La Russia regge davvero? Dietro la propaganda emergono le crepe dell’economia di guerra
Per oltre quattro anni il Cremlino ha ripetuto al mondo lo stesso messaggio: le sanzioni occidentali hanno fallito, l’economia russa è forte, la guerra non ha fermato la crescita e Mosca può continuare il conflitto per tutto il tempo necessario.
Ma dietro la narrazione ufficiale iniziano ad apparire segnali molto meno rassicuranti.
Secondo un recente rapporto del Kiel Institute, uno dei più autorevoli centri di ricerca economica europei, l’economia russa starebbe entrando in una fase sempre più delicata. Dopo la crescita sostenuta dagli enormi investimenti militari, il motore sembra infatti perdere colpi proprio mentre la guerra entra nel suo quinto anno.
Il dato più significativo riguarda le riserve finanziarie dello Stato. Prima dell’invasione dell’Ucraina il fondo sovrano russo disponeva di attività liquide pari al 6,5% del PIL. Oggi quella quota sarebbe scesa all’1,8%. In altre parole, il cuscinetto finanziario accumulato negli anni delle esportazioni energetiche record si starebbe rapidamente assottigliando.
Non significa che la Russia sia vicina al collasso, come spesso viene annunciato con eccessiva leggerezza da alcuni commentatori occidentali. Significa però che il margine di manovra si sta restringendo.

PUBBLICITA’
Anche il settore privato mostra segnali di affaticamento. Molte imprese hanno contratto debiti per sostenere la produzione e adattarsi alle nuove condizioni economiche create dalle sanzioni. Il risultato è un forte aumento dell’indebitamento aziendale e una crescita dei prestiti problematici, che secondo il rapporto avrebbero raggiunto l’11%.
Si tratta di una percentuale che in qualsiasi sistema economico rappresenta un campanello d’allarme. Quando aumenta il numero delle aziende che faticano a restituire i finanziamenti ricevuti, il rischio si trasferisce inevitabilmente alle banche e all’intero sistema produttivo.
C’è poi un altro elemento che merita attenzione: la crescente dipendenza dalla Cina.
Se prima della guerra Mosca cercava di mantenere una certa autonomia strategica tra Oriente e Occidente, oggi il rapporto con Pechino appare sempre più sbilanciato. La Cina rappresenta ormai circa il 35% del commercio estero russo e fornisce il 60% dei componenti tecnologici considerati critici per l’industria e per il settore militare.
In sostanza, la Russia si è liberata da molte dipendenze occidentali per sostituirle con una dipendenza ancora più forte verso un unico partner.
Una situazione che potrebbe trasformare quello che oggi appare come un vantaggio tattico in una vulnerabilità strategica di lungo periodo.
Il paradosso è evidente. Mentre il Cremlino rivendica la propria autonomia e la capacità di resistere all’Occidente, la sopravvivenza economica del Paese dipende sempre più dalla disponibilità cinese a comprare energia, fornire tecnologia e mantenere aperti i canali commerciali.
Per Vladimir Putin il problema non è tanto il presente quanto il futuro. Un’economia di guerra può funzionare per anni se sostenuta da spesa pubblica, produzione militare e mobilitazione delle risorse nazionali. Ma quando le riserve diminuiscono, il debito aumenta e la crescita rallenta, il conto prima o poi arriva.
La vera domanda non è se la Russia possa continuare la guerra nel 2026. Probabilmente sì.
La domanda è quanto a lungo potrà farlo senza sacrificare il proprio sviluppo economico e senza trasformarsi sempre più nel partner minore di una Cina che, osservando da lontano il conflitto, continua a rafforzare la propria influenza su Mosca.
Perché le guerre non si vincono soltanto sul campo di battaglia. Si vincono anche nei bilanci, nelle fabbriche e nei conti pubblici. E proprio lì, oggi, iniziano a comparire le crepe che la propaganda fatica sempre più a nascondere.