Democrazia versus Autocrazia e altre amenità

“Seuls les trolls pro US veulent nous faire croire que les Russes se bombardent eux-mêmes”. Sono le parole di un lettore del Figaro, che non è propriamente il quotidiano della Le Pen. Le ho scelte fra una novantina di commenti, quasi tutti schierati per un disimpegno della Francia da un conflitto avvertito come estraneo e del quale attribuiscono la piena responsabilità agli Usa e al loro fantoccio. E sono, senza ombra di dubbio, lo specchio di un’opinione pubblica che ha punito Macron nonostante la sua posizione infinitamente più cauta e oculata rispetto a quella di un Johnson o di un Draghi.

E se al primo quantomeno va riconosciuto di essere portavoce di una quota significativa di interessi britannici, l’altro si è buttato lancia in resta contro l’orso russo mettendo a repentaglio l’economia e la società italiane. Tutto in nome del diritto dell’Ucraina a bombardare i ribelli del Donbass, assegnatogli a tavolino dal regime sovietico senza alcuna giustificazione storica o linguistica, dove per ribelli si intendono i russi che vogliono continuare ad essere quello che sono. Considerato che il Regno Unito non è parte dell’UE, mi chiedo quale Europa rappresenti Ursula von der Leyen, che tratta la Russia come fosse la repubblica delle banane e Putin come uno psicopatico fuori di testa del quale il mondo libero si deve sbarazzare al più presto. Di certo non quella della Francia delle reiterate seppur timide aperture diplomatiche né quella della Germania, ambigua e titubante, né della Spagna dal bassissimo profilo. Si direbbe che l’Europa che conta siano il Portogallo, tradizionale reggicoda degli inglesi, quella Polonia che dall’Unione prende senza niente dare e, manco a dirlo, l’Italia guidata dal bancario – non banchiere – dalle formidabili entrature. La verità è che il centro decisionale dell’Ue non è né a Bruxelles né a Strasburgo, tantomeno nelle capitali europee, ma a Washington e la presidente della Commissione, come tutta l’euroburocrazia, risponde direttamente al Pentagono e alla Nato.
Con l’Italia unico grande Paese europeo che si identifica pienamente con l’oltranzismo della Commissione fino al punto da considerarsi in guerra e da considerare inevitabile un’economia di guerra. Certo è lecito interrogarsi sul perché mentre nel resto d’Europa, al di là delle posizioni ufficiali, non solo ci sia spazio per voci apertamente “putiniane” (lo dico per far piacere ai manichei di casa nostra) che vengono dalla società civile ma anche per dubbi, reticenze, perplessità all’interno degli stessi partiti di governo in Italia perfino il leader del partito unanimemente riconosciuto meno entusiasta nei confronti delle sanzioni alla Russia (alle quali per altro non si è opposto) ogni volta che apre bocca è costretto a recitare una litania di esecrazioni per l‘ingiustificata invasione, l’attacco proditorio, le stragi compiute dal malefico Putin, quando sarebbe il caso che invece di snocciolare rosari e esibire crocefissi al collo prendesse in prestito dal papa un po’ di coraggio evangelico e desse pane al pane e vino al vino: l’Europa, così reattiva dopo l’operazione militare speciale in soccorso del Donbass è rimasta per anni muta e sorda dinanzi alle denunce moscovite dei raid dei nazisti ucraini contro le popolazioni russofone.

Salvini e Meloni

E, riguardo al presunto imperialismo e all’aggressività russe, tocca a me, anticomunista da quando ho l’età della ragione, ricordare che nemmeno la Russia bolscevica era un Paese aggressivo e imperialista – anche perché l’imperialismo e l’aggressività hanno sempre una matrice economica o religiosa – tant’è che Stalin si guardò bene dall’approfittare della guerra civile in Grecia o delle smanie rivoluzionarie dei comunisti italiani per espandere la sua area di influenza. C’è una costante nella politica estera russa, dagli zar a Putin passando per il bolscevismo: il contenimento della pressione esterna e una forza militare calibrata sulla difesa e non sull’offesa. L’ attacco all’Ucraina è la conseguenza di continue provocazioni e del disegno americano di stringere al collo della Russia il cappio della Nato: gli improvvisati esperti di cose militari dei nostri media confondendo la Russia con la Germania hitleriana straparlano del fallimento di una Blitzkrieg che non è mai stata nelle intenzioni Mosca e non ha riscontro nella tradizione militare russa (per capirne la natura può essere istruttiva la lettura di Guerra e Pace). Insomma: chi straparla di una Russia guerrafondaia e militarista altro non fa che dimostrare la propria ignoranza e proietta sulla terza Roma le pulsioni aggressive e la retorica bellicista occidentali condite in tutte le salse, dallo sciovinismo francese al delirio nibelungico al patriottismo pacchiano a stelle e strisce con tanto di musichina finale, fino all’ “hasta la victoria siempre” dei rivoluzionari in servizio permanente e passando ovviamente dal nostro “vincere vincere vincere e vinceremo in terra in cielo e mar,” che tanta fortuna non ha portato.

La cultura russa, l’anima russa è diversa come diverso è il senso di appartenenza del popolo russo, alieno dalla sovrapposizione fra patria e spirito battagliero, come accade per altre grandi civiltà, come quella cinese, profondamente radicate alla terra e alla tradizione contadina. Ma, si dice, per quante ragioni possa avere avuto rimane la colpa imperdonabile di aver violato i confini di uno Stato sovrano. Bene, gli Stati Uniti, dalla Corea al Vietnam, dall’Afghanistan all’Iraq, per non dire dell’America latina, i confini degli Stati sovrani li hanno sempre violati, col plauso compiacente delle democrazie liberali, Italia in testa. Sì, ma quelle non erano democrazie e poi, si sa, per gli yankee coreani e vietnamiti erano scimmie gialle…
Poi c’è la questione del dualismo democrazia – autocrazia, che riecheggia antiche dicotomie: luce – ombra, diritto – rovescio. pari – dispari, maschio – femmina, destra sinistra, che però servivano a spiegare il dinamismo interno alle cose mentre quello è una replica di dicotomie manichee: il Bene da una parte il Male dall’altra, un dualismo che semplifica la realtà, viene incontro alle esigenze delle menti più deboli, che vanno in confusione di fronte al chiaroscuro, all’ambivalenza, al bene che degrada nel male, alle contraddizioni e alla complessità del mondo reale. A un occhio disincantato la differenza più rilevante fra Biden e Putin sta nell’abissale distanza fra il QI del primo rispetto al secondo, fra le asserzioni non ragionate del primo e le argomentazioni del secondo, fra la confusione mentale del primo e la lucidità del secondo. Entrambi sono uomini di potere, entrambi sono ambiziosi e sicuramente sono anche strumenti di interessi e di poteri difficilmente identificabili e do per scontato che siano entrambi ferventi patrioti ma non vedo quale legittimazione democratica abbia in più Biden rispetto a Putin.

Biden e Putin

I due Paesi hanno un assetto istituzionale simile, un parlamento eletto a suffragio universale, con un sistema sostanzialmente bipartitico in America (come nel Regno Unito) e multipartitico in Russia (come in Francia o in Italia), un presidente che assomma le funzioni capo dello Stato e del governo negli Usa – presidenzialismo – e un presidente capo dello Stato che nomina il primo ministro in Russia (come accade in Francia), eletti nel primo e nel secondo caso direttamente dal popolo con un mandato rispettivamente di 4 e di 6 anni. E nessuno può seriamente mettere in dubbio che le elezioni siano regolari, fatto salvo il rischio marginale di brogli sui quali scagli la prima pietra chi ne è del tutto al riparo (e non la potrebbe certo scagliare l’Italia). Elezioni farsa erano quelle che si tenevano nella Russia sovietica con un solo partito da votare, mentre nell’Italia fascista o nella Germania nazista non se ne tenevano affatto: in tutti e tre i casi lo stato aveva perso la sua neutralità: comunista il primo, fascista il secondo, nazionalsocialista il terzo. In Russia, nella Russia risorta dalle ceneri dell’Urss, non c’è un partito che si identifica con lo Stato, non c’è una dottrina di Stato, c’è piena libertà di associazione e di pensiero, tant’è che il crollo del bolscevismo e il prevalere di posizioni nettamente ostili al marxismo-leninismo non impediscono la presenza di un partito comunista e di una galassia di formazioni politiche minori definibili di sinistra, parlamentari ed extraparlamentari, che convivono con partiti ultraconservatori e di ispirazione cristiana. La stessa cosa accade in Germania e dovrebbe servire di monito per l’Italia che ha ufficialmente scotomizzato venti anni della sua storia e continua ad evocare il fantasma del fascismo per la incapacità di definire positivamente e non per contrasto la sua concezione di democrazia.

Con tutto ciò media, politici e “culturame”occidentali danno dell’autocrate, del despota, del tiranno a Putin contraddicendosi allegramente quando fanno traballare la sua poltrona per il crescere del dissenso interno. Intendiamoci: è vero che Putin fa di tutto per non uscire di scena e usa tutti gli espedienti costituzionali per rimanere al potere, ma lo può fare perché gode di un indiscusso consenso elettorale. E gli altri leader europei non fanno la stessa cosa? La Merkel in Germania ha governato finché ha goduto di un grande popolarità e a nessuno passava per la testa che passati cinque o sei anni dovesse uscire di scena.

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A sentirli e a lasciarli fare i sostenitori di Draghi lo inchioderebbero a palazzo Chigi, quel Draghi, si badi bene, che nessuno ha mai votato. In America – la storia si fa anche con i se – senza la fucilata di Oswald avrei voluto vedere se avrebbero rinunciato a Kennedy, troppo giovane per arrivare dopo due mandati all’età della pensione. La costituzione russa consente di alternarsi alla carica di presidente e di primo ministro: Putin l’ha fatto col pieno consenso del parlamento e degli elettori. Farlo apparire per questo come il nuovo Zar o, peggio ancora, il nuovo Stalin è possibile solo grazie a un’informazione stupida e corrotta. Com’è quella che assimila il regime russo a quello della Corea del nord o a quello cinese, già diversi l’uno dall’altro, o all’integralismo islamico. In Russia c’è, come in Italia, un sistema economico misto, privato e statale, che fra l’altro ha permesso la formazione in pochi anni di nuove classi sociali e di un gruppo ristretto di miliardari, in occidente battezzati “oligarchi”, che rispecchiano fedelmente le grandi ricchezze che si autoalimentano nel mondo cosiddetto libero. Che se poi, com’è verosimile, fra il capitalismo russo e la politica si stabiliscono relazioni complesse è del tutto fisiologico e l’unica cosa seria che si può dire è che più forte è la politica minore è il rischio che venga asservita al capitale. Ridurre queste dinamiche all’ultrasemplificazione di putiniani e dissenzienti porta fuori strada come il far credere nell’esistenza di un regime “putiniano”: se non ci fosse Putin ci sarebbe un altro, probabilmente meno lucido, con lo stesso background politico e culturale, fornito degli stessi strumenti concettuali e con la stessa visione del ruolo della Russia nello scacchiere mondiale. Il goffo tentativo di ideologizzare il conflitto serve solo a confondere la pubblica opinione e a nascondere le vere ragioni dell’ostilità americana verso la Russia.
Una democrazia autentica non si fonda su valori astratti ma su interessi concreti. I valori lasciamoli ai regimi teocratici e alle utopie socialiste, alle prospettive escatologiche e alle liberté egalité fraternité celebrate all’ombra della ghigliottina. Quando sento Letta parlare di diritti tocco ferro. Uno Stato che pretende di educare è uno stato liberticida: compito dei governi è quello di amministrare la cosa pubblica e di tutelare la sfera privata. Il punto di equilibrio fra pubblico e privato varia a seconda dei regimi politici ma si dispone lungo un continuum che va da un minimo a un massimo di invadenza dello Stato nella società civile, da uno Stato ultra liberale che mette al centro l’individuo allo Stato totalitario che lo annulla. A mano a mano che ci si sposta verso lo Stato etico, lo Stato portatore di valori – e l’enfasi sulla democrazia o l’educazione civica fa presagire poco di buono – la libertà di espressione e di associazione, l’accesso ai mezzi di comunicazione, il dissenso, la trasgressione, il rifiuto di allinearsi vengono soffocati e puniti. L’avvento del cristianesimo, con la pretesa di far coincidere la società con l’ecclesia e il potere spirituale con quello temporale, segnò la fine della libertà individuale, la costruzione del recinto del bene fuori del quale ci sono i reprobi, i malvagi, gli strumenti del diavolo.

Il Bene di qua, il Male di là, da combattere e da annientare. Si dirà: storia vecchia che ci siamo lasciati alle spalle e ora semmai rivive nel radicalismo islamista. Purtroppo non è così e basta per dimostrarlo l’uso che si è fatto e si fa tuttora della categoria “fascismo”, che implica esclusione dal recinto dei buoni ed evoca il lezzo del diavolo. E quando si inizia a categorizzare, a marchiare, a scomunicare non ci si ferma più: al fascista si aggiungono il no-vax, il razzista, l’omofobo e fresco fresco il putiniano. Sempre in nome del pensiero giusto, informato, poggiante su verità che non si discutono. La campagna vaccinale copre le magagne di una sanità allo sfascio, la disorganizzazione, i colpevoli ritardi, i provvedimenti sbagliati e dannosi come il lockdown, la mancanza di piani terapeutici; ma non si può dire, se lo dici sei un no-vax, un imbecille, terrapiattista, analfabeta, nemico della scienza. Se i milioni di stranieri arrivati illegalmente in Italia sono una zavorra che ha affossato lo stato sociale e la tenuta economica dell’Italia, se intasano le carceri, se delinquono in proporzione cinque volte più degli italiani, se a causa loro viaggiare in treno è diventato un rischio e gli stupri aumentano in modo esponenziale non si può dire, se lo dici sei un razzista. E non ti scomporre se una coppia di maschi o di femmine rivendicano il diritto alla riproduzione e i vantaggi del matrimonio (senza gli inconvenienti, quali l’Isee o i drammi economici delle separazioni) e non mostrare segni di insofferenza davanti alle carnevalate gay e all’oscena esibizione delle proprie attitudini sessuali: se lo fai sei un omofobo e ti può piombare sul capo la scure della giustizia. Questa non è tutela delle minoranze, è imposizione di valori, di atteggiamenti, di modi di guardare alla realtà. Lo faceva la Chiesa ma quantomeno il fine era quello di garantirti la salvezza e un posto in paradiso, le “democrazie liberali” lo fanno per business e per assicurarsi l’appoggio delle lobby.

Pierfranco Lisorini

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