla sempre peggiore situazione della raccolta, e un tratto di rete fu leggermente divelto. Una situazione indecorosa.
Cosa si inventò, la nostra amministrazione uscente, per migliorare la situazione?
Ma una nuova pulizia e il ripristino della recinzione! Realizzati come? Potete vederlo in foto. Un tapullo di rete aggiunta alla prima danneggiata, taglio radicale di ogni vegetazione.
Rivendicati fieramente sui giornali come interventi risolutivi. Sia mai che quel luogo divenga dimora di barboni e disperati!

Dopo la seconda pulizia

Restano le ginestre tagliate e accatastate (e pensare che i nostri avi più ecologisti ne facevano legacci per la vite), ma soprattutto resta, imperterrita, la rumenta per terra. Senza più uno straccio di verde, se non una ceppaia sullo sfondo ricresciuta dopo la prima pulizia, un vero albero, lasciata intatta, non si sa se per miracolo o carenza di fondi.
Dunque, dai mega progetti pericolosi e incompiuti delle precedenti amministrazioni, alla limitatezza insensibile di quella uscente, ecco completata la parabola.
Siamo ancora in attesa di qualcuno che conosca il valore del bello e della natura, la sensibilità e il rispetto per le forme di vita anche in area urbana. Il mio caldo invito alla giunta entrante è di provare a risalire. Non è difficile, non comporta più spese a bilancio, forse persino meno dei tanti sprechi: soltanto più cura e attenzione e azioni mirate e sensibili. Coraggio.
Tagliata la foglia, bucata la via, dite la vostra che ho detto la mia.

Milena Debenedetti

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One thought on “La ginestra – Del verde e delle cure: il triste primato di Savona”

  1. Marco Giacinto says:

    Cara Milena, che male mi fa guardare quella ginestra e poi il nulla, o peggio il trionfo della spazzatura, quella sì lasciata orgogliosamente al suo posto. Anche a Finale m’è toccato -mi tocca di continuo- vedere potature criminali di piante più vecchie di me, come i maestosi lecci sulla piazza dell’Abbazia Benedettina,sopravvissuti al taglio seriale di quelli lungo lo Sciusa, dove da bambino giocavamo con le cartine Panini: fatti secchi come il gigantesco pino mediterraneo accanto al ponte medievale. La furia del fare sembra la pandemia degli assessori ai Lavori Pubblici, seguendo il vezzo che impone in campagna elettorale di elencare tutte le opere che intendono fare, anziché bilanciarle con quelle da NON fare. L’attivismo umano è il principale responsabile della tragica situazione che stiamo vivendo, come non ho mancato di denunciare sin dai primi anni ’70. Ma ormai i giovani nati dopo di allora pensano che non fare qualcosa sia sempre un demerito, perché “non dà lavoro”. Eppure, a furia di dare lavoro, presentando sempre il conto alla Natura, oggi di lavoro (per l’uomo) ce n’è sempre meno: e se si propone di sopperire alla disoccupazione con un emolumento per sopravvivere, tutti a dargli addosso guardando e amplificando la minoranza di delinquenti che ne approfittano.

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