Vannacci e Chiesa, la stessa trappola: ambizione, ingenuità e il boomerang del successo che diventa condanna
Vannacci e Chiesa, la stessa trappola:
ambizione, ingenuità e il boomerang del successo che diventa condanna
Sembrano due facce di un’Italia che non si somiglia mai, divise da decenni di storia, abiti mentali e narrazioni contrapposte. Eppure, Roberto Vannacci e Mario Chiesa condividono qualcosa di più profondo di un riflesso fonetico che il caso ha reso quasi identico. Sono la dimostrazione flagrante di come la natura umana, quando incrocia le traiettorie del potere e della ribalta mediatica, tenda a replicare percorsi sorprendentemente simili, scivolando sulle stesse debolezze psicologiche indipendentemente dall’epoca, dalle ideologie o dal contesto istituzionale in cui si muove.

Roberto Vannacci e Mario Chiesa
Il cursus honorum nel sottobosco delle istituzioni
Le radici di entrambe le parabole affondano in quello che potremmo definire il “sottobosco” delle gerarchie italiane: luoghi in cui l’influenza è concreta, tangibile, ma consumata lontano dai riflettori della grande politica nazionale. Mario Chiesa costruisce la propria ascesa geometrica partendo dai confini grigi di una sezione del Psi di Quarto Oggiaro. Ingegnere laureato al Politecnico, impara presto a manovrare le leve dell’amministrazione locale fino a diventare assessore ai Lavori Pubblici nel 1980 e, successivamente, presidente del Pio Albergo Trivulzio nel 1986. È il prototipo del potente di medio rango, un uomo mosso da un’ambizione vorace che gli vale il soprannome di “Kennedy di Quarto Oggiaro”; un quadro tecnico che, per affrancarsi dalle correnti locali, cerca un filo diretto e protettivo con la famiglia Craxi.
Sul versante opposto, apparentemente distante anni luce, si colloca la parabola militare di Roberto Vannacci. Figlio d’arte, cresciuto nella disciplina rigida della scuola di Modena, Vannacci forgia la sua carriera nell’élite operativa dell’Esercito, diventando incursore del 9° Reggimento “Col Moschin”. Il suo è un curriculum operativo di altissimo livello: missioni di stabilizzazione in Somalia, interventi d’emergenza durante il genocidio in Rwanda, la guida della Task Force 45 in Afghanistan e il comando del contingente italiano in Iraq, fino al vertice della Brigata paracadutisti Folgore. Con tre lauree magistrali, cinque lingue parlate e quindici decorazioni al valore, Vannacci incarna un potere reale, protetto e coltivato nel silenzio dell’istituzione militare, dove l’efficacia si misura sul campo e non sui media.
L’ammaliamento della ribalta e l’exploit geopolitico
Il punto di rottura si consuma quando le dinamiche del proprio ambiente originario non bastano più a contenere la spinta cinetica del singolo. Per entrambi, la svolta arriva attraverso un evento dirompente, capace di trasformare un profilo specialistico in un fenomeno di massa.
Per Mario Chiesa la data spartiacque è il 17 febbraio 1992. Il suo arresto in flagranza, mentre tenta di sbarazzarsi di una tangente da sette milioni di lire, viene inizialmente liquidato da Bettino Craxi come l’incidente isolato di un “mariuolo”. Si rivelerà invece l’innesco di Tangentopoli, il crollo verticale della Prima Repubblica. L’immagine di quel manager pubblico colto con le mani nel sacco diventa l’icona pop di un cambio d’epoca, la faglia che inghiotte il pentapartito e ridefinisce i confini della politica italiana.

PUBBLICITA’
Per Roberto Vannacci il cortocircuito scatta il 17 agosto 2023, con la pubblicazione autoprodotta de Il mondo al contrario. Un pamphlet urticante, denso di invettive contro il politicamente corretto, i diritti LGBTQ+ e lo smarrimento dei valori tradizionali di Patria e merito. Il libro si trasforma in un caso editoriale da decine di migliaia di copie in pochi giorni. Rimosso dalla guida dell’Istituto Geografico Militare, il generale non si ritira; al contrario, capitalizza lo scandalo.
La sua figura intercetta le pulsioni di una destra populista e identitaria che mal sopporta le mediazioni del centrodestra di governo. Si assiste qui a un singolare paradosso intellettuale: le sue radici, che mescolano suggestioni di una certa critica sociale a matrici tradizionaliste di stampo evoliano, subiscono una mutazione postmoderna. Il potenziale “guerriero-sacerdote” viene spogliato di qualsiasi velleità iniziatica per essere digerito e ridotto a mero, efficacissimo prodotto da talk show.
Tra scaltrezza e ingenuità: l’errore di calcolo
Ciò che colpisce nell’analisi comparata delle due figure è la coesistenza di una spiccata furbizia tattica e di una macroscopica ingenuità strategica. Mario Chiesa conosceva alla perfezione le regole non scritte del finanziamento illecito, i canali della burocrazia milanese e i punti di pressione del sistema. Eppure, accecato dalla propria onnipotenza gestionale, non ha saputo leggere i segnali di un clima che stava cambiando, accettando una dazione di denaro proprio mentre la magistratura iniziava a stringere i freni e senza accorgersi che l’imprenditore di fronte a lui stava collaborando con le forze dell’ordine.
Vannacci replica la medesima miopia. Scaltro nel comprendere quali corde emotive toccare per sollevare un polverone mediatico e generare profitti editoriali, è apparso singolarmente ingenuo nel valutare le conseguenze istituzionali del suo gesto. Pensare che un generale in servizio attivo potesse pubblicare tesi così divisive senza subire la reazione degli apparati difensivi dello Stato denota una parziale sconnessione dalla realtà delle gerarchie. In entrambi i casi, l’ambizione della visibilità ha finito per oscurare la percezione del rischio.
Il miraggio di Prometeo e la realtà del potere
A volte si tenta di nobilitare queste parabole evocando il mito di Prometeo, il Titano che sfida l’Olimpo per donare il fuoco della conoscenza agli uomini. Chiesa e Vannacci sono stati descritti, di volta in volta, come figure di rottura intenzionate a scardinare un sistema ipocrita per portare alla luce una verità rimossa. Ma la realtà è assai più prosaica: non c’è alcun fuoco divino in gioco, bensì la gestione ordinaria del consenso, dello spazio televisivo, del seggio elettorale. Il fuoco che i protagonisti hanno acceso non illumina la collettività, ma serve principalmente a riscaldare le loro ambizioni personali, con il rischio intrinseco che la fiammata finisca per investire chi l’ha alimentata.
Dietro la facciata pubblica emerge un tratto psicologico comune: l’incapacità di omeostasi, ovvero quel meccanismo di autoregolazione che permette a un individuo di fermarsi una volta raggiunto l’equilibrio con l’ambiente circostante. Figure così non conoscono la sosta o la prudenza dell’attesa; per loro ogni traguardo si trasforma immediatamente in un’insufficienza da colmare. È il recondito desiderio dell’azione continua come conferma del proprio status, una rincorsa che spinge a trasformare i desideri passeggeri in necessità assolute, logorando i rapporti con i propri stessi referenti politici o istituzionali.
Sospesi a mezza via tra vittima e carnefice
Il destino finale dei due personaggi si compie in una terra di mezzo, dove non vi sono né vincitori assoluti né sconfitti totali. Mario Chiesa, dopo un mese di silenzio in carcere, decide di parlare con il pool di Antonio Di Pietro. Diventa il grande accusatore del sistema, ma al tempo stesso il suo capro espiatorio ideale, scaricato rapidamente dal suo stesso partito. Rimane confinato nella memoria collettiva come l’uomo che ha demolito un regime politico senza mai riuscire a costruire o governare ciò che ne è seguito.
Roberto Vannacci, forte di oltre mezzo milione di preferenze che lo hanno proiettato al Parlamento europeo, ha cercato di strutturare la propria dote elettorale fondando il movimento “Futuro Nazionale”, accreditato dalle rilevazioni statistiche attorno al 5%. Eppure, questa transizione verso la politica di professione ne ha sbiadito l’aura di censore esterno e incorruttibile. Silurato dai vertici militari, entrato in rottura prolungata con i quadri storici della Lega che lo aveva ospitato e criticato trasversalmente per i suoi cambi di posizionamento, il generale si ritrova oggi prigioniero della sua stessa creatura mediatica. È la nemesi della notorietà: essere al centro della scena ma geopoliticamente isolato, pedina e al contempo elemento di disturbo di equilibri che fatica a indirizzare.
Ciò che unisce il politico milanese della Prima Repubblica e il generale prestato alla politica dell’era digitale è l’eterno spartito della natura umana. Quella miscela di audacia, sovraesposizione e scarsa valutazione delle conseguenze che trasforma i protagonisti della cronaca in spettatori del proprio destino, dimostrando che la storia spesso non si cura delle intenzioni, ma applica le sue regole severe a chiunque pretenda di riscriverle a proprio piacimento.
