Nel Paese di Pulcinella malagiustizia e cattiva politica giocano con la psicopatologia

Dagli errori giudiziari alle elucubrazioni sul terrorista di Modena

Non starò a ripetere l’ovvietà che i processi si fanno in tribunale perché è bene che giudici e inquirenti avvertano su di sé il controllo della pubblica opinione. E, reciprocamente, i cittadini danno prova di coscienza civica se prestano attenzione al modo in cui viene amministrata la giustizia. Ma  ne quid nimis recita un modo dire latino e mai come in questo caso bisogna tenerne conto perché l’eccesso di insistenza mediatica  trasforma dolorose vicende personali in uno spettacolo inverecondo  e la partecipazione emotiva diventa curiosità morbosa.  Quindi manteniamo la giusta dose di distacco, la necessaria prudenza e la consapevolezza dei limiti delle informazioni che abbiamo a disposizione.

Ci sono però delle situazioni nelle quali la prudenza diventa pavidità, il distacco cinismo e le informazioni di pubblico dominio sono più che sufficienti per esercitare il sacrosanto diritto di critica sull’operato dei magistrati. Uno di questi è il caso del cosiddetto mostro di Firenze. Non c’è bisogno di entrare nel merito delle indagini, di passare al vaglio indizi e prove a carico del contadino di Mercatale Val di Pesa. Basta una circostanza per escludere che fosse lui  l’autore di uno dei delitti: la busta recapitata alla procura della Repubblica di Firenze contenente parte dei genitali chirurgicamente asportati a una delle vittime. Un dato incompatibile con la personalità del Pacciani, che era umanamente sgradevole, sporco,  depravato, un border line semianalfabeta: chi ha spedito quella busta è un soggetto criminale perverso, sicuramente uno psicopatico, ma istruito e a suo modo intelligente. E non a caso di questo dato incompatibile con le ipotesi investigative si è perso subito traccia; se una stessa mano è responsabile di tutti gli omicidi sicuramente non è  lui il colpevole. Ma un colpevole andava trovato pena il discredito della magistratura  e nessuno si sarebbe speso più di tanto per uno che le figlie avevano accusato di ripetute violenze.

Come nessuno si sarebbe stracciato le vesti se un personaggio ambiguo, o meglio, fatto passare per tale da una cervellotica perizia psichiatrica che vedeva in lui una riedizione del personaggio di Stevenson, il dottor Jekill e Mister Hyde, quando il Bossetti era semplicemente un povero Cristo incapace di difendersi. Ma a inchiodarlo era il Dna di un morto che risultava essere il suo vero padre, frutto di una relazione extra coniugale della madre e  risultato geneticamente compatibile con le tracce biologiche trovate sulla vittima. Altre prove? Nessuna. Ma la scienza applicata alla giustizia fa dei brutti scherzi. A Livorno una ventina di anni fa, sotto il ponte di Calignaia sul Romito fu trovato il corpo di una donna assassinata dopo essere stata oggetto di violenza, il cui autore aveva lasciato tracce organiche sulla vittima. La strada più breve e più comoda per trovare il colpevole sembrò anche allora il Dna e  “fortuna” volle che venisse identificato un individuo con le stesse, inequivoche e personali come le impronte digitali, caratteristiche genetiche. Caso risolto? Quell’individuo viveva a Londra, non era mai venuto in Italia e aveva, se ce ne fosse stato bisogno, un alibi di ferro per il giorno del delitto. Ma, mi si può obbiettare,  errare è umano e giudici e inquirenti possono sbagliare e essere tratti in errore da esperti troppo sicuri di sé. Certo resta inquietante vedere magistrati che accumulano prove per rinviare a giudizio il presunto omicida di Chiara Poggi mentre il ragazzo condannato per lo stesso delitto  rimane in galera o assistere alla riduzione al silenzio delle voci che dall’Africa scagionano i poveri Olindo e Rosa, condannati senza prova e senza un movente (come capitato a Stasi).

PUBBLICITA’

Non ci sono invece attenuanti per il  caso clamoroso di malagiustizia e di Stato liberticida  della “famiglia del bosco”, nel quale arroganza e cinismo dei giudici si incrociano con la mancanze di empatia di educatori e assistenti sociali e incompetenza di psichiatri. Questa Italia malata mostra ancora una volta i segni della sua malattia in un  settore delicato dell’organizzazione sociale qual è quello della salute mentale.

La psichiatria non è una scienza esatta e ad essere pignoli non è nemmeno una scienza, soprattutto quando non poggia sulla neurofisiologia. E in più, per la sua valenza sociale, è esposta alla contaminazione con la politica, che può essere devastante. A  Palmoli è stato clamorosamente infranto il principio cardine della medicina: primum non nocere: con lo scopo astratto di garantire ai minori una presunta “normalità” i giudici stanno provocando non solo ai genitori ma soprattutto ai loro figli una sofferenza che si trascina da oltre sei mesi e irreparabili danni fisici e psichici.

In ambito psicopatologico è una regola aurea quella di procedere con i piedi di piombo, tenuto conto del carattere ondivago degli strumenti diagnostici e del limitatissimo orizzonte terapeutico e la dice lunga il fatto che non solo la nosografia è instabile ma coesistono approcci e modelli differenti. Una diversità che però non intacca una principio basilare: la psicosi, comunque ne venga ipotizzata l’eziopatogenesi, si presenta con caratteristiche inconfondibili accomunate dalla perdita di contatto con la realtà, sia sotto il profilo percettivo che quello ideativo. Psicotico è quello che comunemente viene etichettato come matto, folle, squilibrato, fuori di testa e con un termine che ne coglie meglio la condizione alienato. Alienato, chiuso in una realtà altra e inaccessibile, i cui comportamenti non sono suscettibili di giudizio riguardo alla coerenza, alla compatibilità sociale, alla morale; in estrema sintesi irresponsabile, sotto il profilo etico e giuridico. Lo psicotico sente le voci, è soggetto a visioni, vede e interagisce con persone inesistenti, è terrorizzato da pericoli e minacce presenti solo nella sua mente, non ha alcuna coscienza di malattia, che implicherebbe un contatto con la realtà. Insomma lo psicotico è un malato, una persona di cui prendersi cura e, nel caso di deliri persecutori, da tenere sotto stretto controllo.

Il terrorista assassino che a Modena si è scagliato con la sua auto  contro i passanti è un malato o un criminale? Non c’è ombra di dubbio: è un criminale guidato dall’odio, capace di progettare un attentato che ricalca quelli di matrice islamica che negli ultimi dieci anni hanno insanguinato i mercatini di Natale di Berlino, di Strasburgo e  di Magdeburgo e le modalità del crimine sono coerenti col suo essere un nordafricano di seconda generazione di religione islamica.

Il conformismo di regime vede vanificare decenni di lavoro sotterraneo e palese, si  infrangono i miti dell’accoglienza, dell’inclusione, dell’integrazione, si rivelano  una minaccia lo ius soli e lo ius scholae e corre ai ripari. Il terrorismo non c’entra nulla, sentenzia il ministro dell’interno Piantedosi; si tratta di un italiano, gli fa eco quello degli esteri Tajani e tutta la sinistra si spinge oltre: è un caso umano, il sintomo di un disagio giovanile originato dal Covid (?!) e aggravato dalle tensioni internazionali, è uno che avrebbe dovuto essere curato e le circostanze che sia un marocchino, che abbia urlato il suo odio verso i cristiani, che sia di religione islamica, che gli siano state trovate delle chat inequivocabili sulla rete, vengono taciute o negate.  Intollerabili le parole di Andrea Romano, quello risarcito dall’estromissione dal parlamento con una cattedra di storia a Tor Vergata (poveri genitori che si sacrificano per mantenere i figli all’Università): gli episodi apparentemente analoghi che hanno provocato stragi sono ben più gravi: in questo caso due donne hanno semplicemente perso le gambe e, per adesso, non è morto nessuno, quindi non la facciamo troppo lunga…

Veramente stomachevole il coro, nel quale si è distinta la vicesindaca di Modena, di improvvisati psichiatri e psicologi. Un ragazzo a disagio, che era stato curato per non chiariti disturbi, scontroso, bullizzato, frustrato per non aver trovato un lavoro soddisfacente, un disperato che una società ostile avrebbe spinto ad un gesto estremo.

Non viene in mente che questo marocchino, come tanti suoi coetanei mediorientali trapiantati in Italia e frettolosamente gratificati della cittadinanza italiana può sì  essere definito un  sociopatico (che non è un malato) ma è in primo luogo un corpo  estraneo e ostile  che non solo non ha alcuna intenzione di rinnegare la propria origine ma la esalta e costruisce su di essa la propria identità e il senso della propria presenza nel nostro Paese, e il fatto che sia o no in contatto con gruppi organizzati è irrilevante. Un fenomeno parallelo è quello dei “maranza”, giovani di seconda o terza generazione, organizzati in bande in  nome della loro diversità, esibita e imposta in forme violente che anticipano il progetto di una prova di forza oltre il circuito delle discoteche e della movida. Poi mimetizzati fra le  centinaia di migliaia e i milioni di clandestini e regolarizzati che hanno sostituito gli italiani nelle periferie delle nostre città si annidano silenti gruppi organizzati in diretto contatto con le centrali dell’islamismo radicale. Sono tre realtà indubbiamente minoritarie rispetto a quell’abbondante 10% di popolazione straniera fatta entrare in Italia per lucro,  interesse politico e  volontà di mantenere basso il costo della manodopera non qualificata ma c’è un potente catalizzatore che le accomuna  e le può  compattare con la maggioranza apparentemente innocua e integrata: il disagio sociale, destinato ad acuirsi per colpa della dissennata politica estera – e quindi energetica – del governo a trazione FdI e FI.

Fra i commenti della grande stampa che si sforza di minimizzare  l’attentato di Modena c’è quello involontariamente comico di Mattia Feltri, secondo il quale “sono gli immigrati a tirare avanti il Paese”, alludendo forse ai raccoglitori di pomodori o  a quelli che tirano la carretta nei cantieri edili o forse anche agli spacciatori e ai lavavetro. Sfugge al figlio di tanto padre che la crisi economica e industriale alla quale andiamo inesorabilmente incontro colpirà prima di tutti proprio gli immigrati, che siano o no regolarizzati, e infrangerà le ambizioni di quanti fra i loro figli dopo aver frequentato le scuole italiane e aver conseguito un diploma o una laurea si troveranno in condizioni peggiori dei loro genitori, come accaduto al marocchino di Modena che si è accorto che la la sua laurea in economia è carta straccia. Si illudevano di entrare nei gangli della società italiana e di conquistarla e si trovano respinti ai margini non perché gli italiani sono razzisti ma semplicemente perché, a differenza di quello che Feltri crede – o finge di credere – di loro non c’è bisogno oggi e meno che mai ce ne sarà bisogno domani.

Peggio, molto peggio di Feltri riesce a fare Gramellini nel suo sempre più indigesto caffè.  Il problema non sono i feriti con le ossa rotte e le due disgraziate con le gambe amputate ma Salvini che se ne esce con   l’uscita peregrina di togliere la cittadinanza agli stranieri  ai quali era stata concessa e si sono resi colpevoli di reati particolarmente gravi. Non solo nell’attentato di Modena va esclusa la matrice terroristica ma l’episodio va derubricato alla cronaca nera e il colpevole – meno male non dice il sospettato – è un italiano, un italiano di seconda generazione (non un immigrato di seconda generazione) che ha commesso un reato non più esecrabile di quello di cui sono state vittime due prostitute o il bracciante del Mali ad opera di altri italiani di origine italiana. Che facciamo, sembra chiedersi il giornalista del Corriere, togliamo la cittadinanza anche a loro? Se fosse più attento, più informato e  libero da pregiudizi e se proprio doveva tirare in ballo Salvini – che evidentemente non ha diritto di parola – poteva osservare che al leader della Lega sarebbe bastato invocare l’applicazione della legge 91/1992 che all’art. 10 prevede la revoca della cittadinanza ai soggetti di origine straniera responsabili di crimini connessi col terrorismo internazionale. E quello di Modena è un caso di scuola, sul quale si stanno facendo troppo chiacchiere al solo scopo di stemperarne la gravità e di confondere l’opinione pubblica, coprendolo anche con l’incredibile risalto dato alla tragedia delle Maldive.

La realtà è che la crescente presenza di stranieri provenienti da Paesi islamici è un tabù, non se ne può parlare, chi lo fa fa solo bassa propaganda elettorale o è una persona malvagia che, come Vannacci, va ostracizzato o, meglio ancora, scotomizzato. Quanto a Salvini, è solo una macchietta, e a dir la verità fa di tutto per esserlo.

Pierfranco Lisorini

FRA SCEPSI E MATHESIS Il libro di Pierfranco Lisorini  acquistalo su…  AMAZON

Condividi

3 thoughts on “Nel Paese di Pulcinella malagiustizia e cattiva politica giocano con la psicopatologia”

  1. Solo un’appendice: mi inorridisce quanto sento parlare di feriti, dopo un attentato, quasi fossero disgrazie “di seconda gravità”. Pensate per un attimo cosa significhi per una donna (o per un uomo, non cambia nulla) perdere entrambe le gambe. Penso se succedesse a me: sarebbe molto più grave della morte. Tanto per non sottovalutare l’impatto devastante di ferite così gravi da far passare in second’ordine il pensiero stesso della morte.
    Quindi, anche quando leggo di cosa succede a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, ad opera di quello stato criminale che è diventato Israele, che bombarda senza pietà la quasi totalità di un aggregato urbano, penso a quanti feriti strazianti provocano questi bombardamenti, lasciando tra le macerie vittime innocenti, cui sono stati strappati pezzi di corpo, rovinando a vita la loro capacità di procurarsi da vivere, oltre al dolore indicibile di amputazioni esterne e devastazioni interne.
    Leggo che il nostro governo non ha potuto fare a meno di emettere una sanzione contro il Ministro della Difesa israeliano per i lividi provocati ai ragazzi della Flottiglia. Che coraggio, Meloni! Hai aspettato qualche livido per fare il minimo indispensabile, mentre hai chiuso entrambi gli occhi su anni di bombardamenti (e, in subordine, soprusi dei coloni israeliani contro i legittimi proprietari della loro terra a suon di bastonate e peggio). Mentre applaudivi l’UE nei suoi 20 pacchetti di sanzioni alla Russia, che almeno si trovava di fronte un’Ucraina armata fino ai denti con le armi europee. Silenzio totale, invece, su bombardamenti a tappeto su popolazioni inermi. Vergogna a te, al tuo governo e alla UE, a cominciare dal duo impresentabile von der Layen-Kallas

  2. Il pezzo ha una forza polemica evidente e mette insieme tre temi enormi: giustizia, psichiatria e politica. L’autore parte dagli errori giudiziari italiani – dal Mostro di Firenze fino ai casi Bossetti, Stasi e Rosa e Olindo – per arrivare a una critica più generale verso un sistema che, secondo lui, troppo spesso costruisce colpevoli mediatici prima ancora che verità processuali.
    La parte più interessante è forse quella sulla psicopatologia. Lì emerge una riflessione che merita attenzione: il rischio di usare la psichiatria come strumento ideologico o burocratico, più che medico. Quando l’autore scrive che “la psichiatria non è una scienza esatta” non fa soltanto una provocazione: richiama un dibattito antico e mai davvero chiuso sul confine tra malattia mentale, controllo sociale e interpretazione politica dei comportamenti umani.

  3. Il tono dell’articolo è volutamente duro, quasi incendiario. In alcuni passaggi si percepisce una forte sfiducia verso magistratura, media e parte del giornalismo contemporaneo. E qui il rischio esiste: quello di trasformare una critica legittima alle storture della giustizia in una generalizzazione totale contro le istituzioni. Però il testo centra un punto reale: negli ultimi anni i processi mediatici hanno spesso sostituito quelli nelle aule dei tribunali, e l’opinione pubblica viene trascinata in una spirale emotiva dove conta più la narrazione che la prova.
    Molto forte anche il passaggio sul terrorismo di Modena e sul tabù dell’immigrazione islamica. Qui l’autore entra in un terreno estremamente delicato e divisivo, denunciando quella che considera una censura culturale verso certi temi. Si può essere o meno d’accordo con le conclusioni, ma il senso di fondo è chiaro: denuncia una società che, per paura del conflitto o del politicamente corretto, evita di affrontare problemi complessi in modo diretto.
    Nel complesso è un articolo che usa volutamente toni forti, persino provocatori, per scuotere il lettore. Non cerca equilibrio accademico, cerca reazione. E forse proprio per questo funziona: perché trasmette il disagio di una parte dell’opinione pubblica che vede giustizia, informazione e politica sempre più lontane dalla realtà quotidiana delle persone.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.