REGIONI E RIFORME

Il n.5 della nuova serie di “Critica Sociale” ospita un lungo articolo di Massimiliano Amato che ricostruisce parte del travaglio che precedette la nascita del centro-sinistra organico: nell’articolo di Amato ci si riferisce alla metà del 1962 quando La Malfa pubblica la sua famosa nota aggiuntiva al bilancio e si apre il dibattito tra le varie anime del riformismo e del conservatorismo in seno al futuro centro – sinistra (contemporaneamente si avvia anche il dibattito nel PCI, ancora presente Togliatti, sulla natura del capitalismo italiano).

Rilevo un passaggio dell’articolo (molto interessante) di Amato: “L’ostacolo di fronte al quale il partito di maggioranza relativa si blocca è l’attuazione dell’ordinamento regionale, impegno inserito negli accordi di governo e considerato essenziale da Lombardi, che concepisce le Regioni come uno strumento della politica di piano”.

Massimiliano Amato

Come sappiamo le Regioni arriveranno soltanto 8 anni dopo quando, anche per via del “tintinnar di sciabole” la stagione riformistica presenta grandi difficoltà (pur fornendo ancora segni di vitalità: è del 1970 infatti l’approvazione dello Statuto dei Lavoratori).

Si ammetterà però che leggere di Regioni come “strumento della politica di piano” provochi almeno un sussulto, un minimo di moto dell’animo e della memoria.

Moto della memoria e dell’animo riguardante soprattutto la realtà effettuale delle Regioni.

Siamo alla vigilia di una serie di elezioni regionali che impegneranno i primi mesi del 2024 e già il segnale dello sfilacciamento è dato dall’assenza di una data che raccolga il turno elettorale: le elezioni regionali (sono previste la Sardegna, la Basilicata, l’Abruzzo, il Piemonte, l’Umbria) si svolgeranno inoltre sotto la spada di Damocle dell’autonomia differenziata, riforma costituzionale attraverso la quale (per dirla in sintesi) la destra di governo intende spezzare un filo residuo di coesione economica e sociale (alla faccia del sovranismo).

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La vigilia di questa tornata elettorale (principiando dalla Sardegna) appare del resto caratterizzata da una dura lotta di potere all’interno della coalizione di governo condotta al di fuori da qualsivoglia riferimento progettuale/programmatico ma esclusivamente in nome di un riequilibrio di potere verso l’onnivoro partito di maggioranza relativa.

La nostra riflessione dovrebbe però centrarsi sulla trasformazione che la Regione come istituzione ha subito, in particolare negli ultimi trent’anni dopo un avvio molto stentato caratterizzato dal permanere del dualismo competenze regionali/ ministeri non certamente risolto dalla francamente sbagliata modifica del titolo V della Costituzione che il centro – sinistra (Governo Amato 2001) promosse con il solo intento politico di avvicinare la Lega (“costola della sinistra” così Massimo D’Alema aveva definito la Lega).

Sintetizzo e vado giù con l’accetta:

Prescindendo (ma non troppo) dal totale tramonto per qualsiasi idea di programmazione economica e dalla dismissione nella capacità di intervento del governo sugli asset industriali strategici (è proprio di questi giorni la completa dismissione della rete di TIM: perché di questo nel concreto si tratta) le Regioni hanno ormai perso qualsiasi funzione effettivamente legiferante e di coordinamento territoriale.

Le regioni hanno “occupato” finanziariamente la sanità allo scopo di traghettarne strutture e funzioni verso una privatizzazione dai sicuri aspetti selvaggi.

Le regioni appaiono per lo più Enti di nomina e di spesa verso i quali infuriano le già citate lotte di potere acuitesi con l’elezione diretta del Presidente e relativo spostamento di risorse verso il favorirne misure di propaganda personale truccate da operazioni di promozione del territorio.

Su questa partita, difficile e complicata soprattutto sul versante istituzionale, nel centro – sinistra potenziale o comunque in un fronte democratico – progressista – costituzionale non si è aperta alcuna riflessione di fondo (prima di tutto sul forte contributo dato alla personalizzazione della politica) e ci si limita nelle occasioni elettorali a contare le bandierine dei capoluoghi perduti o espugnati.

Franco Astengo

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