LE TASSE SONO BELLISSIME

La storia economica dell’umanità, dalla preistoria ai giorni nostri, racconta una dinamica ricorrente: da una parte gruppi di persone impegnati a produrre ricchezza e valore aggiunto attraverso il lavoro manuale o intellettuale; dall’altra gruppi dediti ad appropriarsi di una parte di quella ricchezza, spesso con il sostegno della forza.

Questo esproprio sociale ha assunto nel tempo forme diverse, sia nella misura sia nella sostanza. Anche i nomi sono cambiati da Paese a Paese e da epoca a epoca: gabelle, dazi, balzelli, tributi, contributi, imposte, accise. Termini differenti, talvolta persino pittoreschi, ma la parola più comune, quella rimasta nel volgo corrente è “tasse”.

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“Le tasse sono una cosa bellissima” disse Tommaso Padoa-Schioppa, ex banchiere e ministro tecnico di uno dei numerosi governi tecnici che si sono susseguiti negli ultimi decenni, spesso sostenuti da Presidenti della Repubblica di area culturale vicina alla sinistra. Governi costruiti, secondo una lettura critica, per consentire alle sinistre di governare anche quando non riuscivano a ottenere dalle urne una maggioranza sufficiente.

In effetti, le tasse sono bellissime. Lo sono, soprattutto, per chi le incassa e le amministra a proprio piacimento. Naturalmente vengono sempre giustificate in nome di una causa nobile, o almeno presentata come tale.

Fin dal Medioevo, sotto il dominio di feudatari, vassalli e valvassori, la giustificazione principale delle “bellissime” tasse era una: difendere i contadini dai nemici. In cambio di tributi spesso estorti, il potere offriva protezione militare e una propria forma di giustizia, amministrata da giudici che, non di rado, coincidevano con il potere stesso.

Con il passare dei secoli, attraverso rivolte popolari e rivoluzioni, i servizi che i governanti promettevano di garantire grazie al gettito fiscale si sono moltiplicati. E, parallelamente, è cresciuto anche il prezzo richiesto ai contribuenti, adeguandosi tanto alla loro capacità contributiva quanto all’ampiezza dei servizi erogati.

Oggi i governi, democratici e non, non si limitano più alla difesa del territorio e all’amministrazione della giustizia. Provvedono – o dichiarano di provvedere – a una vasta gamma di funzioni: infrastrutture, bonifiche, istruzione, sanità, sicurezza, trasporti e molto altro. In sostanza, il governante moderno si occupa sempre più del “benessere” dei cittadini/contribuenti e, per farlo, chiede mezzi sempre maggiori. Così, anno dopo anno, anche la pressione fiscale si è adeguata, crescendo in parallelo alla promessa di servizi sempre più estesi.

Secondo i dati della Tax Foundation, rielaborati da Visual Capitalist, con un’aliquota complessiva del 42,8% l’Italia nel 2024 occupava il quarto posto a livello mondiale. Se però dal livello della tassazione ci si sposta a quello della qualità dei servizi offerti ai cittadini, è difficile sostenere che l’Italia meriti lo stesso piazzamento.

Non conosco nel dettaglio la situazione di Danimarca e Austria, dove immagino che i servizi pubblici siano nettamente superiori a quelli italiani. Quanto alla Francia, va osservato che da oltre vent’anni l’orario settimanale di lavoro è di 35 ore invece che 40. Questo incide sul PIL e altera il rapporto tra tassazione e ricchezza prodotta: con un PIL più basso, il rapporto tasse/PIL può apparire più elevato. In questa prospettiva, l’Italia potrebbe risultare persino al terzo posto, un primato ben poco invidiabile.

Il Governo Meloni, con Giorgetti al Ministero dell’Economia e delle Finanze, ha cercato di rispondere alle richieste del proprio elettorato, coerentemente con il programma proposto in campagna elettorale dal centrodestra. Gli interventi si sono concentrati sul cuneo fiscale, sull’IRPEF, sui premi di produttività e sulla tassazione dei fringe benefit.

La riduzione degli scaglioni (da quattro a tre) operata a partire dal 2026 insieme al taglio di due punti percentuali per i redditi da 28.000 a 50.000 euro hanno rappresentato il primo alleggerimento concreto del carico fiscale sui redditi medio-bassi dopo molti anni in cui, al contrario, i governi precedenti avevano progressivamente aumentato la pressione tributaria fino ai livelli record del 2024. L’intenzione dichiarata, almeno in apparenza, è ora quella di intervenire anche sui redditi medio-alti.

il ministro Giorgetti e Giorgia Meloni

La strada, tuttavia, resta stretta e accidentata. Occorre tenere i conti pubblici sotto controllo e rispettare i vincoli del Patto di stabilità e crescita dell’Unione europea, che impone agli Stati membri di mantenere il rapporto deficit/PIL entro il 3%. A questo si aggiunge il peso enorme dei debiti lasciati in eredità dai governi precedenti, specialmente quelli guidati da Giuseppe Conte.

Se si considera che il taglio delle aliquote dello scorso anno, con un beneficio medio di circa 440 euro annui in busta paga per i redditi superiori 50.000 euro , è costato alla finanziaria 2026 circa 2,8 miliardi, mentre la ristrutturazione di palazzi e ville di lusso nel solo 2024 è costata quasi 15 miliardi, – cioè quasi sei volte tanto –  ma negli anni successivi ha raggiunto valori ben maggiori emerge con chiarezza una profonda contraddizione. Le sinistre si presentano da sempre come difensori dei ceti più deboli, ma troppo spesso, nei fatti, producono effetti opposti.

Non è solo una contraddizione: è anche dilettantismo. Finanziare ristrutturazioni gratuite a carico del contribuente non poteva che trasformarsi, al pari del reddito di cittadinanza, in un’enorme occasione per abusi e truffe, soprattutto in quelle aree d’Italia dove l’illegalità diffusa è purtroppo una realtà consolidata.

Di fronte a questa situazione – fatta di sprechi, uso discutibile delle risorse pubbliche e di una pressione fiscale tra le più alte al mondo – le sinistre del “campo larghissimo” sembrano già orientate, in caso di vittoria alle prossime elezioni, verso un ulteriore aumento della tassazione: imposta di successione, imposta patrimoniale, tributi più pesanti sui beni immobili non utilizzati, e così via. In fondo, per questa visione politica, le tasse restano davvero “bellissime”.

Il tasso sì che ama la tassa

Certo, le tasse sono bellissime per chi vuole gestirle a proprio piacimento, spesso per fini clientelari in cambio di voti.

Lo sono molto meno per chi ha lavorato onestamente tutta la vita, le ha pagate per tutta la vita e vorrebbe affrontare la vecchiaia con qualche risparmio, con un po’ di sicurezza in più e magari, se tutto va bene,  la possibilità di lasciare qualcosa ai propri figli.

Per coloro che non hanno pagato il dovuto o si sono arricchiti illecitamente esistono già organi preposti – fiscali e giudiziari – che devono fare il proprio dovere. L’evasione fiscale non può e non deve diventare il pretesto per rastrellare denaro a casaccio, come ai tempi dei feudatari, dei vassalli e dei valvassori.

Silvio Rossi (libero Pensatore)

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One thought on “LE TASSE SONO BELLISSIME”

  1. L’articolo solleva una questione che dovrebbe interessare tutti, al di là delle appartenenze politiche: non conta soltanto quanto si paga di tasse, ma soprattutto cosa si riceve in cambio. I cittadini sono generalmente disposti a contribuire se percepiscono servizi efficienti, una pubblica amministrazione che funziona e un utilizzo trasparente delle risorse. Quando invece la pressione fiscale è molto elevata e convivono sprechi, inefficienze e privilegi, cresce inevitabilmente il senso di ingiustizia. Il vero nodo non è stabilire se le tasse siano “bellissime” o “odiose”, ma pretendere che ogni euro prelevato venga amministrato con responsabilità, nell’interesse della collettività e non di pochi. Solo così il rapporto di fiducia tra Stato e cittadini può essere ricostruito.

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