MODENA 1950: SETTANTATRE ANNI FA LA STRAGE DEGLI OPERAI DELLE FONDERIE

Non possiamo dimenticare quella strage di Modena che rappresentò l’episodio centrale di un lungo periodo di spietata repressione delle lotte operaie attraverso le quali si stava tentando di difendere i posti di lavoro minacciati dalla ristrutturazione dell’industria post-bellica.
Ristrutturazione che nelle intenzioni del governo e del padronato doveva aprire la strada alla modernizzazione capitalistica e al consumismo del “boom”, prima ancora che alla ricostruzione del Paese distrutto dalla guerra monarchica e fascista.
Un periodo storico del quale non è possibile obliare il ricordo nelle campagne come nelle città industriali che vissero quella fase di durissimo scontro che può benissimo essere definito “di classe”.
Alla fine arrivò il “miracolo economico” e si formò, all’inizio degli anni’60 (dopo che fu stroncato in piazza il tentativo di portare i fascisti nell’area di governo: anche in quel caso contando i morti dalla parte degli operai), il centro- sinistra attraverso il quale si realizzarono importanti riforme e si affermarono diritti del lavoro, stato sociale, autonomie locali.

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Il prezzo di quel passaggio storico fu pagato per intero dalla classe operaia e dai contadini non soltanto sul piano economico e sociale ma anche attraverso il sangue versato per le strade, davanti alle fabbriche, nei campi.
Era sciopero quel giorno a Modena: 9 gennaio 1950.
Verso le dieci del mattino una decina di operai giunse ai cancelli delle Fonderie Riunite i cui padroni avevano proclamato la serrata.
La fabbrica era circondata dai carabinieri armati.
All’improvviso un carabiniere sparò un colpo di pistola in pieno petto al trentenne Angelo Appiani, che morì sul colpo. Subito dopo, dal tetto della fabbrica i carabinieri aprirono il fuoco con le mitragliatrici verso via Ciro Menotti contro un altro gruppo di lavoratori, che si trovavano al di là del passaggio a livello sbarrato in attesa dell’arrivo di un treno, uccidendo Arturo Chiappelli e Arturo Malagoli e ferendo molte altre persone, alcune in maniera molto grave.
Dopo circa trenta minuti, in via Santa Caterina l’operaio Roberto Rovatti, che portava al collo una sciarpa rossa, venne circondato da una squadra di carabinieri, buttato dentro ad un fossato e linciato a morte con i calci dei fucili.
Infine, giunse in via Ciro Menotti un blindato T17 che iniziò a sparare sulla folla, uccidendo Ennio Garagnani.
Appena appresa la notizia della strage, i sindacalisti della Cgil iniziarono ad avvisare, con gli altoparlanti montati su un’automobile, i manifestanti di spostarsi verso piazza Roma. Tuttavia, verso mezzogiorno, un carabiniere uccise con il fucile Renzo Bersani, il quale stava attraversando a piedi l’incrocio posto alla fine di via Menotti, posto a oltre 100 metri dalla fabbrica.
Il bilancio della giornata fu di 6 morti tutti iscritti al Partito Comunista, 200 feriti e 34 arrestati con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale, radunata sediziosa e attentato alle libere istituzioni.
Il loro funerale diede luogo a una grande, indimenticabile, manifestazione di popolo con l’intervento di Togliatti e Di Vittorio.
Il bilancio di quegli anni, tra il 1947 e il 1950, segnati dalle lotte operaie e contadine e dalla feroce repressione poliziesca fu il seguente: furono condannati 15.249 lavoratori in gran parte iscritti al partito comunista e al partito socialista per un totale di 7.598 anni di carcere.
Si è ormai smarrito il ricordo dei lutti, dei sacrifici, dell’impegno posto dalla classe operaia, dai contadini e dalle loro famiglie che vivevano in condizioni oggi inimmaginabili in quel periodo dell’attuazione di una debole riforma agraria e della ricostruzione capitalistica del Paese.
Lutti, sacrifici, privazioni affrontati sempre con grande dignità “di classe”. Il PCI,il PSI e gli altri partiti della sinistra “storica” e “nuova” con la CGIL, seppero rappresentare sul piano politico e sociale, proprio quei lutti, quei sacrifici, quelle indescrivibili privazioni materiali in una Italia povera,senza strade e ferrovie, con le case bombardate e distrutte dando proprio a quell’Italia operaia, contadina, voce , organizzazione, rappresentanza politica e istituzionale.
In sostanza: l’idea della possibilità di un migliore avvenire.
Oggi non possiamo permetterci il lusso di considerare questo ricordo un puro esercizio della memoria.

Franco Astengo

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