Orgoglio e Pregiudizio – La parabola di Gianni Alemanno

Orgoglio e Pregiudizio – La parabola di Gianni Alemanno

C’è un romanzo che più di ogni altro sa raccontare l’inesorabile scorrere del destino, le cadute rovinose e le umiliazioni che la vita riserva a chi ha osato troppo in alto. È Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen, e mai come oggi quella architettura narrativa si adatta perfettamente alla vicenda umana e politica di Gianni Alemanno.

Perché se Elizabeth Bennet è la figura che osserva, giudica e infine comprende i meccanismi dell’orgoglio di classe, Alemanno è stato per decenni l’incarnazione vivente di quell’orgoglio: il ragazzo di Bari che con il matrimonio giusto – come un Darcy dei nostri tempi – si è garantito l’accesso al Gotha della destra italiana. Isabella Rauti, figlia del segretario del MSI Pino Rauti, è stata il suo biglietto da visita, la sua lettera di presentazione in quel mondo di sangue e ideologia dove l’appartenenza si misurava con il sacrificio e la militanza. Lui, figlio di un ufficiale dell’esercito di origini salentine, cresciuto seguendo gli spostamenti del padre per l’Italia prima di approdare a Roma a dodici anni, aveva bisogno di quel matrimonio come il rampollo di campagna ha bisogno di un titolo nobiliare. E lo ottenne.

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Da lì, l’ascesa fu implacabile. Segretario del Fronte della Gioventù nel 1988, deputato dal 1994, ministro delle Politiche Agricole dal 2001 al 2006 sotto Berlusconi, e infine l’apoteosi: sindaco di Roma nell’aprile del 2008. Per cinque anni ha governato la Capitale, ha calpestato il Campidoglio con l’andatura di chi si sente investito da un mandato storico. Orgoglio, appunto. Quello che precede sempre la caduta.

Perché il pregiudizio, nell’equazione austeniana, arriva sempre dopo. Nel caso di Alemanno, il pregiudizio non è stato solo quello degli avversari politici, ma quello della giustizia che lo ha inchiodato. Nel 2019 la condanna in primo grado per corruzione e finanziamento illecito, poi la conferma in appello, fino alla cella di Rebibbia dove è entrato per scontare una pena di un anno, cinque mesi e ventiquattro giorni. E qui il destino, beffardo come un romanziere vittoriano, gli ha riservato il colpo di scena più crudele: la stessa cella, lo stesso braccio, lo stesso carcere dove quarant’anni prima era stato rinchiuso da giovane militante. Il cerchio si chiudeva, il romanzo tornava all’inizio.

Il 24 giugno 2026, Alemanno esce da Rebibbia. Lo attendono cento sostenitori, cori, striscioni, abbracci. Ma fuori da quel cancello non c’è più il sindaco, non c’è più il ministro, non c’è più l’erede di Almirante. C’è un uomo che ha perso tutto, che cerca disperatamente un appiglio, una zattera. E la zattera si chiama Roberto Vannacci.

Lo stesso giorno della scarcerazione, Alemanno va a cena con il generale. Pochi giorni dopo annuncia la sua adesione a Futuro Nazionale. Ma non chiede incarichi, dice, non cerca ruoli. È un’esclusione elegante, una sconfitta travestita da generosità. E infatti Vannacci, quasi a sottolineare la gerarchia, lo declassa: “Sarà un ottimo consulente per Futuro nazionale, ma non avrà incarichi politici”. Consulente. Non dirigente, non leader, non candidato. Un ruolo di secondo piano, una poltrona in ombra, un posticino ottenuto mendicando alle porte del potere che un tempo era suo.

È la scena finale del romanzo, quando il personaggio che ha osato troppo viene ricondotto al suo posto. L’orgoglio di una vita si frantuma contro il pregiudizio di chi lo giudica ormai un peso, un ingombro, un ex da tenere a distanza. La destra che lui aveva contribuito a costruire – da MSI ad Alleanza Nazionale, da Popolo della Libertà a Fratelli d’Italia – lo ha scaricato. E ora deve accontentarsi di briciole.

Come direbbero a Napoli, e come solo il popolo sa sintetizzare il dramma in una battuta: Alemanno è un quaraqquaquà. Uno che è caduto, che si è rialzato, che ha cercato di rimettersi in piedi e si è ritrovato ancora più in basso. Un uomo che ha avuto tutto e ora non ha più niente, se non il ricordo di ciò che è stato e l’amarezza di ciò che è diventato. Orgoglio e Pregiudizio, appunto. Con la differenza che nel romanzo di Austen c’è un lieto fine. Nella vita di Alemanno, il sipario si chiude su una cena, un piatto di specialità sarde, e la promessa di un ruolo che non arriverà mai.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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One thought on “Orgoglio e Pregiudizio – La parabola di Gianni Alemanno”

  1. La politica è spesso spietata: sa costruire leader in pochi anni e dimenticarli con la stessa rapidità. La vicenda di Gianni Alemanno dimostra quanto il consenso e il potere siano effimeri e quanto sia difficile tornare protagonisti dopo una condanna e una lunga stagione di declino. Al di là delle responsabilità personali e giudiziarie, resta una lezione valida per tutti: nessuna carriera politica è eterna e chi oggi distribuisce incarichi domani potrebbe trovarsi nella stessa condizione di chi chiede una seconda occasione. In politica, più che l’orgoglio, servirebbero memoria, umiltà e la capacità di accettare il giudizio degli elettori e della storia.

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