Autostrade: lo Stato è il peggior azionista

Ora che Aspi è pubblica, rincari come prima, più di prima.
L’editoriale dell’Istituto Bruno Leoni

Sede di Aspi a Roma

Sede di Autostrade per l’Italia SpA a Roma | Carlo Dani, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Quest’anno l’aumento dei pedaggi autostradali è arrivato più in sordina che in passato. A partire dal 1 gennaio è già scattato un incremento del 2 per cento, a cui seguirà un ulteriore scatto dell’1,34 per cento dal 1 luglio. La revisione riguarda in particolare le tratte di competenza di Autostrade per l’Italia, corrispondenti a circa la metà dell’intera rete autostradale italiana. Perché non si assiste alle consuete proteste, ora che Aspi è passata in mani pubbliche?

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Gli aumenti derivano dall’applicazione delle regole esistenti, e più volte contestate, le quali – secondo i critici – garantiscono al concessionario una remunerazione eccessiva. Oltre alla troppa generosità con le revisioni dei pedaggi, il peccato originale starebbe nelle modalità di privatizzazione che furono congegnate in modo tale da massimizzare il gettito per lo Stato. Per molti anni si è imputato agli azionisti privati di aver catturato il regolatore ottenendo condizioni di ingiustificato vantaggio. A dire il vero, il settore è stato interessato da svariati interventi di riassetto nel corso del tempo, che hanno gradualmente portato verso un modello tariffario (a tendere) coerente con le sue caratteristiche.
Tuttavia, nella sua tormentata evoluzione c’è stata nell’ultimo anno una netta cesura. A partire dal crollo del Ponte Morandi i governi che si sono succeduti hanno fatto un enorme pressing affinché Aspi tornasse in mani pubbliche. E così è stato. Si disse, all’epoca: in questo modo si potrà finalmente mettere mano alla governance del settore. Purtroppo, siamo stati facili profeti quando abbiamo avvertito che il subentro della cordata guidata da Cassa depositi non solo non avrebbe facilitato una riforma, ma l’avrebbe anzi definitivamente archiviata.
L’unico frutto positivo del caos che si è scatenato dopo la tragedia di Genova sarebbe stato il tentativo di dare un assetto stabile al settore, preservando il principale beneficio della privatizzazione, cioè la dialettica tra regolatore e regolato. In tutti questi anni quello che è mancato è stato un regolatore sufficientemente forte. Ora che Aspi è pubblica, tale contrasto di interessi si è completamente atrofizzato; e la stessa sorte riguarda le altre concessionarie, molte delle quali già controllate da enti pubblici, mentre altre nazionalizzate silenziosamente (è questo il destino toccato in sorte al gruppo Toto, con la revoca della concessione dell’Autostrada dei parchi).

Se qualcuno si aspettava che ne sarebbero sortite condizioni favorevoli a una riforma, ha ottenuto la risposta. Rincari come prima, più di prima.

Istituto Bruno Leoni  da PENSALIBERO

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