Il Mondiale di Trump e il silenzio di Infantino: quando il calcio si piega alla politica

Doveva essere la grande festa del calcio mondiale. Doveva essere il torneo capace di unire popoli, culture e nazioni sotto un unico pallone. Doveva essere il simbolo dello sport che supera confini, differenze e divisioni politiche.
Sta diventando invece il Mondiale dei controlli, dei sospetti, delle frontiere e dei respingimenti.

L’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan respinto dalle autorità statunitensi

A pochi giorni dall’inizio della competizione ospitata dagli Stati Uniti, le cronache non parlano soltanto di formazioni, campioni e favorite per la vittoria finale. Parlano di arbitri fermati negli aeroporti, di tifosi che si vedono negare il visto, di controlli straordinari e di un clima che assomiglia più a quello di una frontiera militarizzata che a una festa globale dello sport.

Il caso che ha fatto il giro del mondo è quello dell’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan, selezionato dalla FIFA per partecipare al torneo e successivamente respinto dalle autorità americane nonostante fosse in possesso della documentazione necessaria. Una vicenda che da sola racconta meglio di mille discorsi il clima che si respira negli Stati Uniti del secondo mandato Trump.

PUBBLICITA’

Naturalmente ogni Paese ha il diritto di decidere chi può entrare nel proprio territorio. Nessuno mette in discussione il tema della sicurezza. Ma qui emerge una domanda che va oltre la burocrazia e le procedure.

Che cosa è diventata l’America?

Per decenni gli Stati Uniti hanno costruito la propria immagine sull’apertura, sulla capacità di attrarre persone, idee, talenti e opportunità da ogni angolo del pianeta. La Statua della Libertà rappresentava l’accoglienza. Oggi il simbolo sembra essere diventato il funzionario della dogana che controlla passaporti, impronte digitali e precedenti prima ancora di guardare in faccia chi ha davanti.

L’America di Donald Trump appare sempre più una nazione che guarda il mondo con diffidenza. Una superpotenza che non si presenta più come il luogo delle opportunità ma come una fortezza da difendere.

E il Mondiale rischia di diventare lo specchio perfetto di questa trasformazione.

Il paradosso è evidente.

La FIFA organizza la manifestazione sportiva più globale del pianeta e finisce per essere ostaggio delle politiche migratorie del Paese ospitante. Il calcio che dovrebbe abbattere le frontiere si ritrova intrappolato dalle frontiere.

E qui entra in scena il grande assente di tutta questa vicenda: Gianni Infantino.

Il presidente della FIFA ama presentarsi come il custode del calcio universale. Nei suoi discorsi parla di inclusione, integrazione, rispetto e fratellanza tra i popoli. Ogni torneo è accompagnato da solenni dichiarazioni sui valori dello sport e sulla capacità del calcio di unire il mondo.

Parole nobili.

Peccato che quando questi principi vengono messi alla prova dalla realtà sembrino improvvisamente scomparire.

Di fronte ai respingimenti, alle polemiche sui visti, alle difficoltà incontrate da arbitri, giornalisti e tifosi provenienti da alcuni Paesi, Infantino non ha alzato la voce nemmeno una volta.

Nessuna presa di posizione forte.

Nessuna critica.

Nessuna richiesta pubblica di chiarimento.

Nulla.

Infantino e Trump ( immagine dal giornale di Brescia)

Il presidente della FIFA si è limitato ad accettare le decisioni delle autorità americane come se fossero inevitabili. Come se la FIFA non avesse alcun ruolo nel difendere l’universalità della competizione che organizza.

Eppure stiamo parlando della stessa organizzazione che ama presentare il calcio come uno strumento di dialogo e inclusione.

Il silenzio di Infantino diventa ancora più sorprendente se confrontato con la sua capacità di intervenire quando il bersaglio è meno impegnativo.

Proprio nei giorni scorsi il numero uno della FIFA è riuscito infatti a provocare un piccolo incidente diplomatico con l’Italia.

Parlando dell’ipotesi di un futuro Mondiale a 64 squadre, ha ironizzato sulla mancata qualificazione degli Azzurri: «Con 64 squadre forse si qualificherebbe anche l’Italia. O magari dovremmo arrivare a 228».

Una battuta che non ha fatto ridere praticamente nessuno.

Il ministro dello Sport Andrea Abodi ha chiesto spiegazioni, mentre dalla FIGC è arrivata una dura reazione che ha definito quelle parole una “caduta di stile” capace di ferire il sentimento dell’intera comunità sportiva italiana.

Infantino ha poi tentato di correggere il tiro con un post celebrativo dedicato agli Azzurri, ma la toppa è sembrata peggiore del buco.

E qui emerge un’altra contraddizione.

Quando c’è da fare una battuta sull’Italia, Infantino trova sempre le parole.

Quando c’è da prendere posizione sulle restrizioni imposte dall’amministrazione Trump, sui respingimenti e sulle polemiche che stanno accompagnando il Mondiale, quelle parole improvvisamente spariscono.

Con gli assenti è coraggioso.

Con i potenti è prudente.

Forse troppo prudente.

La sensazione è che il presidente della FIFA abbia ormai scelto di non disturbare mai il padrone di casa, qualunque esso sia.

Ma allora viene da chiedersi quale sia oggi il vero ruolo della FIFA.

Difendere il calcio o adattarsi alla politica?

Difendere i principi che proclama oppure limitarsi a gestire gli interessi economici che ruotano attorno al grande circo mondiale del pallone?

Il rischio è che questo torneo venga ricordato non per le giocate dei campioni, ma per il messaggio che lascia dietro di sé.

Perché il calcio nasce come linguaggio universale.

Quando invece diventa subordinato a controlli, restrizioni e logiche di esclusione, perde una parte della sua anima.

E forse è proprio questa l’immagine più fedele dell’America di Trump nel 2026.

Una nazione potentissima, capace di costruire stadi spettacolari e organizzare eventi giganteschi, ma sempre più impegnata a decidere chi può entrare e chi deve restare fuori.

Con una FIFA silenziosa che osserva tutto senza intervenire.

E con un presidente che trova il coraggio di prendere in giro l’Italia, ma non quello di difendere fino in fondo il principio che dovrebbe essere alla base di ogni Mondiale: che il calcio appartiene a tutti.

O almeno così ci avevano raccontato.

ITALO ARMENTI

Condividi

One thought on “Il Mondiale di Trump e il silenzio di Infantino: quando il calcio si piega alla politica”

  1. L’articolo coglie un nervo scoperto del calcio moderno: la pretesa neutralità dello sport è diventata sempre più difficile da sostenere. Da anni i grandi eventi sportivi vengono assegnati a Paesi coinvolti in controversie politiche, guerre, restrizioni delle libertà civili o campagne di propaganda nazionale. Eppure le grandi organizzazioni sportive continuano a ripetere che “lo sport non deve mescolarsi con la politica”.
    La realtà racconta altro. I Mondiali, le Olimpiadi e le grandi competizioni sono ormai strumenti di immagine, influenza e prestigio internazionale. Lo sono stati in passato e lo sono ancora di più oggi.
    L’articolo di Armenti punta il dito contro il silenzio di Gianni Infantino, accusato di evitare accuratamente qualsiasi presa di posizione che possa disturbare gli equilibri politici e commerciali della FIFA. Una critica che non riguarda soltanto lui, ma l’intero sistema del calcio globale, sempre più orientato alla tutela degli interessi economici.
    Il paradosso è evidente: quando si tratta di campagne pubblicitarie, inclusione, diritti civili o messaggi sociali, il calcio parla continuamente. Quando invece emergono questioni geopolitiche che potrebbero creare attriti con governi potenti o grandi sponsor, il silenzio diventa improvvisamente una virtù.
    Il caso del Mondiale ospitato dagli Stati Uniti nell’era Trump amplifica ulteriormente questa contraddizione. Le polemiche sulle espulsioni di migranti, le restrizioni all’ingresso di cittadini provenienti da alcuni Paesi e il clima politico sempre più polarizzato pongono interrogativi che non possono essere liquidati con la formula “la politica resti fuori dallo sport”.
    La verità è che la politica nello sport c’è già. C’è nelle sedi delle federazioni, nei diritti televisivi miliardari, nelle assegnazioni degli eventi e nelle relazioni tra governi e organizzazioni internazionali.
    Forse la domanda non è se il calcio debba occuparsi di politica. La domanda è perché lo faccia soltanto quando è conveniente.
    E quando il pallone smette di essere un simbolo universale per diventare uno strumento di potere, il rischio è che a perdere non sia soltanto lo sport, ma anche la credibilità di chi pretende di governarlo. In questo senso il silenzio può essere molto più eloquente di mille dichiarazioni.
    L’articolo racconta un percorso personale che va oltre la politica. È il racconto di un uomo che sostiene di essersi liberato da una visione del mondo percepita come dogmatica e conformista. Che si condividano o meno le sue conclusioni, il tema centrale merita attenzione.
    Il problema non è essere progressisti, conservatori, liberali o socialisti. Il problema nasce quando qualsiasi idea smette di essere uno strumento per interpretare la realtà e diventa una fede da difendere a prescindere dai fatti.
    Negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescente radicalizzazione del dibattito pubblico. Da una parte e dall’altra si sono formate vere e proprie tifoserie ideologiche. Chiunque osi mettere in discussione alcuni dogmi rischia di essere immediatamente etichettato, isolato o ridicolizzato.
    L’aspetto più interessante dell’articolo non è la critica al progressismo in sé, ma la rivendicazione del dubbio. La capacità di cambiare idea, di rivedere le proprie convinzioni, di riconoscere che nessuna ideologia possiede tutte le risposte.
    La storia insegna che ogni volta che una corrente culturale si convince di essere moralmente superiore e detentrice della verità, finisce per perdere il contatto con la realtà. È accaduto alla destra, è accaduto alla sinistra e può accadere a qualsiasi movimento politico.
    Naturalmente esiste anche il rischio opposto: trasformare l’anticonformismo in un nuovo conformismo, sostituendo un dogma con un altro. Non basta dichiararsi “liberi pensatori” per esserlo davvero.
    Il valore dell’articolo sta quindi nella provocazione che lancia al lettore: siamo davvero sicuri che le nostre opinioni siano il frutto di una riflessione autonoma? Oppure stiamo semplicemente ripetendo le idee del gruppo al quale sentiamo di appartenere?
    In fondo la vera libertà intellettuale non consiste nel passare da una parte all’altra della barricata. Consiste nel mantenere sempre la capacità di mettere in discussione anche le idee che ci sono più care.
    E oggi, in un’epoca dominata dagli algoritmi che ci mostrano soltanto ciò che conferma le nostre convinzioni, questa capacità è forse più rivoluzionaria di qualsiasi ideologia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.