Gruppi giovanili spontanei savonesi

SEGNALI DI VITA A SAVONA
UN’INDAGINE SUI GRUPPI GIOVANILI SPONTANEI DEL SAVONESE
A cura di  MARCO FANNI
 le prime cinque interviste in ordine casuale

SEGNALI DI VITA A SAVONA
UN’INDAGINE SUI GRUPPI GIOVANILI SPONTANEI DEL SAVONESE
A cura di  MARCO FANNI
Le prime cinque interviste in ordine casuale
  

Segnali di vita a Savona” è il risultato della raccolta di una serie d’interviste fatte sul territorio.
Con il supporto dell’Associazione Duevventi, Marco Fanni si è rivolto a tutte le associazioni, gruppi di fatto o anche insiemi temporanei di persone accomunate dalla scelta spontanea di riconoscersi sotto un nome collettivo, al fine di portare avanti le idee, attività o passioni più svariate (dalla musica alla politica, dall’arte alla semplice aggregazione). L’attenzione è stata rivolta verso le sole realtà costituite (almeno in parte) da giovani oppure che si rivolgono (almeno anche) ai giovani.
L’unico limite posto è stato quello geografico: l’indagine è stata svolta nel territorio compreso tra i comuni di Spotorno e Varazze.
La formula scelta per svolgere le interviste è quella della semplice chiacchierata vis a vis: ogni gruppo è stato invitato a parlare di sé nei locali messi a disposizione per il progetto dall’associazione Duevventi.
I gruppi che hanno accettato hanno avuto modo di presentarsi, descrivere liberamente la propria realtà ed esprimere il proprio punto di vista sulla città e sul rapporto con l’amministrazione.
Attraverso la pubblicazione e la presentazione del risultato di questo lavoro, si spera di creare l’occasione per ciascun gruppo di scoprire cosa hanno detto gli altri gruppi.
Le interviste raccolte consentono di offrire ai savonesi uno spaccato realistico della geografia, del fermento culturale ed aggregativo giovanile esistente nella nostra città.
Si spera inoltre che il lavoro, portato in tutti i contesti dove può esserci interesse per gli argomenti affrontati, possa diventare una risorsa per migliorare la comprensione dei linguaggi e dei contenuti dell’universo giovanile.
Non inseguendo la dimostrazione scientifica o statistica di una tesi sociologica o politica, il lavoro ha il pregio di potersi basare sulle informazioni attinte dalle fonti più autentiche, cioè i gruppi stessi.

Qui di seguito le prime cinque interviste in ordine casuale.
Per i commenti,critiche e osservazioni:
:
segnalidivitasavona@gmail.com

1 RAINDOGS

CONTATTI:

MAIL slumphank@yahoo.it

MYSPACE www.myspace.com/raindogshouse

FACEBOOK: raindogs house

intervista con MARCO TRAVERSO

Chi siete (nome e cognome), quanti siete, età media, occupazione.
Siamo io(Marco), Zibba e numerosi altri ragazzi che ci danno una mano. Quelli che si impegnano di più sono circa 6-7 persone, io in particolare lavoro al Raindogs a tempo pieno, mentre per tutti gli altri il circolo è una seconda occupazione. L’età media è tra i 25 e i 30 anni.
 Quando e perché è nato il Raindogs? Di cosa si occupa?
Il Raindogs è nato nel marzo 2007. Il nome riprende il titolo di un famoso e straordinario disco di Tom Waits, e significa cani bagnati, randagi.
Durante tutto l’anno cerchiamo di proporre musica di qualità, in particolare blues e folk, invitando musicisti da qualsiasi parte del mondo.
Ci capita anche di tenere spazi per le realtà musicali locali, dando spazio alle band nostrane che ci chiedono di suonare.
Cerchiamo sempre di mantenere una certa linea musicale, non invitando band che non abbiamo ascoltato a fondo: è la qualità il punto su cui battiamo di più.
D’estate noi siamo chiusi ma cerchiamo sempre di dialogare con i comuni e di cercare sponsor per fare attività anche in questa parte dell’anno.
 Qual è la vostra filosofia?
La motivazione che ci spinge è di riuscire a dare spazio alla musica che ci interessa e che a Savona non c’era prima, cercando così di colmare una lacuna. La passione che ci ha unito è quella per il blues, il folk, ed il rock, ed abbiamo cercato di creare uno spazio dove questo tipo di gusto fosse respirabile, dandoci una caratterizzazione specifica anche attraverso l’arredamento del locale.
Si vuole anche dare un’opportunità alle band della zona che fanno questi generi.
Il motto del Raindogs potrebbe essere “Musica, Arte e Barbera”.
 A chi vi rivolgete?
Ci rivogliamo ai “cani randagi”, a chi non ha bisogno di andare a fare il fighetto in discoteca, a chi beve vino e ama la buona musica, a chi tra un bicchiere e l’altro abbia voglia di salire su un palco a declamare una poesia o semplicemente sfogarsi.
Non c’è un’età richiesta per venire al Raindogs: l’offerta è rivolta a chiunque abbia voglia di passare una serata a seguire il tipo di proposta musicale che portiamo avanti.
Una particolarità del Raindogs è che è frequentato da molti “forestieri”: e in particolare c’è gente che viene da Genova, dal Ponente, come anche dal basso Piemonte. Per alcuni eventi abbiamo messo le locandine anche a Milano e Torino.
 Parlaci di alcune delle vostre iniziative passate.
Senza ombra di dubbio, grazie al duro lavoro che abbiamo svolto durante questi anni tra le mura del circolo, la più grande soddisfazione è stata quella di portare a Savona presso la fortezza del Priamar due mostri sacri quali Johnny Winter e Jack Bruce!
 Che formato giuridico avete? Siete non profit o a scopo di lucro?
Siamo un circolo culturale senza scopo di lucro e siamo associati ARCI. Con la speranza però, per chi ci lavora, di riuscirsi a pagare uno stipendio, perché per noi è un impegno a tempo pieno. Quello che è più importante è il mantenimento dell’attività, che cerchiamo di far resistere pur senza proporre cose commerciali come concerti di tribute band o altre formule a incasso sicuro,
come le serate reggae ad esempio, che però non hanno certo bisogno di trovare nuovi spazi nella nostra zona.
Come promuovete le vostre attività?
La promozione la facciamo attraverso internet, Facebook, MySpace, ed i flyers. Le radio, La Stampa e Il Secolo XIX considerano abbastanza le nostre proposte, che ricevono spesso visibilità.
Internet secondo me è un’arma a doppio taglio: riesci senz’altro a martellare di più, però la gente magari si rompe prima le scatole: quanti messaggi od inviti di Facebook vengono veramente letti prima di essere eliminati?
Come sopravvive il Raindogs?
Le entrate del Raindogs provengono dalle consumazioni, dai biglietti e dalle quote dei soci. Come la maggior parte delle associazioni attive a Savona siamo affiliati ad Arci, e questo ci consente di offrire al pubblico una proposta musicale dove la qualità non è costretta a soccombere di fronte a una logica di tipo commerciale. Beneficiando degli sgravi fiscali di cui dispongono i circoli Arci siamo finora riusciti nell’intento di tenere bassi i prezzi delle consumazioni (birra a 3 euro).
Ci sono possibilità effettive di fare della vostra attività una occupazione a tempo pieno?
Sì, anche se è dura… io mi auguro di sì.
Che rapporti avete con altri gruppi di persone, associazioni, circoli?
Per quanto riguarda le altre realtà musicali, ho trovato interessante che il
Ju-Bamboo abbia riaperto. Però per aprire con una programmazione simile… diventa poi difficile collaborarci. La loro proposta musicale non può essere messa in correlazione con la nostra.
Apprezzo invece molto DreaminGorilla, che è un gruppo di ragazzi giovanissimi ma molto appassionati e che stanno dimostrando in questo periodo di cosa sono capaci.
Tra i circoli Arci abbiamo recentemente collaborato positivamente con Filmstudio e Truelove.
Quali sono i vostri rapporti con le amministrazioni locali e che opinione avete della collaborazione con esse?
Col comune di Savona c’è un rapporto di collaborazione piuttosto stretto. Con i comuni limitrofi i rapporti variano, a seconda del variare delle giunte; in linea di massima cerchiamo però di prescindere dalle idee politiche.
A mio modo di vedere un’assessore come Molteni quanto meno di idee ne ha: è uno che cerca davvero di fare qualcosa per la cultura. Poi, certamente, un margine di miglioramento esiste sempre ed è auspicabile.
Diteci la vostra opinione su cosa offre la città in termini di spazi per i giovani sia dal punto di vista culturale che dell’intrattenimento.
Parlando di musica, gli spazi sicuramente mancano, ma è anche la voglia di fare secondo me che si è un po’ persa. Una volta si suonava in qualsiasi situazione, in qualsiasi modo… Oggi, sia ben chiaro, è giusto che si richieda l’esistenza di strutture adatte, ma bisogna anche essere disposti a suonare, deve esserci la voglia.
Poi se una situazione trova le forze per nascere e inizia a funzionare, è giusto che riceva sostegno.
Savona, giovani, cultura, intrattenimento. Cosa funziona e cosa bisognerebbe cambiare?
Andrebbe recuperata una cultura dell’ascolto della musica, una cultura che si è andata molto perdendo.
Una cosa che ritengo positiva potenzialmente è il progetto delle ex Officine Solimano: è importante perché quattro diversi gruppi si son messi insieme per ottenere qualcosa, e potenzialmente l’offerta culturale potrebbe risentirne positivamente su vari fronti.
Diteci i vostri progetti ed ambizioni per il futuro.
Auspichiamo in futuro di arrivare con questi generi più “difficili” che proponiamo anche a persone più giovani.
Per quanto riguarda le officine Solimano, vedremo come procederà.

2 LA COSCA

CONTATTI:

MAIL: lacoscasoundsystem@yahoo.it

FACEBOOK: lacoscasoundsystem

Intervista con GIOVANNI ASTENGO e DAVIDE PALLANCA

Chi siete (nome e cognome), quanti siete, età media, occupazione
Siamo in due: Giovanni Astengo (tecnico del suono in ambito televisivo a Milano, ha lavorato per “Crozza Alive”, “Chiambretti night”, Sky ed MTV) e Davide Pallanca (assistente scolastico in una cooperativa sociale, scrive recensioni per la fanzine di reggae “Rastasnob”). Abbiamo 30 anni.
Quando e perché è nata La Cosca? Di cosa si occupa?
La Cosca nasce nel 2002. Appassionati di reggae sin da ragazzini, collezionisti di cd e dischi in vinile, abbiamo creato questo progetto con l’intento di proporre i nostri gusti musicali e le nostre passioni.
Così, per caso, è nata “La Cosca” perché ci sentivamo un po’ una nicchia, un’aggregazione un po’ fosca e che trama, in senso scherzoso… Il nome è nato dall’appellativo con cui Mr.Puma era solito chiamarci. Con lui abbiamo sempre avuto un buon rapporto e spesso ha partecipato alle nostre serate come intrattenitore.
Inoltre abbiamo cercato di rispolverare la storia di alcuni personaggi e luoghi che a Savona negli anni ’80 furono pionieri, in Italia, di questo genere: il mitico locale Mokambo/StudiOne, Briggy Bronson (primo dj di musica reggae in Italia), Mr.Puma, Gianni Galli (dj e teorico del reggae, ha tradotto le poesie di Linton Kwesi Johnson), Angelo Robatto e Fulvio Damonte (dj reggae)solo per citarne alcuni. Oggi purtroppo queste persone non si occupano più attivamente di musica.
L’attività de La Cosca consiste nell’organizzare feste e mettere dischi per le persone che amano la musica e il divertimento.
I nostri gusti musicali: le basi della musica reggae, David Rodigan, Max Romeo e tanti altri.
Qual è la vostra filosofia?
Non ci interessa portare la politica o particolari ideologie in quello che facciamo, o meglio: la nostra politica è quella di suonare solo vinili originali e carichi di buone vibrazioni! Compriamo incessantemente dischi e questo significa anche supportare con convinzione la musica che ci piace. Nell’ambito del reggae il panorama è tutto fatto di piccole e piccolissime produzioni, non ci sono multinazionali nel mercato.
A chi vi rivolgete?
Non c’è un target preciso per le serate della Cosca e ciò ci fa piacere. Certamente c’è uno zoccolo duro di appassionati che ci segue, ma favoriti anche dal fatto che il reggae è un genere piacevole e di atmosfera, ogni volta cerchiamo di creare un contesto fruibile per chiunque. Il pubblico quindi è variegato anche in quanto ad età: a una nostra serata si possono incontrare adolescenti come quarantenni.
Parlateci di alcune delle vostre iniziative.
Un ricordo particolare lo abbiamo andando indietro nel tempo: era il 2002 quando abbiamo iniziato a organizzare feste private, spargendo la voce. Nel giro di breve tempo la cosa iniziò a prendere sempre più piede e le presenze aumentavano di volta in volta. Da lì abbiamo iniziato ad organizzare serate cercando spazi e locali pubblici che potessero ospitarle.
Tra le numerosissime apparizioni degli ultimi anni ricordiamo l’apertura dei concerti di Toots & The Maytals (Genova 2010), degli Wailers (Varazze 2008), di Alborosie (Genova 2009), la partecipazione al festival Milkout (Genova 2007), di Sister Nancy (Genova 2010) e Dj Gruff (Genova 2008).
Ci è capitato spesso di suonare nei centri sociali genovesi, dal Pinelli, allo Zapata, al Mayday di La Spezia oppure ad Alessandria a Forteguercio.
Inoltre abbiamo partecipato all’organizzazione di innumerevoli feste in spiaggia come anche sui forti genovesi: Righi, Forte Sperone, Montemoro.
Abbiamo suonato anche all’estero e più precisamente a Lione, in Francia e abbiamo contatti anche a Nizza.
Che formato giuridico avete?
Siamo un gruppo di fatto, non siamo un’organizzazione di tipo associativo, anche se forse a breve qualcosa succederà.
Come promuovete le vostre attività?
La promozione è quella che usano tutti.
Abbiamo usato molto i volantini, che a dire il vero stanno diventando uno strumento sempre più problematico: recentemente a Savona mettere un volantino significa ricevere una multa, e quindi stiamo un po’ abbandonando il cartaceo. Per il resto usiamo sms sul cellulare, mail e bombardiamo con Facebook.
Internet è utile, ma l’aspetto di incontrarsi fisicamente rimane imprescindibile.
Quali spese vi trovate a dover sostenere per La Cosca?
Un grosso sforzo economico che abbiamo dovuto sostenere nel tempo è stato quello delle attrezzature: garantire un suono di qualità richiede un bell’investimento, che abbiamo potuto affrontare solo un poco alla volta.
Tra le altre spese abbiamo quelle legate alla pubblicità (stampa di materiale cartaceo), quelle di trasporto dell’impianto, e poi l’esborso non indifferente dovuto all’acquisto dei vinili, che spesso ordiniamo via internet. Un disco costa 4euro e dura circa 3 minuti: si può quindi immaginare quanti dischi possano servire per mettere insieme una serata.
Ci sono possibilità effettive di fare della vostra attività una occupazione a tempo pieno?
Possibilità effettive di vivere di musica a Savona non ce ne sono in questo momento. Ci piacerebbe poter vivere di musica integrando al Sound System altre attività collaterali tipo service musicali, studio di registrazione, organizzazione di eventi… Giovanni ha una piccola sala di registrazione che utilizza per piccoli lavoretti di recording, ma l’impostazione rimane di tipo “artigianale”.
Che rapporti avete con i locali e con altri gruppi di persone, associazioni, circoli?
I rapporti con i gestori non sempre sono semplici anche perché la nostra è una passione musicale e la loro un’ impresa, quindi ci vuole sempre un compromesso: la chiave sta nell’avere equilibrio.
Abbiamo già collaborazioni con tutta la realtà reggae nell’ambito ligure, ad esempio Jahzilla (La Spezia), Grooveyard (Genova), Ganja Farmer (Genova), Dinamite Sound (basso Piemonte), Count Jo Jo e Eazy Skankers (Savona).
Abbiamo collaborato anche con circoli Arci: Truelove, Artisi, Raindogs a Savona e poi Milk a Genova. Infine abbiamo rapporti con l’Associazione Psycho di Genova (organizzatori del festival Goaboa, oggi “Breakout”).
Quali sono i vostri rapporti con le Amministrazioni locali e che opinione avete della collaborazione con esse?
Abbiamo sempre pensato che non ci fossero speranze per noi di ricevere ascolto, vedendo anche i tentativi falliti degli altri. Non c’è l’abitudine al dialogo con le amministrazioni purtroppo.
Diteci la vostra opinione su cosa offre la città in termini di spazi per i giovani sia dal punto di vista culturale che dell’intrattenimento.
Pensiamo che non bastino i singoli eventi, ma che servano luoghi dove incontrarsi con continuità, in cui si possano condividere passioni e idee e in cui menti diverse possano confrontarsi. Le opinioni e le idee dei giovani vanno
tenute in considerazione e anche se la dimensione di Savona è quella che è, la città andrebbe valorizzata e sensibilizzata da questo punto di vista.
Inoltre portare avanti dei progetti implica responsabilità, lavoro e impegno, caratteristiche che spesso vengono additate come mancanti nella vita quotidiana dei ragazzi.

Questo succede nelle grandi città con le associazioni che sono nate. Perché ciò non avviene a Savona?
Non dovrebbe essere necessaria una “battaglia”, eppure certi temi proprio non rientrano nelle problematiche dell’amministrazione. Bisognerebbe dedicarvi tempo, persone, risorse.
Rispetto ad altre città, per esempio, la scena musicale è stata penalizzata dalla mancanza di un centro sociale o simili: ovunque organizzano concerti con serietà e hanno lo spazio per farlo. Il fatto che non ci siano punti di ritrovo mina alle fondamenta il discorso sulla musica a Savona.
Anche le opinioni di chi viene da fuori purtroppo sono piuttosto critiche riguardo alla nostra realtà e questo dovrebbe far pensare.
La nostra città sembra essere il posto ideale dove vivere da bambini e dopo la pensione: per la fascia dai 18 ai 50 anni è una città orribile, data la scarsezza di eventi culturali, intrattenimento e luoghi di ritrovo.
Per noi un esempio positivo è quello del Buridda a Genova col quale in passato abbiamo anche collaborato: hanno un laboratorio teatrale, una sala prove, una palestra di pugilato ed offrono mille altri “servizi” alle persone.
Uno dei requisiti perché nasca una scena e cresca il fermento culturale è che esista un luogo o un punto di riferimento per l’incontro tra le persone creative e che hanno voglia di esprimersi. Per noi a Savona una volta questo posto era il Mokambo (Studio One, Negrita): è lì che noi abbiamo sviluppato la passione per il reggae, confrontandoci con altri amanti della musica, ed è nata la Cosca.
Savona, giovani, cultura, intrattenimento. Cosa funziona e cosa bisognerebbe cambiare?
Savona ha delle potenzialità: un territorio variegato, le spiagge, le alture, l’entroterra. Offrirebbe un sacco di possibilità. Siamo la seconda provincia della Liguria quanto a popolazione, abbiamo un bacino di utenza molto vasto, eppure centri piccoli ci battono. Un fatto di cronaca recente esemplifica la situazione attuale a livello di cultura dell’intrattenimento: già nelle fasi di allestimento di quello che doveva essere un piccolo concerto in piazza si sono verificate lamentele e contestazioni che ne hanno minacciato lo svolgimento.
E lo spettacolo doveva ancora cominciare!
Anche le discussioni che hanno tenuto banco negli ultimi tempi riguardo a quella che viene impropriamente definita “movida” non hanno certo giovato al nostro territorio.
Diventa senza dubbio difficile riuscire a coltivare qualcosa su un terreno così arido. Bisogna anche ricordare che Savona è stata per lungo tempo una città industriale, di conseguenza non risulta poi così facile riscoprirsi “turistici”.
Le basi bisogna comunque porle, anche se i risultati non saranno così immediati e la repressione non è certo la strada da percorrere. Basti guardare la vicina Costa Azzurra che nonostante in termini di ristrettezze e normative non scherzi affatto, è riuscita a tenere in piedi un sacco di iniziative musicali e non, nel rispetto più totale.
Comunque non dobbiamo imitare nessuno: le menti ci sono, la voglia c’è, dovremmo sfruttare le risorse e guardarci certamente anche un po’ intorno.
Diteci i vostri progetti ed ambizioni per il futuro.
Speriamo di crescere, e magari di portare a Savona artisti da fuori. Un sogno non ancora realizzato? Organizzare qualcosa sulla fortezza del Priamar.

3 OOKI OOKI

CONTATTI:

MAIL: ookiooki@hotmail.it

SITO: www.ookiooki.com

FACEBOOK: ookiooki

Intervista con MARCO DISEGNI e LUCA NOVARO

Chi siete (nome e cognome), quanti siete, età media, occupazione
Siamo in quattro: Daniele (Dany Le Moor), Marco, Elena(Ellenbeat), Luca. L’età media è intorno ai 25 anni. Alcuni di noi lavorano, altri studiano.
Attorno a Ooki Ooki gravitano altre 10 persone di supporto tra cui gruppi come Naughty e BeHonest.
Quando e perché è nato Ooki Ooki?
L’esperienza da cui provenivamo io e Dany era quella del DLM Group (1998).
Siamo nati nel 2006 dopo una stagione estiva al Gilda di Varazze.
La conclusione a cui eravamo arrivati era che la disco “pura”, di vecchio stampo, non ci interessava più: un ambiente dove si finisce spesso per etichettare le persone in base all’abbigliamento e in base al genere musicale. Abbiamo deciso così di dare una svolta e cambiare registro.
Di cosa si occupa Ooki Ooki?
Con Ooki Ooki organizziamo serate ed eventi incentrati sulla musica e sull’aggregazione delle persone.
I generi musicali che amiamo sono principalmente la house e l’elettronica.
Cerchiamo di puntare molto sulle persone e sulle risorse locali, e vogliamo mescolare i generi musicali anche lontani tra loro, rimanendo comunque nell’ambito elettronico.
Qual è la vostra filosofia?
La nostra filosofia può riassumersi in questo: low-cost, contaminazione, e valorizzazione delle energie locali.
A chi vi rivolgete?
A tutti, senza etichette.
Parlateci di alcune delle vostre iniziative.
La prime serate di Ooki Ooki le abbiamo fatte a Capotorre (Albisola Superiore). Quello che avevano di innovativo era che l’ingresso era gratuito e non c’erano i buttafuori: la selezione avveniva per così dire dall’interno. Adesso la formula è parecchio diffusa, ma fino a qualche anno fa una serata con queste caratteristiche non esisteva.
Abbiamo incominciato ad inglobare diverse tendenze: hip-hop e rap, dance, house.
L’esperienza delle serate al BESITO di Albisola (2007) è stata una di quelle che ci ha dato di più. Purtroppo si è conclusa anzitempo, probabilmente perché dava fastidio che ci fosse troppa gente. Il posto era arredato bene, in modo innovativo e c’era gente davvero varia, inoltre era l’unico posto alla mano aperto a tarda ora: il clima era molto sereno, dove le persone potevano entrare ed uscire liberamente ed ascoltare musica in riva al mare.
Per due anni, nella stagione invernale, abbiamo organizzato i sabati sera al TAKABANDA di Varazze (2008-2009). Il successo riscosso è sempre stato buono, perché offrivamo alla gente la possibilità di divertirsi in maniera diversa dalla solita discoteca e ad un costo accessibile a tutti, anche ai più giovani.
Tra le altre cose fatte che ricordiamo con piacere c’è l’iniziativa “WE ARE THE CHILDREN”, un’iniziativa benefit di quest’anno che vedeva la collaborazione nostra, di Naughty, Be Honest e Panico Eventi, di alcuni dj del gruppo di Gianluca Sunny People. Durante la serata di beneficenza è stata allestita una mostra fotografica sul tema della solidarietà.
Purtroppo l’iniziativa poteva andare molto meglio, perché la gente non ha risposto con l’entusiasmo che speravamo ed anche le istituzioni non hanno fatto granché per supportare pubblicitariamente l’iniziativa.
Quest’estate abbiamo lanciato “LA GRANDE ONDA”, un ciclo di serate all’Ultima Spiaggia di Albisola Superiore, al giovedì sera. Nonostante un po’ di problemi col meteo, le serate sono andate davvero bene, con 400 persone a volta e molto entusiasmo tra le facce dei partecipanti.
Collaboriamo con Riviera Gang per le serate del martedì alla Capannina di Alassio e quelle del venerdì alla Suerte di Laigueglia.
Che formato giuridico avete?
Attualmente siamo semplicemente un gruppo di fatto.
Come promuovete le vostre attività?
Utilizziamo internet, Facebook, gli sms, e mandiamo i PR sulle spiagge ed in città a volantinare.
La Radio non l’abbiamo mai usata: costa troppo ed è ormai un mezzo un po’ obsoleto. Qualche volta alcuni nostri eventi sono finiti sui giornali, ma è una cosa che capita solo in dipendenza di quello che riescono a fare i gestori dei locali per comparire in un articolo.
Abbiamo avuto un articolo quando abbiamo organizzato i Campus Day (2007 e 2008).
Quali spese vi trovate a dover sostenere per Ooki Ooki?
Le principali uscite che abbiamo sono dovute alla preparazione e promozione di eventi e serate: stampa di flyer e locandine, acquisto dei gadgets, spese di allestimento e di scenografia, telefono ed altre spese organizzative.
Ci sono possibilità effettive di fare della vostra attività una occupazione a tempo pieno?
Le spese che abbiamo le copriamo noi stessi, e poi dividiamo gli eventuali avanzi quando ci sono, lasciando sempre se possibile qualcosa da parte per le attività future.
Organizzando serate, per “viverci” devi entrare nella mentalità commerciale “ufficiale” delle discoteche. Poi metto le mani avanti, qualche marchetta l’abbiamo fatta anche noi…
Ma allo stato attuale quello che facciamo non ripaga. A mio modo di vedere prossimamente possono cambiare le cose: la filosofia dell’apertura e della contaminazione secondo noi sarà lo standard futuro e la base di ragionamento di chi riuscirà a guadagnare di ciò che fa.
Che rapporti avete con altri gruppi, associazioni, circoli, locali?
Nel rapporto con i gestori dei locali, facciamo il possibile per sceglierci quelli con cui possiamo trovarci meglio: andiamo noi a cercarli.
In zona collaboriamo con gruppi come Panico Eventi, e con ragazzi più giovani (tra cui Naughty). Abbiamo all’attivo una collaborazione con Truelove.
Andando fuori Savona collaboriamo con Riviera Gang di Gianluca Sunny People (al quale dobbiamo davvero molto).
Quali sono i vostri rapporti con le amministrazioni locali e che opinione avete della collaborazione con esse?
Non abbiamo avuto nessun rapporto ad ora. Se mi si domandasse per quale motivo non siamo mai andati a parlare con l’amministrazione… probabilmente è per un “muro” che ci blocca… magari è colpa nostra, ma il muro esiste.
Crediamo che al di fuori della politica partitica, lo spazio sia pressoché zero. Il problema non è la “cattiveria” dei politici, ma il fatto che c’è troppa “barriera” e manca un interlocutore. Parlare credo che sia basilare, ma allo stato non ho idea di chi sia a Savona il referente per le politiche giovanili.
Sarebbe auspicabile che il comune si occupasse ed incuriosisse di più delle varie realtà, e magari fosse la stessa amministrazione a chiedersi chi siamo.
E’ brutto vedere che ci si ricorda dei giovani solo quando succede qualche casino o tira aria di elezioni… e questo contribuisce senz’altro ad alzare il muro di cui parlavo prima.
Se la scelta fosse (rispettabilissima) di creare una città su misura per gli anziani, ben venga come politica: ma non mi sembra che si faccia nulla nemmeno per gli anziani.
Diteci la vostra opinione su cosa offre la città in termini di spazi per i giovani sia dal punto di vista culturale che dell’intrattenimento.
Semplice, gli spazi non ci sono.
Savona, giovani, cultura, intrattenimento. Cosa funziona e cosa bisognerebbe cambiare?
Di positivo posso dire che in Liguria il nostro è un ambiente ottimo e ci sono persone in giro molto valide come Antonello Love o Introvigne. Anche a livello di musica dal vivo la scena cresce, vedi gruppi come i Margot, gli Eazy Skankers ed altri ancora.
In sostanza i “resident” fanno spesso anche meglio dei “guest” di fuori, anche se come dice il proverbio padroni in casa propria non lo si è mai.
Un problema fondamentale è il fatto che è sempre forte il partito di chi lavora per sotterrare chi cerca di proporre qualcosa di alternativo: la gente ha un livello di tolleranza pari a zero di fronte a qualsiasi evento che comporti musica a volume elevato, e le amministrazioni fanno la loro politica e costruiscono il proprio consenso su questa intolleranza davvero incomprensibile.
Il risultato finale di questo modo di ragionare sarà la scomparsa assoluta di gruppi spontanei di persone come noi, che con passione cercano di creare qualcosa di diverso per i giovani, i quali rimarranno senza alternative alla discoteca di vecchio stampo ed allo stare in casa.
Diteci i vostri progetti ed ambizioni per il futuro.
Vogliamo portare avanti sempre più collaborazioni con altre realtà e continuare a fare le cose con uno spirito positivo.

4 DIETRO LE QUINTE

CONTATTI

MAIL info@dietrolequintesavona.it

SITO www.dietrolequintesavona.it

FACEBOOK stefano de felici

Intervista a STEFANO DE FELICI

Chi siete (nome e cognome), quanti siete, età media,occupazione
Lo zoccolo duro di DLQ sono: Stefano De Felici, Enrico Bonino, Rino Alaimo, Sonia Cosco e Simone Colferai. Abbiamo età comprese tra i 26 e i 29 anni e siamo lavoratori.
Quando e perché è nata l’associazione Dietro Le Quinte?
Siamo nati nel 2005 per il piacere di formalizzare la nostra passione per le arti visive, e per trovare una via in cui canalizzare i nostri entusiasmi e le nostre energie.
Di cosa vi occupate?
Principalmente sviluppiamo progetti audiovisivi, e spesso i nostri lavori vanno ad osservare e ad intrecciare le criticità urbane e sociali. In questi 5 anni abbiamo sviluppato e collaborato ad organizzare eventi culturali, spettacoli teatrali multimediali, documentari,videoclip, cortometraggi di fiction e realtà.
Qual è la vostra filosofia?
Divertire, informare, intrattenere e stimolare il senso critico.
A chi vi rivolgete?
Possibilmente al maggior numero di persone possibili.
Parlateci di alcune delle vostre iniziative.
Se devo ricordare alcune delle realizzazioni che più ci rappresentano: “CACCIA GROSSA”, un documentario per rispondere alla crisi e al problema dell’informazione e dei media. E’ stato prodotto da Mimmo Calopresti e dalla CGIL Lombardia ed è nato un po’ come un rave party: si invitavano tutti coloro che possedevano una telecamera a seguire fino a Roma i partecipanti ad una manifestazione sindacale e riprenderli durante viaggio e manifestazione. Abbiamo in questo modo ricevuto, via mail, FTP e posta, materiale da circa 100 videoamatori.
Il risultato è piaciuto ed ha vinto il primo premio per il miglior documentario al Festival “Italiani brava gente” di Firenze 2010 come miglior documentario ed è entrato in selezione ufficiale in importanti festival internazionali come il FIPA (Biarritz), il LIDF (Londra), il RIFF(Roma) e il Genova Film Festival.
Tra gli altri lavori quelli sviluppati sul territorio savonese sono:
-“GARCÍA” (2008),ispirato alla vita e alle opere del poeta Federico García Lorca un corto che è stato presentato al Festival di Cannes 2010, girato tra le spiagge di Albissola e le colline di Savona.
-“CEMENTO ALL’INDICE” (2007) è stata invece una operazione crossmediale, contro la speculazione edilizia e il cattivo gusto a Savona, costituita da un calendario fotografico e da un documentario, in cui 12 savonesi noti (Freccero,Sanguineti, Lombezzi, Riolfo, Satragno ecc..) e meno noti indicano le zone della città colpite dal blob di cemento che invade il bel paese.
L’ operazione ha funzionato e RETE4 ha trasmesso il documentario e successivamente è stato tra i 4 finalisti del Ischia Film Festival e Vincitore del primo premio “Visioni del Territorio”.
-“TI RACCONTO” (2005-2006), un documentario realizzato col liceo magistrale in cui abbiamo tenuto corso pomeridiano per gli studenti.
Girato al Priamar in un unico giorno, abbiamo raccolto 2 primi premi al Festival “Cortiamo” e al Premio “Perini”.
-Una serie di 5 video virali sulla possibilità di smantellare o meno la spiaggia della Margonara, in collaborazione con il sociologo La Cecla;
-“GHOST TRAIN”, un’operazione di video arte in collaborazione con H. R. Stamenov: progetto concettuale esposto a Monaco, Parigi, Milano, Firenze, e in Bulgaria.
Che formato giuridico avete? Siete “non profit” o a scopo di lucro?
Siamo un’associazione culturale di volontariato senza scopo di lucro.
Come promuovete le vostre attività?
Internet è l’unico mezzo a disposizione. Abbiamo un sito web dell’associazione.
Come sopravvive l’associazione?
Le fonti di sostentamento dell’associazione sono quelle del finanziamento pubblico o del finanziamento privato su specifici progetti.
Io a Milano riesco a vivere come film maker (reportage, video servizi). Lavoro principalmente per CGIL e Camera del Lavoro. Anche un po’ di teatro, documentari e sempre più spesso pubblicità, perché è il settore più redditizio.
Enrico lavora spesso a Genova.
Ci sono possibilità effettive di fare della vostra attività una occupazione a tempo pieno?
L’ attività con l’ associazione è parte integrante delle nostre attività professionali, ognuno di noi mantiene comunque dei lavori che segue singolarmente a Genova, Milano e Roma.
Che rapporti avete con altri gruppi, associazioni, circoli?
Collaboriamo da due anni col Cesavo, sviluppando progetti di comunicazione per associazione di volontariato, uno degli ultimi lavori è stato con l’AVIS di Alassio. Da due anni collaboriamo con l’ Associazione Balla Coi Cinghiali insieme ai quali quest’anno abbiamo organizzato la prima edizione di una rassegna cinematografica durante il festival tra il 19 e il 21 agosto 2010.
Quali sono i vostri rapporti con le amministrazioni locali e che opinione avete della collaborazione con esse?
I nostri rapporti sono tutti virtuali: ne abbiamo avuti tanti ma non hanno mai portato ad alcun protocollo d’intesa che si concretizzasse. Tuttavia non demordiamo con i prossimi progetti, perché speriamo che Savona non si sposti solo dall’immobilismo all’immobiliarismo.
Io ho fatto un master finanziato dalla Comunità Europea presso il campus universitario di Savona a seguito del quale ho girato un documentario sulla Cooperativa Ferrero e sulla ceramica, che purtroppo non sono mai stati proiettati in nessun luogo.
Ho presentato alcune proposte, ma non sono ancora state passate al vaglio decisionale. Noi si rimane fiduciosi e operativi.
Diteci la vostra opinione su cosa offre la città in termini di spazi per i giovani sia dal punto di vista culturale che dell’intrattenimento.
Noi siamo cresciuti andando al cinema e a teatro nell’ex “Astor”, che non occupa più l’ angolo tra via Pia e via Paleocapa, rimpiazzato da uffici e abitazioni; ballando ai concerti nell’area dell’ex Italsider, che non c’è più, sostituito da un albergo; giocando a pallone nel campetto delle aree ex Enel tra via Cimarosa e via Nizza, dove ora sorge un residence. La città è cambiata molto negli ultimi 10 anni e così anche gli spazi deputati all’incontro dei giovani, che sembrano sempre meno.
E’ anche vero che in apparenza non si percepisce un fermento, una necessità espressiva da parte della popolazione più giovane che fatica ad esprimere la propria identità culturale, per quanto possa essere comunque precaria e “underground”.
D’altra parte, meno spazi d’aggregazione equivale ad una maggiore difficoltà a incontrarsi e scontrarsi, a conoscersi.
Savona, giovani, cultura, intrattenimento. Cosa funziona e cosa bisognerebbe cambiare?
Sarebbero da importare dei giovani a Savona!
Si può creare aggregazione giovanile lungo traiettorie di sviluppo che non siano sempre e solo quelle della costruzione di centri commerciali e dello sviluppo edilizio. Per questo è importante conoscersi, incontrarsi, fare rete e sforzarsi nell’immaginare una città che faccia emergere le vibrazioni che la attraversano. 
 Vostri progetti e ambizioni per il futuro?
Abbiamo in cantiere un progetto sulla gente e sul territorio savonese legati al “filo magico” dei vagonetti, il Festival del Fumetto con Giovanni Freghieri (uno dei primi disegnatori di Dylan Dog).

5 SALAMANDER

CONTATTI:

MAIL: salamander@salamander.it

SITO: www.salamander.it

FACEBOOK: compagnia teatrale salamander

Intervista con MARCO GHELARDI, SARA RAVETTA e SIMONA SCHITO

 Chi siete (nome e cognome), quanti siete, età media, occupazione.
Il direttivo è formato da Marco Ghelardi, Sara Ravetta, Simona Schito (tutti intorno ai trent’anni).
Marco è direttore artistico, regista, scrittore e traduttore, Sara e Simona si occupano invece più della parte organizzativa e comunicativa.
Tra gli altri componenti ci sono attori e scenografi ma anche una parte di pubblico, che ha creduto spiccatamente nel progetto Salamander fino al punto di associarsi.
Salamander è composta da all’incirca 90 soci, ed è un’associazione molto eterogenea quanto a età e occupazione: ci sono studenti come pensionati.
Quando e perché è nata Salamander?
Marco: mi sono formato a Londra come regista teatrale, e quando successivamente ho deciso di rientrare in Italia serviva uno “strumento” per le attività che volevo portare avanti, che consentisse però anche di andare al di là della semplice sfera professionale individuale.
Salamander nasce formalmente nel maggio del 2005, seppure a conclusione di un precedente percorso.
Di cosa si occupa?
L’associazione si pone come uno strumento per dare organizzazione e concretezza all’idea di un teatro di intervento sulla società, un teatro narrativo, un teatro non schiavo della forma fino a se stessa.
Qual è la vostra filosofia?
Quello italiano è un teatro che vive di tradizione.
Da un lato conosciamo un teatro di grandi classici, di forme estetiche, di bellezze in quanto tali; ancora oggi è questa la forma dominante, con grandi allestimenti e ricche elaborazioni visivo-sensuali.
C’è poi un’altra “tradizione”, quella dell’avanguardia: un modo di concepire il teatro che paventa il rischio di non riuscire a parlare ai non addetti ai lavori.
A Savona – ma potremo dire anche in tutta Italia – mancava uno strumento per un teatro che vuole ragionare in un modo “terzo”.
Noi cerchiamo proprio di porci a a metà strada tra questi due massimi sistemi:
riprendiamo dall’avanguardia la voglia di sperimentare ma cerchiamo al contempo di dare spazio a quella che è la principale funzione del teatro, cioè comunicare.
Alla data della nostra fondazione, nella nostra città non esistevano ancora meccanismi immediati per giungere alla “produzione” teatrale.
Genova invece fece un investimento già negli anni ’50 sul teatro di produzione: un vantaggio di 60 anni che ha consentito di ottenere risultati notevoli, e che senz’altro consente anche a noi di portare avanti un proficuo filone di collaborazione con varie realtà interessanti, come ad esempio lo Stabile di Genova.
Abbiamo un’attenzione particolare per il nostro territorio e quindi un rapporto privilegiato con Savona.
La nostra sede di produzione è a Savona per scelta, perchè vogliamo far crescere qua il nostro lavoro, portandolo poi anche all’esterno, “esportando” teatro.
Il teatro è noto come “arte vecchia”, o “arte per vecchi”. Una parte della nostra attività è rivolta contro questo luogo comune: pensiamo che il teatro sia vivo e sappia parlare ed essere attuale non meno del cinema o di altre forme
espressive.
Capita anche a noi di andare ad uno spettacolo ed addormentarci: e il motivo di ciò è che c’è chi propone un teatro molto vecchio, ed il pubblico ha una componente non trascurabile di persone che a teatro ci vanno per “status” o per darsi un timbro intellettuale.
Nella nazione c’è sicuramente una tendenza ad alimentare questo ciclo, che invecchia ed inaridisce il tutto. Sia ben chiaro, non c’è male nell’essere vecchi..questo fenomeno è però un invecchiamento ben diverso da quello “anagrafico”.
A chi vi rivolgete?
Da una parte ad un pubblico nazionale, concependo delle produzioni che abbiamo un significato nazionale. Ci rivolgiamo a quella parte del pubblico che non vuole solo una “medaglia di presenza”, ma cercano qualcosa dal teatro: spunto di riflessione ed anche un’occasione di “divertimento”: c’è anche una risposta “viscerale” che va provocata nelle persone.
Dall’altro lato ci rivolgiamo ad un pubblico locale: cercando però sempre quel pubblico più attento, aperto, solleticato, giovane mentalmente.
Per scelta non obblighiamo le persone a tesserarsi per poter fruire degli spettacoli: ci rivolgiamo a tutta la comunità.
Facciamo anche spettacoli per le scuole perché ci interessa molto il confronto ed il dibattito alla fine di uno spettacolo: la missione è arrivare alle persone ed ascoltarle. Il teatro è uno strumento di formazione, e non ci piace l’idea di una sua fruizione passiva.
Parlateci di alcune delle vostre passate iniziative.
Due produzioni dove siamo riusciti a dire e rappresentare quello che volevamo sono SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE (2008) e ROMEO E GIULIETTA (2007):
il teatro richiede un’interazione ed un’alchimia tra artisti che non è facile da trovare.
Un momento chiave per Salamander è stato senz’altro la collaborazione con il Teatro Stabile di Genova e la Compagnia Gank per La Scelta del Mazziere (2008), spettacolo andato in scena al Teatro Duse di Genova con notevole successo di critica e di pubblico. E’ stato in quel passaggio fondamentale che abbiamo espresso appieno una voce adatta ai grandi palcoscenici nazionali.
Un altro passaggio fondamentale è stato DODICESIMA NOTTE (2009): perché ha rappresentato per noi un momento di autoconsapevolezza del metodo teatrale come ricerca, sia nell’allestimento dello spettacolo che nel portare lo spettacolo in giro.
Qui abbiamo “portato” lo spettacolo fisicamente nelle case della gente: e le risposte che ci hanno dato i savonesi, comprese le chiusure, sono diventate parte dello spettacolo stesso ed un momento di crescita personale.
Abbiamo dovuto trovare il coraggio di metterci in discussione, fuori dalla protezione del tempio, accettando il giudizio del prossimo e prendendo anche delle porte in faccia.
Simona: un ricordo particolarmente bello è anche quello dei lavori fatti nelle scuole, e del dialogo che abbiamo avuto con gli studenti.
Molti tornavano a vedere lo spettacolo alla sera dopo averlo visto al mattino con la scuola.
Che formato giuridico avete? Siete non profit o a scopo di lucro?
Siamo un’associazione culturale. Crediamo nel puro non scopo di lucro: la cultura deve essere portata avanti senza una finalità di denaro e Salamander non ha in programma di arricchirsi.
Come promuovete le vostre attività?
In ambito nazionale sono i teatri ed i festival che ospitano i nostri spettacoli sul territorio ad occuparsi della promozione: noi ci limitiamo ad amplificarla.
Quando invece si tratta di nostre attività indipendenti, utilizziamo il sito web, la comunicazione interna agli associati, la comunicazione cartacea in vari formati, ed occasionalmente i media (radio e tv locali).
Facebook per noi è uno strumento integrativo di comunicazione che sostiene il resto ed apre ai più giovani.
Come sopravvive Salamander?
Traiamo risorse dai nostri prodotti teatrali e dai finanziamenti pubblici.
Ci sono possibilità effettive di fare della vostra attività una occupazione a tempo pieno?
Per noi lo è già. Siamo partiti intenzionalmente così e il teatro è la nostra professione, ben più di un lavoro a tempo pieno.
Che rapporti avete con altri gruppi, associazioni, circoli?
Collaboriamo (o siamo in amicizia) con l’Orchestra Sinfonica di Savona, con Raindogs, Nuovofilmstudio, Isforcoop, Il Leprecauno, Libreria Ubik, Giorgio Scaramuzzino, Simonetta Guarino, Paola Bigatto, Annapaola Bardeloni.
Poi abbiamo avuto collaborazioni con varie scuole come ad esempio il Della Rovere e le Pertini.
Fuori città abbiamo sinergie con l’Università di Pisa e con lo stabile di Genova, con l’Opera Estate Festival di Bassano, con la Compagnia Gank.
Una realtà che troviamo particolarmente interessante è quella di “Babilonia Teatri”: una compagnia di professionisti di Verona nata da pochi anni che sta portando in Italia un teatro di riscoperta della “comunicazione”, un teatro che fa sussultare. “Made in Italy” è una loro produzione particolarmente riuscita.
Quali sono i vostri rapporti con le Amministrazioni locali e che opinione avete della collaborazione con esse?
Possiamo ritenerci fortunati: abbiamo sempre avuto rapporti ottimi un po’ a tutti i livelli: Regione, Provincia, Comune di Savona, comuni della provincia.
E’ chiaro che se ti rapporti con un’amministrazione hai davanti una macchina burocratica con grandi difficoltà a muoversi… ma abbiamo sempre trovato una risposta ed un sostegno per i nostri progetti.
In particolare il Comune di Savona, con l’amministrazione di Federico Berruti, ci sostiene molto, e c’è una buona comunicazione reciproca.
Anche la Fondazione De Mari ci sostiene, dandoci da sempre ascolto e fiducia.
Diteci la vostra opinione su cosa offre la città in termini di spazi per i giovani sia dal punto di vista culturale che dell’intrattenimento.
Simona: spazi “fisici” per il teatro ce ne sono un po’pochi.
Marco: la Savona di oggi a mio modo di vedere è nettamente meglio di quella dei primi anni ’90 (quella dei miei 18 anni): magari avessimo avuto allora gli spazi che ci sono adesso.
Non c’era nulla, ed ora Savona ha tanto di più da offrire nonostante rimanga una cittadina di 60 mila abitanti e nonostante non disponga di un passato culturale importante. E’ migliorato in questi anni il livello sia dell’intrattenimento che quello dell’offerta in termini di cultura, e ci sono le premesse affinché Savona sia ancora meglio tra vent’anni.
Un esempio di spazio ben utilizzato è il Teatro G. Chiabrera: l’edificio esiste dal 1853, ma al di là dell’architettura quello che conta è l’effettivo impiego della struttura, anche in vista di una proposta culturale nuova.
Altri spazi che sono sotto gli occhi di tutti: per la musica il Raindogs, che prima non c’era, per il cinema il Nuovofilmstudio.
In ogni caso io credo che sono le persone che “fanno” gli spazi: quelli fisici contano fino a un certo punto.
L’idea delle Officine Solimano è una novità positiva, da accogliere.
Anche noi come compagnia professionale siamo stati coinvolti nei discorsi… diciamo che come molti cerchiamo di capire che sviluppi ci saranno.
Sicuramente sarà una grande responsabilità far funzionare questo “contenitore”.
Savona, giovani, cultura, intrattenimento. Cosa funziona e cosa bisognerebbe cambiare?
Il bilancio è senz’altro positivo, perché le cose vanno viste sul lungo periodo e senza miopia: sono stati grandi i passi avanti su qualità e quantità dell’offerta culturale e direi che sono sotto gli occhi di tutti… la città è viva.
Con Salamander pensiamo di aver dato il nostro contributo, aggiungendo il patrimonio culturale di una compagna di teatro professionale.
Poi non bisogna sedersi sugli allori ma pensare a come crescere: diciamo che un
modo per migliorare, per quello che concerne la sfera teatrale, sarebbe la creazione di una scuola professionale di teatro, gestita da chi il teatro lo fa. Si tratterebbe senz’altro di un progetto cosi ambizioso da richiedere un grosso intervento pubblico, ma potrebbe rappresentare il grande passo che trasformerebbe la città ed anche la provincia in un polo di eccellenza.
D’altronde il teatro, rispetto al cinema, è un’arte “povera” e le eccellenze trovano spazio, se lo si vuole, anche in contesti diversi da quelli delle grandi metropoli.
Diteci i vostri progetti ed ambizioni per il futuro.
Il progetto principale è il Festival Shakespeariano. Ci piacerebbe far sì che tutta l’Italia guardi a Savona come punto di riferimento per il teatro shakespeariano. La cosa ovviamente richiederà tanto tempo, ma si lavora in quella direzione.
 

Marco Fanni

 

 Continua la prossima settimana con altre interviste

 

 

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