L’Atomo e la Freccia del Tempo. Quarant’anni di Sinistra Italiana tra Ordine e Caos, Determismo e Complessità

Quarant’anni di posizioni sulla fissione, dalla paura di Chernobyl alla rimozione del pregiudizio. Una storia di strutture dissipative, rotture di simmetria e alleanze mancate
L’Atomo e la Freccia del Tempo. Quarant’anni di Sinistra Italiana
tra Ordine e Caos, Determismo e Complessità

Dal referendum del 1987 al via libera del 2026, la sinistra italiana ha vissuto la questione nucleare come un conflitto tra certezze ideologiche e incertezze scientifiche. Rileggere questa storia attraverso “La nuova alleanza” di Prigogine e Stengers significa scoprire che il problema non è mai stato l’atomo, ma il nostro rapporto con il tempo, l’irreversibilità e la complessità dei sistemi.

C’è un libro che potrebbe aiutare a capire ciò che è accaduto alla sinistra italiana sul nucleare in quarant’anni di storia. Non è un manuale di ingegneria, non è un trattato di politica energetica. È “La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza”, il saggio che Ilya Prigogine scrisse nel 1979 con Isabelle Stengers. Un libro che, letto oggi, sembra scritto apposta per interpretare la parabola di un’intera cultura politica di fronte alla sfida dell’atomo.

Prigogine e Stengers contestano la visione deterministica e meccanicistica della natura, quella dell’universo come orologio perfetto, reversibile e prevedibile. Dimostrano che l’irreversibilità e l’indeterminazione non sono eccezioni o approssimazioni, ma le regole fondamentali della natura. Il tempo ha una direzione precisa, la “freccia del tempo”, e non è un’illusione. Nei sistemi lontani dall’equilibrio, il caos e le fluttuazioni non distruggono l’ordine, ma possono cooperare spontaneamente per generare nuove forme di organizzazione e complessità: l’ordine dal caos. La “Nuova Alleanza” è il superamento del dualismo tra uomo e natura, la scienza non descrive più una natura estranea o passiva, ma una natura dinamica e in evoluzione di cui l’uomo fa intrinsecamente parte.

Se si applica questa griglia alla storia della sinistra italiana sul nucleare, il risultato è illuminante. Perché ciò che è accaduto non è una semplice successione di posizioni politiche, ma un conflitto tra due epistemologie: una deterministica, che cerca certezze assolute e rifiuta l’incertezza; l’altra complessa, che accetta l’irreversibilità e prova a navigare nel caos. E la sinistra italiana, in questi quarant’anni, ha oscillato tra le due, senza mai risolvere la tensione.

1987: la rottura di simmetria

Il referendum del novembre 1987 è il momento di rottura, la fluttuazione che disgrega l’ordine precedente. Dopo Chernobyl, l’Italia vota con oltre il 70 per cento dei consensi favorevoli all’abrogazione delle norme che consentivano la localizzazione delle centrali e i contributi ai comuni sedi di impianti. Il Partito Comunista Italiano, inizialmente ostile ai quesiti referendari, cambia rotta e si schiera per il “sì”. Il Partito Socialista, con Craxi e Martelli, è tra i promotori. I radicali di Pannella e i verdi guidano la campagna.

Ma la decisione del PCI, come ricostruisce la storiografia, non fu un atto di fede antinuclearista. Il partito di Enrico Berlinguer aveva sostenuto il nucleare in passato, con Enrico Testa addirittura presidente dell’Enel. Il cambio di rotta fu determinato da un calcolo politico: non si poteva lasciare ai radicali e ai socialisti il monopolio della mobilitazione antinuclearista, non si poteva apparire come il partito del “no” alla sicurezza delle persone. Fu una scelta dettata dalla logica dell’arena politica, non da una riflessione epistemologica sulla complessità dei sistemi energetici.

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La sinistra italiana, in quel momento, non scelse Prigogine. Scegliete il determinismo. Scelse la certezza del “no” come posizione identitaria, piuttosto che l’incertezza del “forse” come posizione scientifica. Il risultato fu un’egemonia culturale antinuclearista che sarebbe durata decenni, ma che si fondava su una rimozione: la rimozione della complessità del problema energetico, la rimozione della dimensione temporale (le tecnologie del 1987 non sono quelle del 2026), la rimozione dell’irreversibilità delle scelte compiute.

1988-2008: l’ordine congelato

Dopo il referendum, la sinistra italiana ha vissuto quella che Prigogine chiamerebbe una fase di “equilibrio termodinamico”: un ordine statico, congelato, in cui l’antinuclearismo è diventato un dogma non più discusso. La chiusura delle centrali è stata progressiva: l’ultima, Trino Vercellese, ha cessato l’attività il 1° luglio 1990. Nasce la Sogin per lo smantellamento degli impianti. Il dibattito sul nucleare, per la sinistra, è chiuso.

Ma questo “ordine” era, in realtà, un ordine apparente. La sinistra non aveva risolto il problema, lo aveva rimosso. Non aveva elaborato una teoria della complessità energetica, aveva semplicemente detto no. E come scrive Prigogine, i sistemi lontani dall’equilibrio non possono rimanere in uno stato di quiete indefinita: le fluttuazioni, prima o poi, riemergono. Le fluttuazioni, in questo caso, erano rappresentate dalla crisi energetica, dall’aumento dei prezzi del petrolio, dalla dipendenza dall’estero, dalla questione climatica.

Nel 2008, il governo Berlusconi tenta di riaprire il capitolo nucleare. La sinistra, compatta, si oppone. Ma la compattezza, ancora una volta, non è il frutto di una riflessione complessa: è il frutto di un riflesso condizionato. Il “no” è identitario, non argomentato. E quando, nel 2011, il referendum successivo a Fukushima conferma con oltre il 90 per cento dei voti l’opposizione al nucleare, la sinistra esulta, ma non riflette. Non si chiede se il mondo è cambiato, se le tecnologie sono cambiate, se le condizioni geopolitiche sono cambiate. Non si chiede, in termini prigoginiani, se il sistema è ancora lo stesso o se siamo di fronte a una nuova struttura dissipativa.

2011-2025: il caos e la fluttuazione

Il referendum del 2011 è l’ultimo atto dell’ordine congelato. Da quel momento, il sistema entra in una fase di caos crescente. La crisi energetica si intensifica, il gas russo diventa una variabile geopolitica imprevedibile, il costo dell’elettricità per le imprese italiane diventa insostenibile. La transizione energetica si impone come necessità, ma le rinnovabili da sole non bastano. La domanda di energia cresce, alimentata dai data center e dall’intelligenza artificiale.

In questo caos, emergono nuove fluttuazioni. Nascono i piccoli reattori modulari, gli Small Modular Reactors, tecnologie che non hanno nulla a che vedere con le grandi centrali del passato. La fissione di quarta generazione, la fusione, i reattori di nuova concezione cambiano radicalmente il panorama. Ma la sinistra italiana, per lungo tempo, non riesce a elaborare una risposta. Il “no” del 1987 e del 2011 diventa un vincolo cognitivo, un blocco epistemologico.

È qui che il pensiero di Prigogine e Stengers diventa cruciale. Perché ciò che manca alla sinistra italiana non è una posizione politica, ma una teoria della complessità. Manca la capacità di distinguere tra il nucleare del 1987 e il nucleare del 2026, tra la fissione di seconda generazione e i reattori modulari, tra un mondo bipolare e un mondo multipolare. Manca, in altre parole, la capacità di pensare il tempo come irreversibile, di accettare che la storia non torna indietro, che le scelte del passato non possono essere semplicemente ripetute o negate.

2026: la nuova alleanza?

Il 23 settembre 2026, il Senato approva in via definitiva il disegno di legge delega sull’energia nucleare sostenibile. 81 voti favorevoli, 51 contrari, 7 astenuti. Il Partito Democratico vota contro, ma non presenta pregiudiziali di costituzionalità, a differenza del Movimento 5 Stelle e di Alleanza Verdi-Sinistra. La segretaria Elly Schlein non si scaglia contro l’atomo come i suoi predecessori. Walter Verini dice che “non dobbiamo essere ideologicamente chiusi”. Nel Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte afferma che “non c’è preclusione ideologica”, ma si dichiara favorevole alla fusione e non alla fissione.

Il quadro è fluido, incerto, complesso. La sinistra italiana, per la prima volta in quarant’anni, non ha una posizione univoca sul nucleare. E questa non è necessariamente una debolezza. In termini prigoginiani, è il segnale di un sistema che si sta allontanando dall’equilibrio e che sta esplorando nuove strutture. Il Partito Democratico, pur votando contro, ha spostato il dibattito dal “no” ideologico al “merito” tecnico: costi, tempi, scorie, sicurezza. È un cambio di registro che ha una valenza epistemologica prima che politica.

C’è però un rischio. La sinistra italiana potrebbe non riuscire a fare il salto verso la complessità, e rimanere intrappolata in una posizione di “no” che non è più sostenibile sul piano scientifico, ma che è ancora egemonica sul piano culturale. Oppure potrebbe fare il salto, e elaborare finalmente una “nuova alleanza” tra scienza, politica e società, tra uomo e natura, tra presente e futuro. Una nuova alleanza che non significa accettare il nucleare senza condizioni, ma significa accettare la complessità del problema energetico, la pluralità delle soluzioni, l’irreversibilità delle scelte.

L’alleanza mancata: scienza e politica

La storia della sinistra italiana sul nucleare è, in fondo, la storia di un’alleanza mancata. L’alleanza tra la scienza e la politica, tra la conoscenza e la decisione. Nel 1987, la politica ha prevalso sulla scienza, ma non nel senso che si potrebbe pensare: non è stata la scienza a informare la politica, è stata la politica a usare la scienza come strumento di legittimazione. Il “no” al nucleare è stato presentato come una scelta scientificamente fondata, ma in realtà era una scelta politica, dettata da contingenze elettorali e da dinamiche di potere interne alla sinistra.

Nel 2011, la stessa dinamica si è ripetuta. Fukushima è stato usato come argomento scientifico, ma la decisione di indire il referendum era politica. E la sinistra, ancora una volta, ha cavalcato l’onda emotiva senza elaborare una riflessione approfondita.

Nel 2026, forse, qualcosa sta cambiando. Il Partito Democratico ha scelto di non presentare pregiudiziali, di discutere nel merito. È un segnale, ancora debole, di un possibile superamento della logica del “no” identitario. Ma è anche un segnale ambiguo: il partito vota comunque contro, e la segretaria Schlein sottolinea i costi e i tempi lunghi, non la complessità del problema.

La vera sfida, per la sinistra italiana, non è decidere se è a favore o contro il nucleare. La vera sfida è elaborare una teoria della complessità energetica che tenga conto di tutte le variabili: la sicurezza, i costi, i tempi, le scorie, la geopolitica, il clima, la domanda di energia, le disuguaglianze sociali. Una teoria che non cerchi certezze assolute, ma che sappia navigare nell’incertezza. Una teoria che accetti la “freccia del tempo”, e che non pretenda di tornare al 1987 o di cancellare il 2011.

Conclusione: l’ordine dal caos

Prigogine e Stengers

Prigogine e Stengers ci insegnano che l’ordine non nasce dal controllo, ma dal caos. Le strutture dissipative emergono lontano dall’equilibrio, quando le fluttuazioni diventano così forti da disgregare l’ordine precedente e da generarne uno nuovo. La storia della sinistra italiana sul nucleare è, in questo senso, una storia esemplare. L’ordine antinuclearista del 1987 si è disgregato sotto la spinta delle fluttuazioni: la crisi energetica, la geopolitica, la tecnologia, la domanda di energia. Il caos che ne è seguito ha prodotto nuove posizioni, nuove aperture, nuove ambiguità.

La domanda, oggi, è se da questo caos emergerà un nuovo ordine o se la sinistra italiana rimarrà prigioniera di un vecchio ordine che non funziona più. La “nuova alleanza” tra scienza e politica, tra uomo e natura, tra passato e futuro, è ancora possibile. Ma richiede un coraggio intellettuale che, finora, è mancato. Richiede la capacità di dire, come Prigogine: il tempo non è un’illusione, l’irreversibilità è la regola, la complessità è la nostra condizione. E la politica, se vuole essere all’altezza del suo compito, deve smettere di cercare certezze assolute e imparare a navigare nell’incertezza. Perché è nell’incertezza, non nella certezza, che si gioca il futuro.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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One thought on “L’Atomo e la Freccia del Tempo. Quarant’anni di Sinistra Italiana tra Ordine e Caos, Determismo e Complessità”

  1. Caro Rossello, il tuo articolo ha avuto il pregio di farmi tornare ad antiche letture e riflessioni, e cioè al libro di Prigogine, del 1979, quando maturavo le basi per la successiva fondazione del primo Partito Verde d’Italia, nei primi anni ’80, assieme ad un gruppo di volenterosi, a Finale Ligure, cominciando con la lotta ad un enorme progetto immobiliare (San Bernardino) architettato dalla politica socialista di Alberto Teardo. All’epoca (e penso tuttora) il PCI era il fautore delle leopardiane “magnifiche sorti e progressive”, con Natta (segretario) che faceva da banditore del nucleare, e a Finale trovò la mia inaspettata, quanto solitaria reazione. Nelle successive elezioni, mi pare del 1985, il gruppo verde non produsse neppure 1 seggio in Consiglio Comunale; ed io commisi l’errore di farmi cooptare nel PCI, cui seguirono 5 anni di “mobbing”, proprio a causa delle mie posizioni ecologiche. Ero considerato un corpo estraneo. Quanto a Enrico Testa, di Legambiente, giravo in auto al suo fianco per divulgare le idee verdi. Inevitabile la mia delusione al vederlo diventare presidente dell’Enel. Tanti altri compagni di lotta (sull’onda della canzone “Quattro amici al bar”) finirono risucchiati in diversi partiti, per convenienza, non per apportare in essi il verbo ambientalista. Tutto ciò per dire che non ho mai trovato nella sinistra una sponda, se non forse, svogliatamente e per calcoli elettorali, nei referendum sul nucleare.
    Ma veniamo alle tue citazioni di Prigogine, che naturalmente abbraccio in pieno. Prima di procedere, ti consiglio il libro di un suo dichiarato seguace, “Verso una fisica evolutiva” del prof Enzo Tiezzi, Ordinario di Chimica Fisica all’Università di Siena. Uscito nel 2006, spiega, in maniera meno ostica, i concetti di Prigogine e me li ha fatto apprezzare grazie al suo ragionare più discorsivo. Ciò premesso, mi pare che il tuo far appello a tali concetti per giustificare il nucleare sia alquanto forzato. Nel mio articolo, non sono volutamente entrato nel nucleare in quanto sistema, intendendo solamente rintuzzare alcune dichiarazioni di Giorgia Meloni, dimostrandone l’infondatezza. Se invece vogliamo guardare al nucleare come innovazione tecnologica, mi sembra una forma regressiva, e non evolutiva, della produzione di energia e come risposta al proliferare dei data center. Viviamo in un contesto storico in cui è la domanda a dettar legge, mentre in passato è sempre stata l’offerta determinare i consumi. Oggi si dice: bisogna soddisfare i data center e quindi ci vuole più energia elettrica, invece che: la produzione elettrica è questa e dobbiamo adattarvici, ci saranno meno data center. Amen. Circa la convenienza del nucleare penso che affronterò il tema in un mio prossimo articolo

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