Il destino metaindustriale infranto: storia epica e tragedia dell’Ilva, la fabbrica che doveva redimere l’Italia

 Il destino metaindustriale infranto: storia epica
e tragedia dell’Ilva, la fabbrica che doveva redimere l’Italia
 Dalla fusione del 1905 al commissariamento, dalle privatizzazioni selvagge alla condanna per disastro ambientale: come l’acciaio italiano è diventato il simbolo di un modello di sviluppo tradito

L’acciaio è materia che nasce dal fuoco e dalla terra, e come tale porta con sé una promessa di potenza e di trasformazione. Quando il 1º febbraio 1905, a Genova, viene costituita l’Ilva — Alti Forni e Acciaierie d’Italia — dalla fusione delle attività siderurgiche di Elba, Alti Forni di Piombino, Ferriere Italiane, Siderurgica di Savona e Ligure Metallurgica, nessuno degli uomini riuniti attorno a quel tavolo poteva immaginare che quella società sarebbe diventata il teatro di una delle più drammatiche vicende industriali d’Europa. L’Italia era un paese che usciva a fatica dall’arretratezza, e l’acciaio era la lingua con cui si scriveva il futuro. La scelta di affidare a Ilva la gestione degli stabilimenti di Savona, Piombino e Portoferraio non era soltanto un’operazione finanziaria: era un atto di fede nella capacità dell’industria di redimere un paese intero.

Il ciclo siderurgico integrale — quel processo che parte dal minerale di ferro e dal carbone coke, passa attraverso l’altoforno, l’acciaieria e i laminatoi, e restituisce acciaio pronto per le infrastrutture, le navi, le automobili, le città — diventa la grammatica industriale dell’Italia che si rialza dalla guerra. Nel 1937 l’IRI costituisce la Finsider, la finanziaria siderurgica che coordina investimenti e strategie di Ilva, Dalmine, Terni e Italsider. È un disegno ambizioso: lo Stato non si limita a regolare il mercato, ma diventa imprenditore, costruttore di capacità produttiva, architetto di un’industria che deve competere con le acciaierie della Ruhr e del Nord della Francia. Nel 1961 la fusione tra Ilva e Cornigliano dà vita all’Italsider, la maggiore azienda siderurgica italiana e una delle prime in Europa. È il momento del massimo splendore: gli stabilimenti di Genova Cornigliano, Bagnoli, Piombino, Novi Ligure e Taranto formano un sistema produttivo che alimenta il miracolo economico. L’acciaio italiano sostiene l’edilizia, l’ automotive, la meccanica, la cantieristica. Tra il 1950 e il 1970 la siderurgia pubblica è il motore di un paese che diventa uno dei primi produttori europei di acciaio.

Ma il ciclo integrale non è soltanto una tecnologia: è un modello di società. Attorno agli altiforni nascono città, quartieri operai, scuole, ospedali, leghe sindacali. L’acciaio non è una merce come le altre: è la materia di cui sono fatti i sogni di riscatto di un’intera nazione. È in questo contesto che il concetto di “metaindustriale” assume il suo significato più profondo. Non si tratta soltanto di produzione, ma di una teleologia industriale che eccede la ragione economica originaria: l’impresa siderurgica diventa strumento di politica sociale, di riequilibrio territoriale, di costruzione di cittadinanza. L’acciaio di Taranto non serve solo a produrre laminati piani: serve a dare lavoro al Mezzogiorno, a creare una classe operaia moderna nel Sud, a dimostrare che l’Italia può essere una nazione industriale compiuta.

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Ariel Salleh ha parlato di lavoratori metaindustriali come di coloro il cui lavoro, non remunerato o sottopagato, sostiene le condizioni ecologiche e culturali della produzione industriale. La sua analisi, nota come “materialismo personificato”, mostra come il lavoro di riproduzione sociale e i saperi marginalizzati siano la condizione nascosta dell’accumulazione capitalistica. Ma nella vicenda dell’Ilva il concetto si rovescia: è l’impresa stessa a diventare metaindustriale, nel senso che i suoi scopi trascendono la produzione di acciaio per farsi carico di una missione sociale, territoriale, persino simbolica. L’acciaio di Taranto non è solo acciaio: è la promessa di una nazione che vuole riscattare il Mezzogiorno, è la scommessa di uno Stato che si fa imprenditore per colmare un divario storico. Questa teleologia industriale, però, porta con sé una contraddizione fatale: quando l’impresa eccede la sua ragione economica, quando gli scopi diventano più grandi della sua capacità di sostenibilità, il destino metaindustriale si trasforma in una trappola.

La crisi degli anni Settanta segna il punto di rottura. La domanda rallenta, la sovracapacità europea diventa insostenibile, gli shock energetici colpiscono gli impianti giganteschi e rigidi del ciclo integrale. La siderurgia pubblica, che era stata il motore dello sviluppo, diventa un peso. L’interferenza politica nella gestione, i costi crescenti, la difficoltà di adattarsi a un mercato sempre più volatile erodono la competitività dell’Italsider. Il 1979 è un anno simbolo: a Genova, il sindacalista Guido Rossa viene ucciso dalle Brigate Rosse, e con lui muore anche l’idea che la fabbrica possa essere un luogo di emancipazione collettiva. La siderurgia privata, nel frattempo, segue un’altra strada: acciai speciali, forni elettrici, flessibilità, nicchie di mercato. Il modello del ciclo integrale, che aveva fatto la grandezza dell’Italia, comincia a mostrare la sua vulnerabilità.

La privatizzazione arriva come una sentenza. Nel 1988 Italsider e Finsider vengono messi in liquidazione, e la “nuova” Ilva nasce dalle ceneri del gigante pubblico. Lo smembramento è brutale: Cornigliano viene ceduto, Bagnoli chiuso, Piombino venduto al gruppo Lucchini, e il grande polo di Taranto — insieme agli altri siti — passa nel 1995 alla famiglia Riva. La vicenda di Savona è emblematica di questo processo: lo stabilimento fondato nel 1861 da Tardy e Benech, che era stato uno dei pilastri della siderurgia italiana, viene conferito nel 1990 alla OMSAV — Officine Meccaniche Savonesi — e chiude definitivamente nel 1994. La Camera dei Deputati, in un ordine del giorno del giugno 1994, parla di “processo di evidente deindustrializzazione” e di “disoccupazione giovanile tra le più elevate del Nord Italia”. Savona non è un caso isolato: è il paradigma di una nazione che smantella la sua industria pubblica senza costruire un’alternativa.

L’acquisto da parte dei Riva nel 1995 avviene in un contesto di crisi profonda: lo stabilimento di Taranto perdeva 4 miliardi di lire all’anno. La nuova proprietà investe 4,5 miliardi di euro tra il 1995 e il 2012, di cui 1,2 per misure ambientali. Ma il modello Riva è quello di un capitalismo familiare che non ha né la cultura né la volontà di gestire un’impresa metaindustriale. L’Ilva di Taranto continua a produrre acciaio, ma il costo ambientale diventa insostenibile. Le emissioni di diossina, le polveri sottili, i tumori nella città ionica diventano oggetto di inchieste giudiziarie che culminano, nel 2012, nel sequestro degli impianti e nel commissariamento dell’azienda.

Il 2017 segna un’altra tappa di questa agon ia: la gara internazionale assegna l’Ilva alla cordata ArcelorMittal, che promette investimenti e risanamento ambientale. Ma le promesse si rivelano vuote. ArcelorMittal non riesce a gestire la complessità di un sito che è insieme industria, città e bomba ecologica. Nel 2020, con l’ingresso di Invitalia nel capitale di Acciaierie d’Italia, lo Stato torna a finanziare un’impresa privata senza avere né il controllo né la capacità di indirizzarne la strategia. Il risultato è un disastro annunciato: nel 2026 l’azienda perde 100 milioni di euro al mese, i debiti superano i 13 miliardi, metà degli operai è ferma. La sentenza della Corte d’Appello di Milano dell’ottobre 2026 impone lo spegnimento dell’area a caldo entro il 28 ottobre, giudicando gli altiforni obsoleti e incompatibili con l’ambiente circostante.

Le cronache di ottobre raccontano una tragedia che non è più soltanto industriale, ma umana. Il 16 ottobre 2025, 10.700 lavoratori diretti e 6.000 dell’indotto incrociano le braccia in tutti i siti del gruppo. A Taranto, Genova, Novi Ligure, le tute blu scendono in piazza con la rabbia di chi sa che il proprio destino è stato deciso altrove. I sindacati chiedono la nazionalizzazione, il governo brancola nel buio, la città è divisa tra chi difende il lavoro e chi chiede la fine delle emissioni. Nell’ottobre 2026 la situazione è ancora più drammatica: dopo il decreto di spegnimento, i lavoratori occupano lo stabilimento, bloccano le strade, presidiano i cancelli giorno e notte. “Vergogna, vergogna” gridano gli operai, mentre i commissari dichiarano che le materie prime sono esaurite e la produzione è in stallo.

La vicenda dell’Ilva è la storia di un destino metaindustriale infranto. L’impresa siderurgica italiana era nata con una missione che andava oltre la produzione di acciaio: doveva industrializzare il paese, riequilibrare il territorio, costruire una cittadinanza industriale nel Mezzogiorno. Questa teleologia era la sua forza e la sua condanna. Quando gli scopi dell’impresa eccedono la sua ragione economica, quando il metaindustriale diventa un fardello invece che una missione, il collasso è inevitabile. Le scienze economiche ci insegnano che le imprese non possono sostenere indefinitamente costi che non hanno un ritorno di mercato. La storia ci mostra che le privatizzazioni degli anni Novanta sono state un processo di smantellamento senza progetto, in cui lo Stato ha abdicato al suo ruolo di imprenditore senza creare le condizioni per un capitalismo industriale maturo. La sociologia ci ricorda che la fabbrica non è solo un luogo di produzione, ma un tessuto di relazioni sociali, di identità collettive, di speranze condivise. Quando la fabbrica muore, non muore solo un’impresa: muore una comunità, muore una città, muore un pezzo di paese.

L’Ilva di Taranto è oggi un luogo dove l’acciaio non scorre più. Gli altiforni sono spenti, le gru immobili, i capannoni vuoti. Ma nelle case del quartiere Tamburi, a pochi metri dai cancelli, c’è ancora chi ricorda quando l’acciaio era il futuro. C’è ancora chi crede che quella promessa metaindustriale — la promessa di un’industria che redime, che costruisce, che dà dignità — non sia definitivamente tradita. Forse è solo nostalgia. Forse è solo rabbia. Ma in quella rabbia c’è la memoria di ciò che l’Italia avrebbe potuto essere e non è stata. Il destino metaindustriale infranto dell’Ilva non è soltanto la storia di una fabbrica: è la storia di una nazione che ha smesso di credere nell’industria come progetto collettivo, e che oggi paga il prezzo di quella rinuncia.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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