Terrorismo islamico, radicalizzazione religiosa o …

Terrorismo islamico, radicalizzazione religiosa o semplicemente fede?

Pier Franco Lisorini è un docente di filosofia in pensione, lontano dai partiti ma convinto della necessità di una aggregazione politica e culturale che abbia a cuore il destino della nostra Patria e della nostra civiltà. Propone questo contributo non per suscitare un dibattito, perché non è tempo di parole, che troppo spesso vengono usate per coprire la verità e non per svelarla, ma per svegliare e mobilitare le coscienze e perché se c’è qualcuno che avverte il pericolo incombente sappia che non è solo.

Terrorismo islamico, radicalizzazione religiosa o semplicemente fede?

Il cosiddetto terrorismo islamico è un fenomeno inevitabile e talmente naturale che sarebbe sorprendente se non esistesse poiché è la conseguenza del processo di sgretolazione degli stati nazionali, a cominciare da quelli arabi, messo in atto dai centri di potere economico e finanziario americani. I maîtres à penser con le loro elucubrazioni su giornali e televisioni mirano solo a nascondere questa realtà, a confondere la pubblica opinione e a spostare il focus del dramma dei nostri morti ammazzati nell’iperuranio, aiutati in questo anche dalla loro dabbenaggine, non rara fra politici e intellettuali di tutti gli schieramenti.


Mantenendo i piedi per terra va detto brutalmente che la responsabilità più diretta di quello che accade  è del neocolonialismo americano mascherato da globalizzazione, che ha reso permeabili i confini culturali e politici del cosiddetto terzo mondo,  in larga misura coincidente col mondo islamico. La guerra mondiale ha stravolto i vecchi equilibri  eurocentrici segnando la vittoria degli Stati Uniti non solo e non tanto sulle potenze dell’Asse quanto piuttosto sugli alleati britannici, presunti vincitori ma in realtà principali sconfitti, ridotti a modesta potenza regionale dopo aver ceduto ai cugini lo scettro imperiale.  Il potere imperiale degli interessi finanziari ed economici americani si è espresso dal dopoguerra ad oggi in modi aggressivi e subdoli, apparentemente contraddittori e stupidi come solo possono essere i mercati ma invasivi come una colata lavica. Se l’estremo oriente, Cina e Giappone in testa, grazie  alla loro grande tradizione di civiltà e al robusto impianto statuale sono stati e sono in grado di resistere alla pressione americana e hanno sviluppato sistemi economici inattaccabili, è nei paesi di religione islamica che il neocolonialismo americano ha avuto buon gioco, soprattutto dopo che sono stati tolti di mezzo uomini forti come Gheddafi e Saddam Hussein ed è stata scatenata la cosiddetta primavera araba. Ė un obiettivo costante dei governi americani avere regimi amici per poter imporre la propria egemonia economica e finanziaria – e ovviamente militare e politica – ; alla via seguita nell’immediato dopoguerra, quella dei governi fantoccio guidati da dittatori corrotti, più recentemente essi hanno sostituito quella della esportazione della democrazia, usata anche per rovesciare le loro creature, ma lo scopo e il risultato sono gli  stessi e le conseguenze ancora  più devastanti. Infatti dietro il paravento della democrazia c’è solo la destabilizzazione, la fragilità delle strutture interne, la perdita dell’idea di nazione, quali si sono drammaticamente manifestate in Libia come in Irak. Il concetto di mondo arabo e islamico da categoria astratta  diventa realtà concreta in modo inversamente proporzionale allo stabilirsi di entità nazionali: quando ci fossero, come ci sono stati, sistemi politici fortemente accentrati e fondati sull’idea nazionale, non avrebbe più senso l’informe galassia islamica con la quale oggi abbiamo a che fare. In tal caso, infatti, ci sarebbero prima di tutto libici, egiziani, turchi, irakeni, iraniani, con caratteri distintivi  orientati verso la laicità, anche non dichiarata, tanto più decisamente quanto più solide fossero le loro strutture interne.


Kemal Atatürk

Ė la strada tracciata da Kemal Atatürk. Al contrario regimi deboli, privi di credibilità interna e internazionale, favoriscono la sostituzione dell’identità nazionale con l’universalismo religioso. Al patriottismo si sostituisce la fede religiosa e se il mondo arabo-islamico diventa una realtà omogenea attraversata dal conflitto fra sunniti e sciiti ciò non fa altro che accentuare la deriva mistica. Questo è il regalo che ci hanno fatto gli americani, questo il disastro compiuto dagli Stati Uniti con la colpevole complicità dell’Europa e in primis della Francia, che ha contribuito in modo decisivo ad abbattere il più solido puntello della stabilità nel Mediterraneo semplicemente per sostituire l’Eni con la Total nello sfruttamento del petrolio libico. Con la dissoluzione o l’indebolimento delle entità statuali,  una volta perduto il senso di appartenenza nazionale, che non è un dato ma una acquisizione culturale che si impone alle coscienze con l’educazione e deve essere mantenuto con la forza e la credibilità delle istituzioni, allo smarrimento iniziale subentrano altri valori: quello della fratellanza, della fede comune, della comunità universale dei credenti da difendere dagli infedeli.  Così era stato per secoli nell’Europa cristiana  e in tempi vicini a noi con l’internazionalismo operaio e comunista, pervicacemente antipatriottico fino al punto di plaudire alla perdita delle italianissime Istria e Dalmazia. E dietro l’ecumenismo laico o religioso, cattolico o coranico che sia,  c’è sempre qualcuno che lo aizza, lo razionalizza. ci guadagna e regge le fila, di volta in volta  i preti e la chiesa di Roma, la Russia di Stalin, l’America e suoi lacchè. La respublica christianorum finì con la fine del feudalesimo e l’affermazione dell’Europa degli stati, i miti dell’anarchismo e dell’internazionale sono miseramente rifluiti nella marginalità sociale e intellettiva da cui erano usciti. Ma altre erano le condizioni dei popoli europei, la loro capacità di riscatto e di ritrovare il filo della propria storia, rispetto a popoli che alle loro spalle hanno un’organizzazione tribale, una miseria atavica, un’economia di sussistenza, la dominazione coloniale, la perdita totale della loro stessa tradizione artistica e filosofica, popoli per i quali recuperare e mantenere l’idea di nazione e l’organizzazione politica era stato tanto difficile  quanto fu facile rovinare ciò che era stato fatto. L’informe, malsicuro e, per questo più pericoloso, mondo islamico che ne risulta  va incontro ad una lotta intestina per darsi un’autorità e un centro,  cerca di compattarsi evocando la minaccia di un nemico esterno, è ossessionato dal problema dell’ortodossia e tende verso livelli parossistici di purezza, che l’obiettiva povertà intellettuale e culturale nella quale versano da secoli i popoli arabi  può trovare solo nel martirio. La permeabilità dei confini politici e culturali diventa una minaccia terribile per popoli che si riconoscono solo come credenti e che vedono la fede attaccata dall’esterno  e dall’interno delle loro coscienze dall’indifferentismo, la secolarizzazione, l’immoralità dell’occidente. Lo stile di vita occidentale, per quello che si presenta come esibizione del corpo femminile, assenza di inibizioni, gioia di vivere sembra la realizzazione blasfema del paradiso sulla terra, mortificazione della loro rozza escatologia, attentato ad una fede tanto drastica quanto epidermica e passionale, da testimoniare col sangue proprio e altrui.


Le condizioni economiche non c’entrano: c’entra la salvaguardia dell’identità, di fede, di valori e significati, rozzi quanto si vuole, spostati dal mondo all’assoluto. Va tenuto presente che il rischio che si affievolisca la fede religiosa, al di là delle disquisizioni per lo più disinformate e distorte che si possono fare sui contenuti dottrinari, che sicuramente non sono quelli di una setta di psicopatici, è lo stesso che si è verificato in Occidente col tramonto del Medio Evo fino a far perdere alla Chiesa qualunque autorità spirituale. Il processo di civilizzazione comporta inevitabilmente lo spostamento del senso del divino nella sfera privata e lo svuotamento dei significati collettivi della religione. Ė spaventoso, a questo proposito, il sospetto che in barba alle persecuzioni e agli eccidi perpetrati ai danni delle comunità cristiane, ci sia nelle autorità ecclesiastiche cristiane la tentazione di fare causa comune con l’Islam per fronteggiare la secolarizzazione e l’ateismo di massa. Ė la faccia inquietante del dialogo interreligioso, la cui giustificazione sta tutta nel fatto che in un modo o in un altro le cosiddette grandi religioni monoteistiche predicano il disprezzo per la vita e i valori mondani e su questo disprezzo fondano il loro potere. Proprio per questo la civiltà e l’intelligenza le debbono tenere sotto controllo, edulcorarle e renderle inoffensive. Vale ancora, anzi vale drammaticamente proprio ora dinanzi alle continue stragi perpetrate in nome di dio il monito di Lucrezio: tantum religio potuit suadere malorum.


Così come i motivi economici e sociali sono una foglia di fico per coprire la natura del fenomeno, non si venga a raccontare che gli attentatori suicidi agiscono per odio: per odio si uccide non ci si uccide. D’altro canto chi è disposto a morire per la fede ed è convinto di guadagnarsi così il paradiso considera poca cosa la propria vita ma anche meno quella degli altri: uno che è disposto a sopprimere se stesso annulla in sé ogni valore e ogni significato dell’esistenza, tanto che diventa ridicolo parlare di crudeltà.  La crudeltà, come la tortura, e, inteso nel suo significato storico, il terrorismo, riguardano il mondo non l’oltre mondo, l’assoluto. Chi si sacrifica per la causa è un martire non un terrorista, il che non toglie che il terrorismo sia strumento di lotta politica usato dai paesi arabi e non solo:  il ricordo delle imprese dei militanti dell’Ira è ancora fresco e non a caso avvenimenti come la strage di piazza Fontana  o di piazza della Loggia in Italia sono stati di difficile attribuzione proprio perché il ricorso all’attentato come arma di pressione politica è comune ad organizzazioni criminali, all’irredentismo, ai gruppi eversivi e agli stessi governi. Quando il terrorista si considera un soldato mette a repentaglio anche la propria vita, ma come extrema ratio non per vocazione al martirio. Martirio e terrorismo possono coesistere, i loro effetti sono sovrapponibili, ma anche quando rinviano ad un medesimo centro restano fenomeni distinti e i mezzi che risultano efficaci per stroncare il secondo possono addirittura alimentare il primo. Il cuore del problema è però un altro: il valore del martirio sta tutto nel valore della causa. La patria, in tutta la nostra tradizione occidentale, è una buona causa per sacrificare la propria vita, la fede religiosa non lo è. Se non si riconosce con chiarezza e risolutezza questo è inutile continuare a discutere sui morti e sui pericoli che si corrono nelle nostre città. Bisogna avere il coraggio di riconoscere che chi uccide è un martire per una fede che vede minacciata. Ne segue che incoraggiare la fede e potenziarla in nome della compatibilità di tutte le fedi, garantendo il diritto a pregare collettivamente costruendo moschee e facendo dello Stato una sorta di pantheon significa fare causa comune contro l’indifferentismo religioso. Ma se è vero che nella nostra cultura la religione è innocua essa non lo è in assoluto, e non lo è stata nel passato. Se il suo potenziale distruttivo è stato disinnescato ciò è avvenuto grazie alla sostituzione dei valori – o, meglio,  disvalori – religiosi con altri valori, spirituali e materiali. La fede religiosa è innocua solo quando rimane chiusa nell’interiorità dei singoli, quando perde la sua passionalità primitiva e non si esprime più in forme collettive e parossistiche. Ma è un processo lungo, che ogni cultura deve condurre autonomamente, e può farlo solo all’interno di una solida e ben definita cornice nazionale e istituzionale. Quella cornice collide però con gli interessi economici e finanziari americani, quelli stessi che hanno portato alla dissoluzione della Libia, al tentativo di invertire il percorso di laicizzazione della Turchia e di indebolire l’Egitto, all’abbattimento del regime laico di Saddam Hussein con la rovina che ne è seguita, all’attacco senza quartiere alla Siria di Assad e alla farsa della lotta all’Isis da parte di quelli stessi che l’hanno fatta nascere.


Si devono rispettare gli stati, i popoli, le nazioni, le tradizioni, e i popoli non vanno identificati per la fede religiosa, che deve rimanere un semplice dato statistico, se vogliamo uno dei tratti culturali ma non quello prevalente e identitario. Il nazionalismo, il senso della patria, le tradizioni familiari e di clan sono il migliore antidoto contro l’universalismo religioso, contro il richiamo dell’assoluto e la negazione della vita . Anche nel caso in cui esista una iniziale commistione fra valori nazionali e dottrina religiosa, il conflitto che in essa è implicito proprio per la presenza di una cornice nazionale robusta vedrà la vittoria del potere politico-militare. Quella di nazione è l’unica idea forte che può neutralizzare il fanatismo religioso. Tutto il resto è chiacchiera. La pretesa di far uscire il mondo islamico  dalle nebbie del medio evo sbattendogli davanti l’immagine cinematografica e televisiva di un Occidente luccicante porta solo lutti nello scenario di un nuovo manicheismo che accredita il partigiano del bene e della purezza. La debolezza politica  del medio e vicino oriente giova politicamente, culturalmente, economicamente all’Arabia saudita che galleggia nella palude islamica e al suo alleato di ferro, gli Stati Uniti. Se il ruolo saudita è più scoperto, perché il suo potere coincide col disfacimento dei nazionalismi e dei regimi arabi autoritari nell’indistinto corpo islamico, più ambiguo e contorto è quello dell’amministrazione americana, soprattutto a leadership democratica.  Ambiguità e contorsioni che risultano più scoperte quando l’egemonia americana incontra sulla sua strada l’ostacolo della Russia postcomunista, rivelatasi meno addomesticabile della superpotenza sovietica. L’Europa  è stata tranquillamente a guardare quello che combinavano i ceceni, fatti passare per patrioti di una patria inventata. Ha incoraggiato l’imbroglio ucraino, fingendo di ignorare i legami culturali e linguistici che uniscono alla Russia la “Piccola Russia”, la loro storia comune, la composizione nazionale e la legalità istituzionale. I nostri opinionisti e tutte le prefiche nostrane hanno dimenticato in fretta il massacro di bambini e insegnanti in Olsezia nel 2004,  non hanno fatto una piega quando un missile turco ha fatto strage di turisti russi né si sono posti seriamente la domanda sui mandanti e gli esecutori. Allo stesso modo si sono ben guardati dall’accostare il ravvicinamento a Putin del dittatore turco col fallito tentativo di rovesciarlo, fatto passare in modo un po’ grottesco per un falso golpe organizzato dallo stesso Erdogan. Evidentemente per gli interessi americani il dittatore fantoccio islamista non era più tanto fantoccio né abbastanza islamista, se è vero che l’ispiratore del golpe è un religioso che vive in America. Quello che succede in Siria è lo specchio di una politica che mira solo a perpetuare instabilità e debolezza ed è la vera e documentabile organizzatrice del cosiddetto stato islamico che ora finge di voler annientare. Quanti in Italia e in Europa teorizzano la possibilità di un patto con un fantomatico Islam moderato, che anche a dirlo pare una barzelletta: sottomissione a Dio, ma non troppo, quanti promuovono l’integrazione fra culture o non sanno quello che dicono o auspicano una società meticciata nei geni e nella cultura, un vangelo coranizzato, un po’ di sharia nelle fonti del diritto e l’innesto di un sano moralismo nei nostri licenziosi costumi.  Un auspicio per fortuna realizzabile solo al livello delle isole caraibiche. Le culture non si integrano e come dimostra tutta la nostra storia riescono a convivere quando ciascuna di loro coincide con i propri confini. I fautori dell’integrazione forse non sanno di volere l’acculturazione, vale a dire l’omogeneizzazione degli straneri ai quali si spalancano le porte, con l’obiettivo pernicioso di un imbastardimento culturale, che oltre che essere un ritorno di fiamma di inconsapevole razzismo bianco è palesemente irrealizzabile e autolesionistico perché quel diverso accolto in casa nostra cresce tanto da diventare lui il padrone di casa e da realizzare il suo obiettivo dichiarato, che è proprio quello di essere lui quello che accultura. Uno scenario apocalittico che ricorda il tramonto del mondo antico e della civiltà classica con la differenza che diciassette secoli fa si consumò una tragedia spontanea, indipendente dalla volontà dei singoli, travolti da eventi non controllabili mentre oggi si è in presenza di un disegno lucido e perverso, una miscela orrenda di incoscienza, avidità, sfrenata cupidigia di potere che ha al suo centro l’apparato di governo americano. La salvezza per l’Europa, l’Italia, la civiltà di cui abbiamo raccolto il testimone può venire solo mettendo un freno governi che sono strumento del sistema finanziario, espansivo per natura e per natura cieco a qualsiasi valore e a qualsiasi prospettiva, un sistema per il quale è vitale poter contare su classi politiche deboli servili e corrotte.

Fa impressione l’indifferenza con la quale i vertici dei grandi gruppi finanziari guardano alle conseguenze di breve periodo dei loro giochi di potere. C’è in loro solo tattica, non un disegno strategico, nemmeno all’interno delle regole del mercato e della finanza, come dimostrano le crisi ricorrenti e il perenne rischio di collasso del sistema. Ma è raccapricciante il sospetto che quelli stessi vertici siano consapevoli degli effetti catastrofici di lungo termine della loro globalizzazione, della permeabilizzazione dei confini, degli spostamenti di masse umane che essi hanno provocato, della snazionalizzazione, della africanizzazione dell’Italia, e li considerino un giusto prezzo da pagare per i loro affari. Il cuore del mondo occidentale è avviato verso la catastrofe e si continua a parlare d’altro, la stampa tutta e l’informazione televisiva sono impegnate a manipolare l’opinione pubblica, a distoglierla dall’evidenza dei fatti, ad occultare quello che è ormai sotto gli occhi di tutti. Gli stessi partiti e movimenti di opposizione si muovono con incredibile cautela: quando denunciano l’invasione danno l’impressione di non crederci neppure loro; gli attentati, che sono un segno premonitore, li liquidano come terrorismo, preoccupante e da condannare con la massima fermezza, s’intende di parole, con quell’investimento emotivo artificiale per ciò che ormai è già accaduto e non con la mobilitazione rabbiosa che scatta davanti al pericolo incombente. Si vive in un mondo cloroformizzato e se e quando ci si sveglierà sarà troppo tardi se non si dà subito ascolto all’allarme che risuona intorno a noi.

Un esempio clamoroso della timidezza, o forse della malafede, dei rappresentanti dell’opposizione di destra, e anche di quella che dovrebbe essere “estrema”, è il colossale imbroglio della distinzione fra profughi e non profughi, fra chi scappa dalle guerre e chi cerca condizioni migliori di vita o semplicemente il modo per vivere a sbafo degli europei, mentre tutti, assolutamente tutti gli invasori musulmani sono ben consapevoli di essere il potenziale esercito che si sta posizionando per l’insurrezione prossima ventura.


 Per concludere

La sinistra cattolica e comunista, complice interessata del processo di disarticolazione globale degli stati nazionali ne ha assai per tempo predisposto la cornice ideologica.  Il modo migliore per indebolire una compagine statale è quello di toglierle una base valoriale, che è riposta nella nazione. L’attacco alla nazione è, pertanto, un attacco allo stato. La nazione è un’idea che si esprime nella lingua, nella tradizione letteraria, nella memoria storica. Sono queste le tre colonne su cui poggia la nazione e la scuola è lo strumento incaricato di mantenerle in piedi. Ebbene, gli stessi che oggi guardano all’Europa politica – che poi nei loro intenti dovrebbe a sua volta essere uno stato dalla connotazione debole a dai confini aperti – , che considerano anacronistici i confini nazionali, che irridono all’idea di patria, che considerano un’opportunità l’immigrazione, che pensano di scongiurare la minaccia del califfato nero coi bombardamenti e si rifiutano di vedere dietro il terrorista il martire per la fede, sono gli stessi che da decenni conducono l’attacco alla scuola nazionale, hanno imposto un  ridimensionamento dello studio della grammatica, la riduzione  della lingua nazionale ad uno strumento essenziale di comunicazione e, last but not least, la storia italocentrica. Eppure su questo punto bisogna essere chiari: la storia o è nazionale o non è, diventa sterile erudizione. L’insegnamento della storia è memoria maiorum, custodia della tradizione, che per i nemici della nazione non ha più senso: per un popolo meticciato tanto vale Shakespeare quanto l’Alighieri e il risorgimento italiano non avrà maggiore interesse della guerra civile americana. Il fatto è che un popolo meticciato semplicemente non ha memoria, non ha tradizione letteraria, non ha una autentica lingua madre da custodire.

Queste considerazioni richiamano la necessità di smascherare l’universalismo laico o religioso, di denunciarne l’intento antinazionale e la volontà di riproporre su scala ridotta il disegno eversivo globale che ha il suo centro negli Stati Uniti. Ma non è più tempo per una battaglia di idee o per una rivoluzione culturale. Occorre un preciso, semplice e chiaro programma politico ispirato dalla consapevolezza del pericolo e del nemico che è fra noi, che non è solo l’invasore o il musulmano ma chi l’ha voluto fra noi; è quello stesso che ha sconvolto la nostra struttura sociale distruggendo il ceto medio, che odia la patria, umilia il lavoro italiano, ci schiaccia sotto il tallone delle banche, usa il polverone della lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata per nascondere la propria realtà criminale e corrotta. Se questa consapevolezza diventa coscienza di massa, organizzata e guidata da chi sappia mettersi al servizio della nazione i piccoli uomini e i loro miserabili interessi che hanno occupato il centro della scena torneranno al loro ruolo di parassiti marginali insignificanti e innocui.

Pier Franco Lisorini Docente di filosofia

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