Note su “Non chiederci la parola” di Eugenio Montale

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro, agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto oggi solo possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Il contenuto è facilmente intuibile.
La grammatica e la sintassi invece non sono così immediate e sembrano richiedere un approfondimento:
“Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco/lo dichiari”.
Il grassetto per evidenziare che questo pronome, a chi sfuggisse il suo essere come risucchiato da un senso generale inequivoco, ha la forza semantica di sostituire nientemeno che le 9 parole del primo verso, e le prime 4 del secondo!
Ma se anche si riuscisse subito ad percepire la capacità rappresentativa di questo “lo“, meno facile sarebbe comprendere il “risplenda” di quel “risplenda come un croco / perduto in mezzo a un polveroso prato”. Infatti: a chi è riferito? Non si riesce a comprendere a meno di non anteporgli mentalmente ciò che sintatticamente manca, ovvero, “questa dichiarazione”.
Nella poesia, si è detto, non vi sono nodi di significato particolarmente ostici da sciogliere.
Però dal punto di vista formale, le cose cambiano.

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Ci sembra giusto segnalarlo, altrimenti questa lirica, presente nella stragrande maggioranza delle antologie scolastiche di letteratura italiana, continuerà per forza di cose ad essere studiata, e magari studiata a memoria, con una recitazione puramente meccanica.
Riguardo invece al contenuto, la perplessità è relativa soltanto all’idea del croco sperduto in mezzo a un polveroso prato: perché, se tutto il prato è ingrigito dalla polvere che gli si è posata sopra, da questa polvere dovrebbe essere esente il croco che al prato sta in mezzo?
E di nuovo per tutte le antologie il colore vivace del croco è (in un campo coperto di polvere!) netto e vivo come se fosse appena piovuto…
E’ vero che le coordinate della lirica nella sua interezza vanno in una certa direzione, ma non per questo bisogna negare l’esistenza di eventuali tornanti; i quali per loro natura la direzione la cambiano, ma, sommandosi, alla fine la mantengono e riescono a tracciare una strada che conduce alla meta.
In altre parole non bisogna forzare i concetti ad allinearsi sempre al messaggio che si crede (o che la vulgata ha stabilito), il testo abbia.
Nella seconda strofa, Montale è lacerato, ed è perfetto il modo con cui ce lo mostra: nei primi due versi di essa, egli invidia “l’uomo che se ne va sicuro, / agli altri ed a se stesso amico,” e lo fa soprattutto con quell’interiezione a capoverso che sostituisce tante parole.
E’ una forma di invidia, perché Montale sa che quell’uomo salva se stesso dall’ansia di esistere, la quale invece alberga in lui; ma anche una forma di altruismo, perché sa altrettanto bene che colui il quale fosse attanagliato da quell’ansia, la diffonderebbe inevitabilmente attorno, ammorbando l’aria e facendo, suo malgrado, del male al prossimo.
Tuttavia nei due versi restanti della quartina, si presenta l’altra faccia della medaglia, con cui l’io lirico pare dirci che “l’uomo che se ne va sicuro”, per quanto bene faccia e si faccia, non ha dignità umana.
Ne scaturisce un certo disprezzo misto a commiserazione.
Anzi, un tale sentimento sembrerebbe quasi, procedendo ad una personificazione, che scaturisca dalla luce stessa.
Quest’ultima, per una sorta di schizofrenia metafisica, non creerebbe ombra.
I raggi del sole che si appoggiano sul corpo dell’uomo ignaro e ignorante verrebbero a denunciare così l’ombra che lui di per sé medesimo è, senza bisogno di proiettarla da qualche parte.
I raggi si presterebbero solamente a fomentare la canicola già da sempre assunta in senso negativo, peraltro condivisa dal muro scalcinato: sfondo degno di un indegno ospite quale è il profondo buio di chi non sa di non sapere, e porta a spasso la sua morte come se non avesse compagnia.
“Scalcinato muro” trasmette altresì l’idea di qualcosa che è descritto come rovinato al fine di calcare concettualmente su un’ombra la quale, data la superficialità di chi la genera, è assimilata ad una macchia e non è quindi ben accetta da nessuna superficie, come gli ignavi dell’inferno dantesco non lo erano da nulla e da nessuno.
La poesia, manifesto montaliano dello smarrimento storico e morale dell’uomo, termina con due versi alquanto sconsolati:
“Codesto oggi solo possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.
Ma a guardar bene c’è quell’oggi che non ipoteca del tutto il domani. Anzi, forse è un’estrema disperata apertura di credito.

FULVIO BALDOINO

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2 thoughts on “Note su “Non chiederci la parola” di Eugenio Montale”

  1. Ecco un’ altra delle tue analisi stilistiche di un testo montaliano che (mi) rivelano aspetti inediti a cui non avrei mai pensato prima di leggere questo tuo nuovo commento, come al solito originale e profondo, con il quale porti alla luce il “non detto” dal poeta, cioè, parafrasando i due famosi endecasillabi finali.:”Codesto mio silenzio oggi posso dirti / ciò che in me tace, ciò che non riesco a dire”. Molto opportunamente metti in rilievo l’avverbio “oggi”, che non chiude ogni speranza che un domani, chissà che non riesca a dire quello che oggi rimane nascosto nelle profondità di se stesso (chi è che scriveva di “abissi interiori inesplorati”?). Ho poi trovato veramente originali e illuminanti quelle tue considerazione sugli uomini vuoti che non danno nemmeno ombra, rifiutata anche dai muri più scalcinati. Altra osservazione originale è quella del croco che si salva dalla polvere che intristisce l’erba del prato dove stanno “in mezzo”. Miracoli della poesia!

  2. Ecco un’ altra delle tue analisi stilistiche di un testo montaliano che (mi) rivelano aspetti inediti a cui non avrei mai pensato prima di leggere questo tuo nuovo commento, come al solito originale e profondo, con il quale porti alla luce il “non detto” dal poeta, cioè, parafrasando i due famosi endecasillabi finali.:”Codesto mio silenzio oggi posso dirti / ciò che in me tace, ciò che non riesco a dire”. Molto opportunamente metti in rilievo l’avverbio “oggi”, che non chiude ogni speranza che un domani, chissà che non riesca a dire quello che oggi rimane nascosto nelle profondità di se stesso (chi è che scriveva di “abissi interiori inesplorati”?). Ho poi trovato veramente originali e illuminanti quelle tue considerazione sugli uomini vuoti che non danno nemmeno ombra, rifiutata anche dai muri più scalcinati. Altra osservazione originale è quella del croco che si salva dalla polvere che intristisce l’erba del prato dove sta “in mezzo”. Miracoli della poesia!

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