IL PATTO DEI SEI

IL PATTO DEI SEI

IL PATTO DEI SEI 

Nei Comuni del Savonese, in barba ad ogni proclamato processo di partecipazione, la sovranità popolare dei cittadini è ormai limitata alla selezione periodica di un personale politico professionale sul quale, una volta eletto, non si ha più alcun controllo.

Gli strumenti di programmazione economica sono concentrati nelle mani di una oligarchia cittadina spuria, fatta dalla saldatura tra pochi imprenditori e pochi politici. Quel che resta della democrazia locale, sta nella stretta di mano soffocante tra chi sostiene finanziariamente le campagne elettorali di politici disponibili a portare a buon fine certi interessi, nella remota speranza che siano legittimi ed almeno un poco di utilità per la comunità.

Le segreterie dei partiti impongono ai loro rappresentanti comunali solo il compito di ratifica formale di accordi avvenuti in altre sedi.

Ne consegue una sempre maggiore separazione tra pratiche di governo e dettami di coscienza che lentamente erode ogni sistema di accountability.

Questi comportamenti possono portare ad un cortocircuito verso forme politiche postdemocratiche.

L’influenza dei cittadini sulle questioni di policy, è diventata sempre più indiretta e remota, ma il moto di ribellione porta, nella migliore delle ipotesi, a scelte neocorporative. Nascono così i comitati, per rinegoziare col potere problematiche circoscritte da una posizione di minore debolezza. Ma la rinegoziazione avviene attraverso dilazioni temporali consistenti a causa di percorsi burocratici di legittimazione labirintici. In tal modo i politici guadagnano tempo rispetto alle contestazioni, e cercano di riconquistare consensi, addebitando la responsabilità dei ritardi e degli ostacoli ad altri soggetti. Ma con questo comportamento finiscono per risultare poco incisivi e svuotati di effettive funzioni di governo (the hollowed-out state). Il ruolo dei comitati, che hanno compiti circoscritti ad una tematica e orizzonti temporali limitati, non è quindi una soluzione efficace per intaccare un sistema di potere in avanzato stato di putrescenza.

Fortunatamente, all’indebolimento della capacità di governo della macchina comunale, fa da contraltare la nascita di policy networks emersi spontaneamente.

Gli Ostinati sono uno di questi. Hanno una visione d’intervento a 360° e prospettive operative non circoscritte tematicamente e temporalmente. Essi usano forme organizzative reticolari e forme di comunicazione virali, per cui, la loro diffusione, oltre gli ambiti di policy making, sta gettando le basi per una riconfigurazione dell’amministrazione pubblica in senso orizzontale, una ‘governance senza governo’ che colmi il divario tra stato e società civile.

Questo comportamento, a differenza di altri soggetti sbrigativamente definiti antipolitica, non centra la propria azione sulle forme contestative, ma si sviluppa attraverso forme progettuali integrate in un piano strategico territoriale.

Il loro impianto progettuale può fornire una risposta contenutistica a coloro che si vogliono impegnare politicamente attraverso soluzioni ultra-democratiche, che vadano oltre la concezione schumpeteriana della democrazia imperniata sulla leadership competitiva, oltre la negoziazione permanente neocorporativa, oltre l’ideale keynesiano del welfare state, oltre la concezione liberaldemocratica della rappresentatività.

La partecipazione non mediata del cittadino e delle associazioni della società civile può essere efficace se si struttura in una forza organizzata consapevole di democrazia liquida, capace di incanalare il proprio potenziale dirompente in forme realizzative concrete.

La democrazia assume, in questa visione, le forme di una ‘stakeholder democracy‘ chiamata a ricercare il consenso preventivo dei soggetti sociali esposti agli effetti delle decisioni pubbliche prese.

Tra pochi mesi ci saranno le elezioni amministrative in molti comuni del comprensorio savonese. Assistiamo ancora una volta ad uno spettacolo indecoroso. Primarie manovrate, accordi sottobanco, padrini e madrine che spingono i loro pupilli. Opposizioni e maggioranze che si cambiano i ruoli in commedia più spesso delle mutande. Non un’idea, non un volto, non un cenno nuovi. Eppure… ci sarebbe tanto da fare. Lanciamo questo appello nella speranza che qualcuno sappia raccoglierlo e farlo proprio.

La madre di tutte le battaglie è lavorare perchè i sei comuni del vecchio PRIS diventino una sola realtà amministrativa. Geograficamente, economicamente, culturalmente lo sono già. Solo politicamente questo non accade, principalmente per favorire la moltiplicazione delle poltrone politiche e delle burocrazie onnivore. Un unico Comune permetterebbe invece forti risparmi di gestione da investire in maniera mirata rispetto alla specificità dei differenti luoghi.

Da questo presupposto nasce l’idea di un gruppo politico trasversale intercomunale nato da un patto tra sei comuni. Il patto dei sei.

Questa la road map:

·       formazione di un unico piano strategico per i sei comuni

·       il piano strategico diventa la base del programma elettorale

·       il programma elettorale è pubblicato su blog e social network, discusso, modificato e votato

·       la discussione del programma elettorale è base di maturazione di una nuova classe dirigente

·       senza alcun filtro, coloro che si reputano capaci di realizzare il programma pongono la propria candidatura

·       i candidati autopropostisi vengono votati attraverso procedure anche informatizzate

·       nascono da questa scrematura liste in cui sono rappresentati cittadini provenienti da ciascun comune

·       nella lista dei candidati coloro che si ritengono in grado di farlo propongono la propria candidatura a sindaco

·       attraverso una votazione effettuata attraverso procedure anche informatizzate vengono scelti i candidati sindaci.

Il primo impegno degli eletti in ogni comune sarà quello di gestire una rete che si batta per l’unificazione dei sei comuni.

 

NAT RUSSO

 

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