GLI HIGHLANDER DELLA NOTTE

GLI HIGHLANDER DELLA NOTTE

Dalla Woodstock Nation alla Generazione Chimica, sessant’anni di musica, sostanze, nostalgia e ricerca di significato.
Le mode cambiano.
Le droghe cambiano.
I locali chiudono.
I DJ invecchiano.
Le piste si svuotano.
Ma il bisogno umano di appartenenza rimane.
Forse è questa la chiave per comprendere una storia che attraversa oltre mezzo secolo di cultura occidentale.
Una storia fatta di musica, sostanze, illusioni, libertà cercate, libertà perdute e persone.
Negli anni Sessanta una parte della gioventù occidentale iniziò a credere che fosse possibile cambiare il mondo cambiando la coscienza.
La Summer of Love, Woodstock e la controcultura trasformarono l’LSD e la psichedelia nel simbolo di una generazione che cercava nuove strade.
Erano gli anni del Rock, della musica “suonata” da strumenti.


Per molti fu una stagione di creatività, sperimentazione e scoperta.
Per altri rappresentò l’inizio di percorsi molto più complessi.
La psichedelia, i sintetizzatori, la connessione con la musica del futuro prossimo, quel senso di unità, di gruppo di un tutt’uno, di amore libero e amicizia senza alcun muro.

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Negli anni Settanta arrivò l’eroina, fu il muro che divise, che distrusse il passato.
In Italia il fenomeno assunse proporzioni devastanti.
Interi quartieri furono travolti.
Una generazione vide compagni di scuola, fratelli e amici scomparire lentamente tra dipendenza, malattia e morte.
Dietro le statistiche c’erano persone reali.
Ragazzi che avevano sogni, passioni e progetti.
Famiglie che si trovarono a combattere battaglie per le quali nessuno le aveva preparate.
Negli anni Ottanta entrò in scena la cocaina.
La droga del successo.
Dell’ambizione.
Della velocità.
Manager, professionisti, artisti e imprenditori contribuirono a costruirne un’immagine quasi glamour.
Si era veloci e molto “Smart” anche senza le tecnologie odierne, ma era tutto artificiale.
Molti scoprirono troppo tardi che dietro quell’euforia si nascondevano dipendenza, paranoia e un senso di vuoto che nessun successo riusciva a colmare.
Poi arrivò Ibiza.
Alla fine degli anni Ottanta l’isola divenne il laboratorio della nuova nightlife europea.
DJ, promoter e clubber provenienti da tutto il continente contribuirono a creare una cultura che avrebbe influenzato profondamente gli anni Novanta.
House.
Techno.
Progressive.
Acid House.
La musica elettronica smise di essere soltanto qualcosa da ascoltare.
Diventò qualcosa da vivere.
Da condividere.
Da attraversare insieme ad altre migliaia di persone.


Nel 1988 la stampa britannica parlò di Second Summer of Love.
L’MDMA e la cultura rave si diffusero rapidamente, e fu nuovamente aggregazione come per Woodstock.
Capannoni industriali.
Warehouse party.
Nuove tribù giovanili.
Nuovi rituali collettivi.
Per alcuni osservatori fu una rivoluzione musicale.
Per altri una rivoluzione chimica.
La verità probabilmente sta nel mezzo.
Anche l’Italia fu coinvolta profondamente.
Da una parte la Riviera Adriatica.
Dall’altra la costa tirrenica.

Il Cocoricò diventò un simbolo nazionale.
L’Imperiale.
L’Insomnia.
Il Jaiss.
L’Ultimo Impero.
Solo per citare alcuni luoghi entrati nella memoria collettiva di un’intera generazione.
Erano laboratori musicali.
Punti di incontro.
Spazi di aggregazione.

Luoghi dove la musica raggiunse livelli artistici straordinari.
Luoghi in cui i DJ divennero figure culturali.
Le piste da ballo si trasformarono in luoghi di appartenenza.
Molti ricordano ancora la sensazione di entrare in quei locali per la prima volta.
Le luci.
Il suono.
L’energia della folla.
La sensazione di essere parte di qualcosa di più grande di sé.
Ma sarebbe disonesto ricordare soltanto la musica.
Sarebbe disonesto ricordare soltanto le amicizie.
Sarebbe disonesto ricordare soltanto la creatività.

Quella stagione ha prodotto arte straordinaria.
Ha prodotto comunità.
Ha prodotto innovazione.
Ma ha prodotto anche vittime.
Dipendenze.
Solitudini.
Illusioni inseguite per anni.
Persone che cercavano la libertà e che hanno trovato una nuova forma di schiavitù.

Questa è una parte della storia che non può essere cancellata.
L’ecstasy circolava.
Le anfetamine circolavano.
La cocaina circolava.
Altre sostanze circolavano.
Non ovunque.
Non per tutti.
Ma abbastanza da entrare nell’immaginario collettivo di quell’epoca.
Tuttavia esiste un equivoco che merita di essere chiarito.
Le droghe non vivevano soltanto nelle discoteche.
Le si trovava nei bar.
Nelle piazze.
Nelle scuole.
Nelle università.
Nei luoghi di lavoro.
Nei quartieri popolari.
Nei quartieri benestanti.
Perfino davanti alle chiese.

La discoteca divenne il simbolo mediatico del fenomeno.
Ma non ne fu mai l’unica casa.
Con l’arrivo degli anni Duemila il mondo della notte iniziò lentamente a cambiare.
Molti locali storici chiusero.
Altri sopravvissero trasformandosi.
Le nuove generazioni svilupparono forme di aggregazione differenti.
Nel frattempo il mercato delle sostanze diventò ancora più complesso.
Nuove droghe sintetiche.
Nuovi laboratori clandestini.
Nuove formule.
Nuovi rischi.
Molti consumatori oggi non sanno realmente cosa stanno assumendo.
Dietro una pillola, una polvere o un cristallo possono nascondersi sostanze completamente diverse da quelle immaginate.
Ma forse il cambiamento più importante non riguarda la chimica.
Riguarda la società.

Se negli anni Novanta il consumo era spesso legato a contesti collettivi, oggi una parte crescente del disagio si manifesta in modo più isolato.
Ansia.
Solitudine.
Depressione.
Incertezza.
Paura del futuro.
Molti giovani non cercano semplicemente lo sballo.
Cercano sollievo.
Cercano una pausa.
Cercano di riempire un vuoto.
E quel vuoto non nasce da una sostanza.
Esiste già da prima.
Ed eccoci al punto più interessante di questa lunga storia.
Gli Highlander della notte.
I sopravvissuti.
Uomini e donne che hanno attraversato cinque decenni di trasformazioni culturali.
Alcuni di loro hanno visto nascere la cultura psichedelica.
Hanno visto l’eroina devastare intere comunità.
Hanno vissuto gli anni della cocaina.
Hanno frequentato Ibiza.
Hanno attraversato i rave.
Hanno ballato al Cocoricò.
All’Imperiale.
All’Insomnia.
All’Ultimo Impero.
Hanno visto chiudere locali che sembravano immortali.
Hanno visto DJ trasformarsi da ragazzi a leggende.
Molti oggi hanno superato i cinquanta o i sessanta anni.
Continuano a frequentare eventi Remember.
Continuano ad ascoltare la stessa musica.
Continuano a raccontare le stesse notti.

La spiegazione più semplice sarebbe dire che non sono cresciuti.
Ma sarebbe una lettura superficiale.
Per molti di loro quella musica rappresenta una parte della propria identità.
Rappresenta amicizie.
Amori.
Viaggi.
Speranze.
Persone che non ci sono più.
C’è però un’altra riflessione che merita spazio.
Per decenni si è parlato di una presunta distanza tra il mondo rock e quello della dance, della techno e della club culture.
I rocker consideravano spesso la musica elettronica artificiale.
I clubber consideravano il rock un linguaggio appartenente a un’altra epoca.
Eppure, osservati con il senno del tempo, questi mondi si assomigliano molto più di quanto abbiano mai voluto ammettere.
Entrambi avevano i propri simboli.
Le proprie estetiche.
I propri rituali.
I propri luoghi sacri.
I propri miti.
Il ragazzo che indossava una maglietta degli Iron Maiden.
Quello che seguiva i Grateful Dead.
Quello che passava le notti all’Ultimo Impero.
Quello che partiva per Ibiza.
Stavano tutti facendo la stessa cosa.
Cercavano una tribù.
Cercavano persone simili.
Cercavano appartenenza.
Cercavano riconoscimento.
La musica era soltanto il linguaggio.
Il bisogno era lo stesso.

In fondo la storia delle sottoculture musicali racconta qualcosa che va ben oltre la musica.
Gli esseri umani hanno sempre cercato gruppi nei quali riconoscersi ed aggregarsi in gruppo.
Così è nelle Religioni.
Nelle Ideologie.
Nel tifo per le squadre sportive.
Nei movimenti culturali.
Nella comunità online.
La forma cambia.
Il bisogno rimane.
Quello universale di sentirsi accettati, riconosciuti.
Sentirsi parte di qualcosa di più grande di sé.
Forse è per questo che le differenze tra le tribù musicali sembravano enormi ai protagonisti e appaiono molto più piccole a chi le osserva oggi.
Perché sotto le chitarre e sotto i sintetizzatori, o alle console dei DJ, batteva lo stesso cuore.
La stessa ricerca.
La stessa domanda.
Dove sono i miei simili?
Ed è qui che entra in gioco la nostalgia.
La nostalgia non è soltanto memoria.
È una forma di viaggio.
Permette di tornare in luoghi che non esistono più.
Di rivedere persone che non ci sono più.
Di rivivere emozioni che il tempo ha trasformato.
Per alcuni ex protagonisti della club culture, la nostalgia è diventata l’ultima sostanza.
Non nel senso patologico del termine.
Ma nel senso simbolico.
L’ultima esperienza capace di alterare profondamente il paesaggio emotivo di una persona.
I vecchi flyer.
I vinili.
Le fotografie.
Le registrazioni dei DJ.
Le reunion.
I Remember.
Sono frammenti di una memoria collettiva che continua a vivere.

Non celebrano soltanto la musica.
Celebrano una parte della vita che non tornerà più.
Ma anche la nostalgia può avere due volti.
Può essere una visita affettuosa al passato.
Oppure può trasformarsi in un rifugio permanente.
Quando il passato smette di essere memoria e diventa rifugio.
Quando il ricordo smette di essere celebrazione e diventa dipendenza emotiva.
Quando una parte dell’identità rimane ancorata a una pista da ballo chiusa trent’anni prima.
Forse è questa l’immagine finale della lunga storia iniziata con la controcultura degli anni Sessanta e proseguita attraverso Woodstock, Ibiza, i rave e le grandi discoteche italiane.
Una generazione che cercava la libertà.
E che in alcuni casi è diventata prigioniera della nostalgia.
Perché le droghe cambiano.
Le mode cambiano.
I locali chiudono.
I DJ invecchiano.
Le piste si svuotano.
Ma il bisogno umano di appartenenza rimane.
Forse, alla fine, gli Highlander della notte non sono diversi da tutti gli altri esseri umani che li hanno preceduti.
Diversi erano i vestiti.
Diverse erano le musiche.
Diversi erano i luoghi.
Ma identica era la ricerca.
La stessa che accompagnava i pellegrini, i soldati, gli artisti, gli operai, i tifosi, i credenti e gli sognatori di ogni epoca.
La ricerca di uno sguardo che ci riconosca.
Di una comunità che ci accolga.
Di una storia dentro la quale sentirci meno soli.
Le notti finiscono.
Le canzoni finiscono.
Le mode finiscono.
Persino le generazioni finiscono.

Ma resta il desiderio di lasciare una traccia nel cuore di qualcuno.
E forse il vero significato di tutte quelle piste da ballo, di tutti quei concerti, di tutti quei viaggi, di tutte quelle albe vissute insieme, non era sfuggire alla realtà.
Era cercare, per qualche ora, una casa al di fuori della propria.
E quando le luci si riaccendono, quando il volume si abbassa e quando il tempo presenta il conto a tutti, ciò che rimane non è la sostanza.
Non è il locale.
Non è nemmeno la musica.
Rimangono le persone.
Perché alla fine della notte, alla fine di ogni epoca e forse alla fine della vita stessa, ciò che salva gli esseri umani non è ciò che hanno consumato.
È ciò che hanno condiviso.

Paolo Bongiovanni
Blogger e uomo libero
 Casa del Vinile

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One thought on “GLI HIGHLANDER DELLA NOTTE”

  1. L’articolo utilizza la figura degli “Highlander della notte” per raccontare un fenomeno che non riguarda soltanto Savona, ma gran parte delle città italiane: il progressivo invecchiamento della popolazione e la trasformazione degli spazi urbani.
    Dietro l’ironia e le immagini suggestive emerge infatti una riflessione più profonda. Le città cambiano, i quartieri cambiano, le abitudini cambiano. E spesso chi ha vissuto una stagione diversa osserva con nostalgia ciò che è stato e con preoccupazione ciò che sta diventando.

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