G7: tanti comunicati, molte parole, ma il mondo continua a bruciare
Si è concluso a Évian-les-Bains, in Francia, il vertice del G7 2026. Attorno allo stesso tavolo si sono ritrovati i leader delle sette maggiori economie occidentali: Stati Uniti, Canada, Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Giappone, con la partecipazione dell’Unione Europea. Al centro del confronto: guerra in Ucraina, tensioni in Medio Oriente, intelligenza artificiale, approvvigionamento delle materie prime strategiche e rapporti con la Cina.

I comunicati finali parlano di unità sull’Ucraina, nuove sanzioni contro la Russia, rafforzamento delle difese europee e sostegno alla produzione di sistemi missilistici e antiaerei direttamente sul territorio ucraino. Una novità significativa, almeno sul piano politico.
Il vertice ha affrontato anche la questione iraniana, dopo il recente accordo promosso dagli Stati Uniti, e la crescente preoccupazione per la dipendenza occidentale dalle materie prime controllate dalla Cina, considerate fondamentali per la transizione energetica e per le nuove tecnologie.
Ma al di là delle dichiarazioni ufficiali resta una domanda: quanto conta davvero oggi il G7?
Negli anni Settanta il G7 rappresentava la cabina di regia dell’economia mondiale. Oggi il mondo è cambiato. Cina, India, Brasile, Arabia Saudita e altre potenze emergenti hanno un peso economico e geopolitico che rende sempre più difficile immaginare che sette Paesi occidentali possano decidere le sorti del pianeta da soli.

PUBBLICITA’
Il paradosso è evidente. Si parla di pace mentre continuano le guerre. Si parla di sviluppo sostenibile mentre aumentano le spese militari. Si parla di cooperazione internazionale mentre ogni governo difende innanzitutto i propri interessi nazionali.
Anche quest’anno non sono mancate le immagini simboliche: strette di mano, sorrisi di circostanza, foto di gruppo e dichiarazioni solenni. Donald Trump ha attirato l’attenzione con il suo stile provocatorio e con la rivendicazione di un ruolo dominante all’interno del vertice.
Nel frattempo, fuori dalle sale del summit, decine di migliaia di manifestanti hanno protestato contro un modello economico che considerano incapace di affrontare le disuguaglianze, le crisi ambientali e i conflitti globali.
E qui sta forse il vero problema del G7: la distanza crescente tra le élite che si riuniscono nei palazzi del potere e i cittadini che vedono peggiorare il proprio tenore di vita.
Perché mentre i grandi della Terra discutono di equilibri geopolitici, milioni di persone fanno i conti con salari insufficienti, inflazione, difficoltà nell’accesso alla casa, precarietà lavorativa e servizi pubblici sempre più in affanno.
Il rischio è che il G7 finisca per assomigliare a una grande rappresentazione diplomatica: utile per le fotografie e per i comunicati, molto meno per risolvere i problemi concreti che preoccupano i cittadini.
Forse il mondo non ha bisogno di altri vertici pieni di buone intenzioni. Ha bisogno di risultati. E quelli, purtroppo, non si misurano nelle conferenze stampa ma nella vita quotidiana delle persone.