BANDIERA GRIGIA

Premessa: alcuni spunti di questo articolo sono stati presi da questo filmato [VEDI].
Dopo il grande riassestamento globale post-1989, con la fine del bipolarismo USA-URSS e il trionfo incondizionato degli USA e dei suoi satelliti economici, raggruppati nel G7, siamo alla vigilia di una riformazione bipolare, con la continua e sempre più robusta crescita del gruppo alternativo al G7: il gruppo dei BRICS, acronimo per Brasile-Russia-India-Cina-Sud Africa.

Anche questa settimana, parto da un altro grande “formicaio umano”, a Mumbay, India (ex Bombay). Vi si producono, senza protezioni umane e ambientali, merci per un valore di ca. $ 1 miliardo l’anno.

Sembra profilarsi, accanto all’invecchiamento fisiologico delle popolazioni del G7, l’afflusso di nuove energie vitali, dovute alla bassa età media, sia dei Paesi BRICS che di altri Paesi del cosiddetto Sud del mondo, attirati nella loro orbita dalla maggior affinità di vedute economiche, politiche, sociali.
La leva per tentare di scardinare la compattezza del mondo occidentale + Giappone (il G7, appunto) aveva puntato ad indebolire la sua moneta simbolo: il dollaro, la cui caduta avrebbe trascinato con sé le divise degli altri Stati vassalli: euro, sterlina, yen. E poiché la potenza a livello mondiale di una nazione è proporzionale all’accettazione della sua valuta come riserva da parte delle varie banche centrali, il venir meno di questa funzione del dollaro, che consentiva (e consente) agli USA di stampare moneta ad libitum ed imporla al resto del mondo, li avrebbe fortemente dimensionati, oltre che economicamente, anche politicamente e militarmente.
I due tentativi in tal senso furono messi in atto: dapprima da Saddam Hussein, contravvenendo all’accordo tra gli USA e i maggiori produttori di petrolio di esigerne il pagamento in dollari; e successivamente da Gheddafi, con la creazione di una moneta pan-africana, alternativa a dollaro e al franco francese (quest’ultimo imposto da Parigi alle sue ex colonie). Come sappiamo, i due tentativi furono repressi con un dispiegamento di mezzi bellici proporzionali all’importanza della posta in gioco.

Questo giovanotto svolge reportage dai posti più inquinati o pericolosi al mondo. Qui mostra come l’inferno interno della baraccopoli trovi riscontro anche all’esterno: una discarica a cielo aperto che contorna il formicaio a perdita d’occhio. Eppure l’India, in tumultuosa crescita demografica, cresce altrettanto economicamente su basi come questa

Oggi, non si tratta più del tentativo isolato di una nazione, come Iraq e Libia, di peso politico e militare insignificante rispetto alla potenza di fuoco dei G7, bensì di un gruppo di nazioni dal peso demografico, militare, economico e politico perlomeno confrontabile con quello dei G7; e perciò tanto più pericoloso per gli equilibri esistenti, sproporzionatamente a favore dell’Occidente.
La mossa più simbolica, ma anche di sostanza, dei BRICS, è stata quella di istituire, nel 2014, la New Development Bank, intesa come alternativa alle organizzazioni occidentali, come FMI e World Bank. Negli anni successivi sono state poste le basi per arrivare ad una moneta unica, valida per tutti i Paesi BRICS, oltre a quelli che vi hanno già aderito o vi aderiranno. Il candidato di maggior peso, che si profila come altamente probabile, è l’Arabia Saudita, ossia il maggior produttore di petrolio al mondo, nonché quello che firmò il patto di accettazione del solo dollaro per i suoi pagamenti.
Altre nazioni, come Egitto, Algeria, Argentina, Uruguay, Indonesia, Bangladesh, Vietnam ed altre del Sud del mondo, stanno considerando la possibilità di far parte di questo nuovo blocco, che quindi non può che destare estrema preoccupazione nei G7. Anche perché le economie dei BRICS + candidati corrono in senso inverso a quelle dei G7, che sembrano invece destinate ad un lento, forse inesorabile declino, come la storia insegna essere successo a tutti gli imperi dopo il superamento di un picco e il prevalere delle pretese, dei diritti collettivi, rispetto alle possibilità dello Stato di farvi fronte.

Il mondo visto sotto la luce monetaria in questa ideale composizione. Il detto latino pecunia non olet è drammaticamente smentito dal diverso modo di produrre ricchezza nel Paesi del G7 e in quelli dei BRICS.

Come accennavo in chiusura del mio ultimo articolo, infatti, siamo alla vigilia di uno scontro di civiltà, che, detto molto sbrigativamente, rispecchia quello che caratterizzò la caduta dell’impero romano di fronte ai “barbari”.

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Con una importante differenza, ossia quella tra democrazia e totalitarismo. Che duemila anni fa, ovviamente, non esisteva; e che oggi contraddistingue i due blocchi.
C’è però una connotazione che accomuna impero romano e democrazia: la decadenza dei costumi e le mollezze dei ceti superiori. Naturalmente, non mi sento di affermare che nei ristretti cerchi delle élite dei Paesi emergenti non vi siano eccessi; ma, a livello di popoli, vige un livello di vita più improntato al mero soddisfacimento dei bisogni vitali.
Mi rendo conto che si tratta di una classificazione sommaria, ma sufficiente ad erigere un discrimine tra stili di vita connotanti civiltà molto diverse per usi, costumi, credenze, valori.
Esaminiamo ora le differenze tra questi due blocchi sotto il profilo ambientale.
Se guardiamo ai sistemi produttivi di Paesi come la Cina, l’India, l’Africa e l’America Latina, notiamo un approccio del tutto diverso rispetto agli USA e, ancor più, all’Europa.
I Paesi “poveri”, attuali od emergenti, non hanno sviluppato alcuna attenzione per l’ambiente, proprio in quanto gli stili di vita essenziali erano ipso facto amici della natura, ne facevano parte, seguendone i cicli. Il concetto di rispetto ambientale è sorto in parallelo ai nuovi sistemi produttivi e, in cascata, agli stili di vita, infarciti di prodotti innaturali e non spontaneamente rientranti nei cicli naturali. Se ciò ha faticato ad affermarsi nelle nazioni “sviluppate”, se non dopo la constatazione dei guasti causati dai mancati accorgimenti, le nazioni “sottosviluppate” sono precipitate in una manciata di anni nel mondo industriale, e hanno continuato a comportarsi come se fossero ancora nel regime precedente, tribale o “spartano”. Basta guardare come si vive nei formicai umani, di cui ho prodotto un esempio anche nel numero precedente, tenendo presente che nei BRICS e in tanti altri Paesi che aspirano ad entrarvi, di formicai, seppur di minori dimensioni, ce n’è una costellazione. E tali luoghi rilasciano quantità di inquinanti, perlopiù come plastiche di scarto, che sono i maggiori responsabili dell’inquinamento degli oceani, nonché, ovviamente, dei territori stessi.

I dollari sono più “puliti” delle rupie, dei renminbi, dei rubli, ecc.? Lo saranno finché rispecchieranno la superiorità economica e militare degli USA. Ma ancora per quanto? Il G7 è prossimo ad alzare bandiera bianca? O almeno grigia?

In parole povere, si tratta di due tipi di inquinamento di matrici diverse: da benessere diffuso nei Paesi affluenti, e da malessere produttivo nei Paesi emergenti, con la tendenza di questi ultimi a sommare entrambi, in proporzione alla crescita, a meno di seguire strade diverse, per ora neppure abbozzate.
In tale luce, sarebbe interessante un raffronto del PIL dei due blocchi, non solo numerico, ma in base alla loro composizione: quanto incidono sul PIL dei G7 gli impianti e in genere gli accorgimenti usati per abbattere l’inquinamento, gravanti sui costi dei prodotti finali; e, in parallelo, l’incidenza degli eventuali sistemi di disinquinamento nei Paesi BRICS, attuali e a venire. Ciò in quanto i costi di produzione a breve termine sono molto inferiori laddove non esistano o siano molto “indulgenti” i controlli ambientali; ma alla lunga diventano assai più costosi quando non ci siano nuove aree da inquinare o diventino intollerabili quelle esistenti. Se il PIL dei BRICS e simili crescesse, come oggi, a maggior velocità dei G7, ciò equivarrebbe ad una crescita esponenziale dell’inquinamento in quelle aree, in quanto sarebbe esente dai costi degli impianti di disinquinamento, da noi esistenti.

I Paesi occidentali hanno pagato con le proprie valute “forti” la relativa pulizia ambientale a casa loro, trasferendo il lavoro sporco fuori confine. Col declino monetario il prezzo da pagare sarà sempre più alto; e la recente inflazione non è che una spia luminosa del nostro futuro. Mentre la democrazia sarò sempre più un sepolcro imbiancato

Attualmente, la differenza produttiva, sotto il profilo ambientale, tra i due blocchi, ha portato a trasferire nel blocco più permissivo gran parte delle produzioni non di importanza strategica, preso atto della concorrenza sleale tra chi disinquina e chi inquina senza porsi problemi. Ciò era reso possibile dalla supremazia delle nostre valute rispetto a quelle afro-asiatiche, africane e latino americane, che ha permesso alle nazioni “forti” di trasferire altrove l’inquinamento, emanando leggi molto rigorose in casa propria. Resta da vedere se, con la nascita di un blocco monetario contrapposto e di pari peso, continuerà ad essere conveniente proseguire nella deindustrializzazione praticata negli ultimi decenni in USA e UE, o se non converrà –o meglio saremo costretti- a riprendere a produrre in casa ciò che ci serve, allentando però i vincoli ambientali.
Sarò un gioco estremamente complesso, dove sorgeranno profonde divergenze interne tra quanti preferiranno vivere in un ambiente più sano, rinunciando a molto superfluo, e quanti insisteranno invece nel voler proseguire lungo la strada delle mollezze attuali, anteposte ad un ambiente più sano. Il prevalere dell’una o dell’altra opzione può essere determinata da una caduta della democrazia nell’aperta dittatura della fazione vincente. Nel qual caso, la democrazia sarà considerata un lusso del passato, un intermezzo della breve durata di un paio di secoli, peraltro non esenti da ricadute in regimi dittatoriali e sfruttamenti delle classi lavoratrici a livello schiavistico proprio nelle nazioni indicate come modelli democratici.

Post Scriptum 

Leggo che al Consiglio Europeo per le Migrazioni, Polonia e Ungheria si sono appellate al “diritto sovrano… di decidere chi accettare sul proprio territorio”. Peccato che chiunque, o peggio i negrieri libici, possano decidere di entrare in Italia senza bussare. La Meloni giustifica la posizione di Polonia e Ungheria in base al diritto di ciascuna nazione di difendere i propri interessi. Allora, smetta di piatire consensi da chi non intende concederne e affronti il problema migratorio con le nostre proprie forze, anche militari. Non ha forse dichiarato lo stato di emergenza a causa degli abnormi flussi di clandestini sul nostro territorio? Allora agisca di conseguenza e dimostri che il nostro governo gli interessi dell’Italia li sa difendere anche senza aiuti esterni. Si renda finalmente conto che i ricollocamenti sono una pia illusione.

Marco Giacinto Pellifroni  2 luglio 2023

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