LA CIVILTÀ DEL SEGNO PIÙ
La maledizione che ha perseguitato la nostra visione del mondo dal Settecento in poi è stata quella di inforcare le lenti di ingrandimento su tutto ciò che riguardava il futuro. E siamo tuttora lontani dall’averla esorcizzata, nonostante stia mostrando chiaramente che si tratta di una forzatura mentale, di uno strascico da quando a parole come progresso e sviluppo sono stati attribuiti connotati esclusivamente positivi, a dispetto di lampanti prove contrarie.

La Terra vista da 1,5 milioni di km, ossia dall’orbita L1, dove l’attrazione gravitazionale di Sole e Terra si bilanciano. Questo mese è iniziato con un avvertimento: seguendo un trend ininterrotto da decenni, l’Earth Overshoot Day è retrocesso ancora, al 3 maggio. A livello globale è come se consumassimo 1,8 Terre. In Italia andiamo ancor peggio, come se ne consumassimo 2.9.
Il punto cruciale è che non si può crescere, sia di numero che di consumi pro capite, oltre le capacità del pianeta di rigenerare quello che si è consumato, come testimonia l’annuale ripresentarsi dell’Earth Overshoot Day, sempre retrodatato. L’evidenza di questo principio base dovrebbe essere assiomatica: sarebbe come, a livello individuale, pretendere di spendere più di quello che si guadagna. Ciò che ci insegna la Terra vale infatti anche per il denaro, la cui quantità dovrebbe però rispecchiare la presenza di un equivalente sottostante.

Tramonto su Marte. Qualche ingenuo avvenirista contempla la nostra fuga lì, quando la Terra sarà diventata del tutto inospitale per la vita. Si dimentica che su Marte la vita, se mai c’è stata, è scomparsa da eoni, non foss’altro per una temperatura sui -60°C, un’atmosfera quasi inesistente e composta perlopiù di Co2
Lapalissiano, si dirà. Eppure, chi governa il mondo ci ha abituato a considerare come normale e inevitabile il contrario, a livello di Stati; tanto è vero che è implicito e tacitamente accettato che il debito pubblico non potrà mai essere saldato, limitando agli interessi l’inesorabilità dei pagamenti.

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Diverso invece l’atteggiamento verso i singoli, privati o aziende, i quali devono restituire sia il capitale che gli interessi, in una morsa spesso letale, specie verso la fascia di redditi più bassi, trascinando i debitori verso la rovina (v. anche due figure più sotto circa la “virtuosità” dell’essere debitori e quindi servi a vita).
In sostanza, l’atteggiamento verso gli Stati e verso i singoli è distopico; e ciò è stato attuato mediante il divorzio del denaro dal suo corrispettivo in valore reale, moltiplicando ad libitum la sua messa a disposizione degli Stati, rinnovando ad ogni scadenza il debito in essere con nuovo debito (v. l’Italia, gravata da un debito di € 3.158 miliardi e gli USA da $ 39.000 miliardi, ovvero $ 39 trilioni, accumulati quasi per intero dagli interessi), mentre a famiglie e imprese prestiti e mutui sono razionati e ad interesse, quando sono proprio loro i produttori della ricchezza reale, che conferisce valore ai soldi. Equità vorrebbe che ai privati venissero azzerati gli interessi, come peraltro vuole la regola coranica, che bolla ogni interesse, ossia denaro che genera denaro, come usura. Nell’Occidente usuraio si guarda a questa regola come ad una stravaganza religiosa: non si riesce ad immaginare un mondo senza i nostri due pilastri fondamentali: crescita e interesse; mentre sono in realtà il ramo e il cappio.

Grafico degli effetti del QE: in primis, svalutazione, inflazione e taglio degli interessi bancari. L’Italia si limitava al primo passo, svalutando la lira, ma non immettendone dosi massicce, per evitare l’inflazione. Semplicemente si modificavano i rapporti di cambio. Le odierne Banche Centrali, invece, inondano i mercati di soldi dal nulla, senza alcun sottostante, creando inflazione e, solo in casi estremi (v. Covid), azzerando il tasso d’interesse primario
Avendo consentito alle banche l’emissione di moneta virtuale, i limiti di questa creazione dal nulla sono sfumati, e il numero di zeri sul volume di denaro in circolazione cresce con la definizione di nuovi termini, mai raggiunti prima: miliardi, trilioni, quadrilioni… Come se dietro di essi crescesse parimenti la quantità di ricchezza disponibile. Questa fasulla lente di ingrandimento è platealmente visibile sia nelle infime quantità di moneta che le banche devono accantonare (riserva frazionaria, fino al 2%), per concedere prestiti, sia nei giochi di Borsa sui futures, quando si scommette sul valore di merci fantasma, sulla falsariga di un fantasioso Monopoli o di una variante infantile del casinò.
Lo stesso criterio, dei giochi al rialzo in base a moneta virtuale, di cui Bitcoin et sim. sono la più esasperata espressione, si è voluto estendere anche alle risorse della Terra, trascurando la loro finitezza.

Raffronto simbolico tra l’uomo della media borghesia, ormai estinto, che viveva del proprio lavoro e senza debiti verso le banche; e lo stesso, oggigiorno, oberato di lavoro per pagare i debiti, matematicamente inestinguibili a livello aggregato a causa degli interessi. Il sistema bancario predilige quest’ultimo, poiché il denaro può essere emesso soltanto creando un debitore. E ormai siamo tutti debitori, Stati in primis. È il risultato dell’inseguimento della crescita costante, alimentata da denaro in prestito
La fiducia nel “glorioso sol dell’avvenire” e quindi nella crescita senza freni è stata la base degli sforzi umani, soprattutto a partire dalla fine dell’ultima guerra, quando ci si è affidati in maniera crescente, anzi esponenziale, alla tecnologia, quasi fosse la risolutrice di ogni problema che la crescita veniva via via ponendo. Man mano che la qualità della vita migliorava, si facevano più figli; ma quando ha cominciato a peggiorare, il ritmo delle nascite è calato vistosamente. Nel tentativo di porre rimedio al calo demografico, i governi, impostati sul diktat di una crescita costante, trasponendo nella vita fisica la visione finanziaria della crescita all’infinito, hanno agevolato, quando non incentivato, l’arrivo di immigrati che premevano -e premono- alle frontiere. È escluso dalla loro mentalità che qualcosa, esseri umani, consumi, moneta circolante, rifiuti, possa ardire intraprendere il percorso inverso, bollando la decrescita come indiscussamente infelice.
La decrescita giova comunque all’ambiente. Quanto all’economia, gli avanzi materiali e monetari, conseguenti ad una lenta riduzione naturale degli abitanti, ossia al persistente saldo negativo tra nascite e morti, verranno ritirati e distribuiti dall’erario alle fasce più povere, creando benessere, e, rispettivamente, annullati dalla zecca, onde non generare inflazione. Ben diverso il caso di drastica riduzione generale dovuta ad epidemie, catastrofi naturali, guerre, ecc. Ciò è visibile nel grafico sottostante, dal quale si evince che il calo di abitanti nel periodo delle due grandi guerre del ‘900 sono stati compressi in pochi anni, ma sono stati rapidamente rimarginati al cessare delle ostilità, con il boom delle nascite. Un fenomeno che non consegue a lunghi periodi di calo spontaneo dei figli per donna.
Fermandoci all’Italia, è illogico attribuire la mancanza di alcuni agi materiali nei secoli passati al minor numero di abitanti, tralasciando peraltro la vita meno stressante e più a misura d’uomo che deriva da una minor pressione demografica. Si è invece fatta valere proprio questa equazione, promettendo una prosperità proporzionale alla popolazione e al volume di merci scambiate, moltiplicate dall’avvento di sempre nuove tecnologie. Il progresso è stato disegnato come legato alla sempre più rapida sostituzione di oggetti e stili di vita conseguenti non al valore d’uso, ma semmai alla loro veloce e programmata moda/obsolescenza. E, in concordanza con questo ciclo frenetico, si è proporzionata la quantità di moneta circolante: tot PIL, tot soldi. Peccato che, dopo circa un quarto di secolo dalla fine dell’ultima guerra, durante il quale tutto cresceva secondo lo schema del “miracolo economico” (ma a spese della natura, come s’è scoperto tardivamente), sono tornati all’incasso esclusivo dapprima i “padroni delle ferriere”; e più recentemente, gli avvoltoi della finanza, lasciando a chi doveva lavorare per vivere il minimo indispensabile, e oggi neppure quello. Se poi i derubati si permettevano di movimentarsi o di scioperare, ecco arrivare i rimedi da Africa e Asia, per calmierare le pretese.

Nonostante in ogni dibattito le voci di sinistra insistano tuttora sulla possibilità di integrazione dei giovani, anche di seconda generazione, nella cultura italiana, a dispetto dei dati che dicono il contrario, è sempre più evidente che il vero obiettivo della loro ottusa caparbietà è la cattura dei probabili voti dei nuovi arrivati
L’importante era -ed è- che in Italia non debba mai diminuire la popolazione, il PIL, insomma i consumi, siano pure medicinali a causa delle deteriorate condizioni di vita, di cui buona parte dei vecchi e la quasi totalità dei giovani, che non sia parente di qualche boiardo di Stato o CEO della finanza, fanno le spese nell’immediato e nel futuro prossimo.

Una simpatica foto e la sua replica in stile Anime di Giorgia Meloni e della premier giapponese Sanae Takaichi durante il recente incontro in Giappone. Sull’immigrazione le due premier la pensano allo stesso modo, ma Sanae ha carta bianca, mentre Giorgia è azzoppata dall’oppressiva intrusione dell’UE e della magistratura, che disquisisce sul “porto sicuro”, in base a parametri che escluderebbero l’Italia stessa

Queste parole si attaglierebbero altrettanto bene alla situazione italiana, se non avesse sul collo il fiato pesante dei burocrati UE, e in particolare della ingombrante presenza del Presidente della sua Commissione, Ursula von der Leyen, che nessun cittadino europeo ha mai eletta, ma che pretende di parlare a nome di tutti gli europei. Ma Takaichi ha una marcia in più: non è asservita al mantra della crescita della popolazione ad ogni costo, anche a quello di snaturare il proprio Paese. Non solo, ha osato svincolarsi dalla pietra al collo della “protezione” americana, imboccando una politica tesa a fare solo gli interessi del Giappone, a cominciare dalla riduzione sistematica dei Treasuries a stelle e strisce. E, quasi non bastasse, ha tagliato i rapporti diplomatici con l’Israele di Netanyahu, ritirando il suo ambasciatore.

L’irriverente alleanza. Marco Rizzo, ripudiata la via comunista, e Roberto Vannacci, insofferente di una Lega dormiente in nome di placide poltrone, hanno delineato una terza via ai logori concetti di destra e sinistra, rimasti tali solo di nome
Dagli ultimi sondaggi risulta che il problema dell’immigrazione è sceso nella preoccupazione degli italiani a causa dell’aggravarsi di altri problemi di più diretto attacco alla propria sopravvivenza economica (quasi che l’invasione migratoria non ne faccia parte a pieno titolo, impatto sulla nostra cultura e stile di vita). Quanti poi osino agitare come prioritario anche il problema migratorio, da Marco Rizzo al generale Vannacci, vengono additati come biechi rappresentanti della “destra-destra”, ossia di un mai tramontato fascismo.
Marco Giacinto Pellifroni 24 maggio 2026
L’articolo colpisce perché affronta un tema che oggi quasi nessuno ha più il coraggio di mettere in discussione: l’idea che crescita, sviluppo e progresso siano automaticamente sinonimi di bene. È una riflessione scomoda, quasi controcorrente in un’epoca dove tutto deve essere “di più”: più consumo, più produzione, più tecnologia, più cemento, più velocità. L’autore invece prova a ribaltare il tavolo e a dire una cosa semplice ma quasi eretica: un pianeta finito non può sostenere una crescita infinita. E il richiamo all’Earth Overshoot Day è emblematico, perché traduce in modo brutale ciò che spesso preferiamo ignorare.
Il pezzo ha anche un merito raro: non si limita all’ambientalismo da slogan o da social network, ma entra quasi in una dimensione filosofica e antropologica. Ci ricorda che la nostra civiltà ha trasformato il “segno più” in una religione. Se un’opera è più grande è automaticamente migliore. Se un’economia cresce allora va tutto bene, anche se magari crescono contemporaneamente disuguaglianze, alienazione e devastazione ambientale.
A ma pare interessante anche la stoccata agli “avveniristi” che immaginano fughe su Marte come soluzione ai problemi terrestri. È una critica non alla scienza, ma all’illusione tecnologica: quella convinzione quasi infantile che ogni danno creato dall’uomo verrà magicamente corretto da altra tecnologia.
Certo, qualcuno potrebbe obiettare che il rischio di questi ragionamenti sia scivolare in una visione troppo pessimistica o anti-progresso. Perché senza sviluppo non avremmo medicina moderna, benessere diffuso, aspettativa di vita più lunga. Però il cuore dell’articolo non sembra essere “torniamo alle candele”, ma piuttosto: fermiamoci a capire dove stiamo andando e soprattutto perché.mEd è forse proprio questo il punto più forte del testo: costringe il lettore a rallentare. In un mondo che vive di slogan veloci e ottimismo obbligatorio, già questo è quasi un atto rivoluzionario.
Caro Marco Giacinto quando eravamo ragazzi a scuola e nelle interminabili discussioni sui massimi sistemi la ragione aveva modo di dispiegarsi in tutte le direzioni, non c’era verità che non venisse confutata e dissacrata. E la prima vittima era proprio il concetto di progresso, con al seguito tutto il ciarpame ideologico della crescita e dello sviluppo e il suo sostrato filosofico positivista. Se al progresso vogliamo dare un senso bisogna invertirne la direzione: non verso l’esterno ma verso l’interno, seguendo il percorso interiore indicato sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, quel ghnothi seautòn fatto proprio da Socrate. Ma gli antichi illuminavano la natura con la luce dell’intelligenza e della bellezza, noi la divoriamo infatuati dai grattacieli di Abu Dhabi e dissipiamo lo spirito che è in noi in una disperata corsa incontro al nulla..