Fra vere e false emergenze: il femminicidio

Puntuale come una febbre ricorrente torna l’emergenza femminicidio. Questa volta per strafare e anche perché più impellente è la necessità di distrarre l’opinione pubblica si è addirittura resuscitata e potenziata la vecchia Commissione parlamentare d’inchiesta,  che diventerà bicamerale.  E ci sarebbe da ridere, come del merito appiccicato all’Istruzione, se non fosse che ci sono di mezzo sangue e tragedie vere. Non voglio tornare sul concetto di femminicidio per non ripetere quello che scrissi su questi Trucioli un paio d’anni fa.

Un omicidio è sempre tale, quale che sia il genere della vittima: semmai si possono distinguere fattispecie criminali già ben definite dagli antichi come la soppressione dei neonati, il parricidio o il matricidio e l’uccisione del coniuge – si dice uxoricidio anche quando la vittima è il marito –  che stanno a indicare un aggravante dell’omicidio. Nella Roma repubblicana l’uccisione dei genitori veniva punita in modo terribile, col colpevole legato chiuso dentro una botte in compagna di un ratto e buttato nel Tevere.  Il successo lessicale di un termine fuorviante perché mette insieme situazioni assai diverse  fra di loro è trascinato dall’ideologia femminista e indirettamente da quella gender. Iniziato durante la Grande Rivoluzione, quando costò la testa a Olympe de Gouges, il movimento femminista, una volta conseguiti i suoi traguardi originari  col riconoscimento alle donne della pienezza di diritti civili e politici, ha finito per diventare un fumoso contenitore di bizzarre richieste connotate dalla ridicola contrapposizione di genere.

Approdato ad una vera lobby tesa a ottenere corsie privilegiate in politica e nelle posizioni apicali pubbliche e private ha abbandonato il suo terreno naturale in difesa della maternità ed è sconfinato su quello scivoloso dei nuovi diritti, dalla maternità surrogata alle tematiche care agli eredi di Pannella, che in nome di una nuova normalità confinano i retrogradi “binari” ai margini della loro variopinta società. L’ubriacatura ideologica come sempre fa smarrire il senso della realtà e si giova della categoria “femminicidio” per impedire un’analisi seria della fenomenologia criminale di cui sono vittime le donne. Una secolare piaga sociale è l’aggressione sessuale; oggetto di una delle più crude pagine delle Novelle della Pescara e di uno dei capolavori del cinema italiano del dopoguerra,  lo stupro è forse il più ripugnante crimine contro la persona. Ma alle femministe torna comodo se non occultarlo quanto meno non evidenziarlo troppo. Il motivo di questa reticenza va cercato nell’area del politically correct in cui si impianta saldamente la femminista, un’area nella quale qualunque accenno all’attitudine criminale degli immigrati è bollato come razzismo.

E, per l’appunto, la quasi totalità delle violenze sessuali è imputabile a stranieri, in particolare africani e magrebini. Ma, si sa, sono uomini soli, lontani dalle loro donne, con scarse opportunità di interazioni con gli indigeni (noi) e alla natura non si comanda. E poi, che diamine,  non le ammazzano mica, di solito. E, tanto per stornare lo sguardo, calcano sugli sporadici, e spesso dubbi, casi di violenza sessuale in ambito coniugale, dimenticando fra l’altro che il coniugio è un vincolo liberamente scelto che qualche limitazione della libertà personale piaccia o no comporta. Sicuramente il regime matrimoniale non autorizza maltrattamenti, violenze, percosse né il venir meno, in qualunque forma, al rispetto della dignità del compagno o della compagna (e anche in questi casi, lo dico senza tema di smentita, i protagonisti sono per lo più stranieri). Ma rubricare come femminicidio gli omicidi – e le violenze – in ambito domestico è riduttivo: in una più ampia prospettiva è la convivenza, con ciò che può comportare di degenerazione della comunicazione, insofferenza e accumulo di rancore, che, soprattutto in assenza di valvole di scarico o col concorrere di fattori di stress, porta ad episodi criminali di cui non sono vittime solo le mogli o le compagne ma genitori, soprattutto se anziani, figli,  fratelli. Se poi si restringe il campo alle dinamiche  genericamente ascrivibili alla sessualità la prima considerazione che si impone  è la  drastica riduzione di comportamenti criminali nella popolazione italiana con un trend che da almeno un secolo non conosce inversioni di tendenza.

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La liberalizzazione del costume, il progressivo attenuarsi della centralità del sesso,  il venir meno del peso della morale   borghese e religiosa che in modi diversi ha gravato sul maschio e sulla femmina,  l’allentarsi della compressione esercitata dal pudore forzato, il tramonto di un malriposto senso dell’onore, l’imporsi di una concezione più leggera e giocosa dell’amore al posto della sua enfatizzazione romantica hanno disinnescato una bomba emotiva che nel passato ha provocato tanti lutti, non solo omicidi ma anche e soprattutto suicidi. Il controllo sociale,  la rigidità dei ruoli, l’imposizione di comportamenti esteriori incompatibili con le pulsioni naturali sono per fortuna solo un ricordo della mia generazione, quando già erano  attenuati rispetto a quella precedente prebellica.   Che però non significa di per sé il conseguimento di un equilibrio e di una maturità affettiva in cui il rapporto di coppia è un’occasione di crescita condivisa. Il superamento di vecchie pastoie ha sempre un costo: il sistema entra in crisi e richiede un riaggiustamento non semplice da conseguire.

Uomini e donne sono più liberi ma non per questo necessariamente più maturi e la stessa trasgressione, quando non è espressione di un’autentica crescita interiore ma è solo moda finisce per disorientare e accentuare le fragilità: non è un caso che i femminicidi  – chiamiamoli pure così – all’interno di relazioni erotiche –  ripeto, molto meno frequenti rispetto al passato – si verificano in situazioni di disagio, disorientamento, assenza di riferimenti stabili, promiscuità e fuga dalla realtà attraverso l’uso di sostanze. Si tratta indubbiamente di sacche marginali ma sono il segnale di una diffuso malessere sociale riconducibile alla crisi degli stili educativi, ad una accentuata discontinuità generazionale, alla perdita di credito della scuola e a un eccessivo indugio in una dimensione di giovanilismo irresponsabile. Il lavoro, la famiglia, l’allevamento dei figli non sono più obbiettivi obbligati, fatta salva la quota di giovani che si realizza nelle professioni più gratificanti o può contare su maggiori risorse personali. Per gli altri c’è solo da sperare  che la società nel suo complesso riacquisti la capacità di dare un senso alla quotidianità. La strada maestra  è il recupero dell’etica del lavoro e con essa la fruizione responsabile del tempo libero, che implica il senso del bello, l’esercizio dell’intelligenza, un approccio responsabile alla tecnologia, la partecipazione attiva alla politeia. Insomma: è necessario sottrarsi  alla morsa di un sistema che si regge sulla subordinazione, il disinteresse, l’apatia e che di riflesso impedisce la maturazione emotiva e la capacità di sopportare le frustrazioni. Chiedersi quale aiuto può venire dalle istituzioni e dai partiti in questa micidiale congiuntura astrale per il nostro Paese è pura retorica: nessuno. In conclusione: commissioni parlamentari che sconfinano nel privato e nella società portano solo  ad  arrotolarsi in sociologismi  di risulta senza la minima ricaduta; avrebbe piuttosto senso occuparsi della correlazione fra comportamenti criminali  e immigrazione illegale.

Postilla

Chi volesse per gusto masochista tuffarsi nella miseria culturale, morale e politica del nostro parlamento potrebbe ascoltare, come ho fatto io per un’ora buona finché sono stato sopraffatto dalla nausea, gli interventi alla Camera durante l’inutile dibattito sull’invio di armi all’Ucraina (inutile perché il governo ha deciso per decreto, tanto per dare uno schiaffo al parlamento). Ce ne fosse stato uno che avesse anche appena accennato alla lampante verità: che la Russia possa subire una sconfitta militare in una guerra convenzionale contro un avversario diverso dagli Stati Uniti è fuori della realtà: ipotizzarlo come in questi mesi hanno fatto scrittori, opinionisti, accademici, esperti di politica internazionale dimostra solo il miserevole livello dei nostri “intellettuali” e di tanti settori dell’accademia, okkupati da una masnada di minus habentes. Fornire armi all’Ucraina serve solo a far morire qualche migliaio di ragazzi in uniforme e a prolungare le sofferenze della popolazione civile. Non credo che politici e “intellettuali” non lo sappiano ma per interessi incoffessabili fingono di non saperlo. Come fingono di non sapere che auspicare una “pace giusta”, quella che consegnerebbe le martoriate popolazioni russe del Donbass e perfino la Crimea ai nazionalisti ucraini, significa semplicemente voler proseguire la guerra all’infinito, fidando sul fatto che a Mosca nessuno ha intenzione di chiudere la partita schiacciando un popolo che per molti aspetti è indistinguibile da quello russo. Ma il conflitto è stato e continua ad essere la manna dal cielo per l’economia americana in affanno, per la Norvegia ha visto valorizzare le sue risorse, per Finlandia e Paesi baltici che ne hanno tratto solo vantaggi mentre per Macron  è stata l’occasione per  liberarsi dall’assedio interno e per la Germania quella per riprendersi dall’uscita di scena della Merkel;  intanto a Bruxelles e a Strasburgo si fregano le mani, Stoltenberg si è convinto di essere qualcuno, la von der Leyen ha avuto la possibilità di dare libero sfogo alle sue allucinazioni e gli inglesi – o meglio i loro sciagurati governanti – si illudono di essere di nuovo una grande potenza. L’Italia  ci ha rimediato un disastro economico e sociale ed è ormai lo sparring partner di francesi e tedeschi ma in compenso gli ex missini sono entrati nel salotto buono sotto l’ala protettrice dell’amministrazione americana che ha conferito a Giorgia Meloni la patente di statista (!!!). Che questi nostri miserabili guerrafondai possano in qualche modo porre rimedio a conflitti interni alla società civile che generano violenza  e condotte criminali è davvero una pia illusione.

Pierfranco Lisorini

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One thought on “Fra vere e false emergenze: il femminicidio”

  1. Prof. Lisorini, lei che non perde occasione per stigmatizzare le violenze sessuali degli immigrati, soprattutto marocchini e nigeriani, che cosa ne dice della seguente notizia: “Stupro di gruppo, condannato a sei anni il calciatore del Genoa Manolo Portanova. La decisione del tribunale di Siena per l’aggressione sessuale avvenuta a fine maggio del 2021. Gli imputati rimangono in libertà” ? Attendo fiducioso la sua risposta. Un saluto da Fulvio Sguerso

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