La politica si impara. Anche il limite
La politica si impara. Anche il limite
di Claudio Barilaro – Ivano Malcotti
La democrazia non si trasmette per osmosi. E nemmeno la capacità di governare. Per anni abbiamo raccontato la crisi dei partiti come crisi della rappresentanza, della partecipazione, delle appartenenze. Più raramente ci siamo domandati che cosa sia andato perduto quando sono scomparsi i luoghi nei quali la politica si imparava.
Nella Prima Repubblica partiti, sindacati, associazioni e amministrazioni locali erano anche scuole. Lo erano con tutti i loro limiti: gerarchie, conformismi, fedeltà talvolta premiate più del dissenso. E tuttavia custodivano un principio che oggi appare meno evidente: una classe dirigente non nasce spontaneamente. Prima di guidare occorreva fare esperienza, attraversare responsabilità progressive, misurarsi con territori, interessi, conflitti. La politica si apprendeva non soltanto come arte della parola, ma come esercizio di organizzazione, mediazione e decisione.
Quel mondo è finito e sarebbe sbagliato trasformarlo retrospettivamente in un’età dell’oro. Ma sarebbe altrettanto ingenuo pensare che, scomparse le vecchie scuole, sia scomparsa la formazione politica. È accaduto piuttosto il contrario: la politica continua a educare, soltanto in modo meno visibile.
Educano i talk show, premiando la contrapposizione rapida. Educano i social network, trasformando l’attenzione in misura del successo. Educano gli algoritmi, stabilendo ciò che emerge e ciò che scompare. Educa soprattutto la campagna elettorale permanente, che insegna a essere riconoscibili, veloci, immediati.
Così si può imparare molto bene a conquistare lo spazio pubblico senza imparare, nello stesso tempo, ad amministrarlo.

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Governare richiede infatti qualità meno spettacolari: conoscere le istituzioni, comprendere un bilancio, valutare le conseguenze di una decisione, ascoltare domande lontane dalle proprie, riconoscere un errore e correggerlo. Richiede soprattutto una virtù che difficilmente produce consenso immediato: il senso del limite.
Il limite del proprio potere, delle proprie convinzioni, degli strumenti che si potrebbero usare contro l’avversario. Una democrazia non ha bisogno di politici incapaci di combattere, ma di politici capaci di distinguere l’avversario dal nemico; non di dirigenti privi di convinzioni, ma di persone disposte ad ammettere che anche la propria parte può sbagliare.
Non si tratta, dunque, di restaurare le vecchie scuole di partito né di inventare un’accademia statale della buona politica. Si tratta di ricostruire occasioni nelle quali competenza ed esperienza, cultura istituzionale e responsabilità tornino a incontrarsi. E di fare in modo che l’accesso alla politica non dipenda soltanto dal reddito, dal tempo disponibile o dalle relazioni personali, perché quando la formazione diventa un privilegio, prima o poi anche la rappresentanza rischia di diventarlo.
La domanda decisiva non è allora se i politici di ieri fossero migliori di quelli di oggi. Sarebbe una nostalgia troppo facile. La domanda è più scomoda: chi sta formando coloro ai quali domani affideremo il potere? E, soprattutto, a quale idea di potere li stiamo educando?
Se insegniamo soltanto a vincere, formeremo candidati molto più rapidamente di quanto formeremo governanti. Se insegniamo soltanto a comunicare, avremo persone abilissime nel rendersi visibili e molto meno preparate a rendere conto delle proprie decisioni.
La politica deve insegnare la leadership, ma anche la collegialità; la decisione, ma anche il dubbio; la parola, ma anche l’ascolto.
Deve insegnare a esercitare il potere. Ma soprattutto a riconoscere il punto oltre il quale non dovrebbe spingersi.
Perché il vero senso del limite, in democrazia, è forse tutto qui: sapere che le istituzioni non appartengono a chi le governa oggi. Devono poter essere abitate domani anche da chi verrà dopo. E da chi la pensa diversamente.

Ivano Malcotti è psicopedagogista d’impresa, esperto di comunicazione strategica, autore e regista teatrale. È presidente della Società Genovese di Cremazione – SO.CREM Genova ETS. La sua attività si concentra soprattutto sui temi della fragilità, del fine vita, dell’elaborazione del lutto, della memoria civile e della violenza di genere. È l’ideatore di Teatro DiLetto, progetto nato a Genova per portare il teatro accanto a persone affette da gravi malattie o prossime alla fine della vita.
! Grazie Ivano!! Buon lavoro!!
Ottima e doverosa riflessione!
Mi piace il tono misurato e la profondità delle riflessioni. Grazie per la tua sollecitazione