SIAMO NOI LA CALAMITA’ NATURALE

SIAMO NOI LA CALAMITA’ NATURALE

SIAMO NOI LA CALAMITA’ NATURALE

 

Domenica 21 settembre.

Da Times Square  la più grande marcia della storia  per il clima. Promossa da un’alleanza di 950 organizzazioni sociali ed economiche, di associazioni contadine e dell’economia solidale, di collettivi studenteschi e di donne che si battono per la giustizia sociale ed ambientale, si svolgerà con la partecipazione di un milione di persone.

Sono coloro che non si arrendono ancora e continuano a battersi contro l’ottusità di chi ci governa. Determinati a influenzare il Climate Summit delle Nazioni Unite che si svolgerà proprio tra qualche giorno.


Con loro, decine di capitali mondiali promuovono iniziative di sostegno.

Con loro anche Venezia, a rischio sommersione insieme ad altre 136 città, a causa del surriscaldamento del pianeta  già arrivato a livelli preoccupanti (400 parti per milione di CO2 in atmosfera).

Se non s’invertirà la rotta, infatti, con l’aumento della temperatura di quattro gradi il surriscaldamento farà aumentare il livello dei mari da un minimo di 62 centimetri a un massimo di 98 .

 Intanto, mentre si comincia ad assistere alle prime conseguenze del clima, non si sta facendo nulla, anzi si lavora per aumentare i rischi.

 Si continua a voler produrre energia da fonti fossili e si sostiene, pur conoscendo le conseguenze sull’atmosfera e sulla salute umana, la convenienza economica e i maggiori profitti della combustione da carbone.

Continuiamo a usare in modo assurdo l’automobile e congestionare i flussi di traffico delle nostre città contribuendo ad aumentarne in modo esponenziale l’inquinamento atmosferico. Facciamo non-politiche sul trasporto pubblico e ciclabile, permettiamo che industrie producano emissioni e inquinino terra e acque autocontrollando il loro operato  con l’alibi dell’obbiettivo  “crescita” o “sviluppo”, mentre  concorrono a distruggere il pianeta e il benessere di chi lo abita.

Intanto duemila scienziati dell’Ipcc, che studia il clima della terra, nell’ultima  relazione lanciano l’ennesimo grido di allarme: abbiamo soltanto quindici anni per impedire che si oltrepassi di 2°C il clima della terra. Se ciò accadrà, conosceremo il punto di non-ritorno e dovremo accettare tutte le inevitabili, disastrose conseguenze.

Ma 196 capi di Stato stanno continuando  a tacere, a non decidere nulla, per  poter continuare a sfruttare beni naturali, facendo affari, speculando e consumando senza limiti.


Quanta irresponsabilità sia a livello mondiale sia a livello locale!

Tutti gioiosamente supini a chi potrebbe fare molto e non vuole, continuando a vietare tutte le misure contro il riscaldamento globale che sappiamo richiedere un deciso cambiamento: un nuovo modello di civiltà.

Troppi Capi di Stato, non ultimo il Presidente del Consiglio Renzi, continuano imperterriti ad anteporre la ragione strumentale analitica intrisa di PIL e “crescita”, a quella emozionale che ci permetterebbe di preoccuparci realmente davanti alla continua devastazione della natura.

Così non ci  si deve neppure commuovere  davanti alla morte o alla malattia di esseri umani e di organismi vegetali e animali che, proprio a causa dell’inquinamento e dei conseguenti cambiamenti climatici via, via vanno scomparendo.

Non si è ancora disposti a chiederci realmente cosa possa avere determinato la morte di tanti esseri umani in un territorio ben preciso, dove le condizioni si conoscono bene: quello intorno ad una centrale a carbone o quello dei fuochi” di rifiuti altamente tossici, magari sotterrati con la complicità di chi doveva impedirlo. “

 Non si è ancora disposti ad accettare le cause che stanno alla base di  inesorabili cambiamenti climatici a cui assistiamo attoniti solo nel momento in cui avvengono. Spaventati da tanto vento, tanta acqua, tanta grandine, tanti dissesti dei terreni, tutti avvenuti in così poco tempo, si passa a chiedere, passato lo spavento, il riconoscimento dello stato di calamità per ottenere rimborsi per i danni economici subiti.

Ma come asserisce Cacciari in un suo ultimo scritto “Non è il clima a essere impazzito, ma l’umanità che procede a bruciare combustibili fossili, a deforestare, ad inquinare a ritmi superiori alla capacità di assorbimento e rigenerazione degli ecosistemi.”

     

Non c’è più tempo.

 

Sono fallite le politiche di limitazione delle emissioni di gas inventati dal protocollo di Kioto. A dicembre a Lima vi sarà una nuova Conferenza, ma si sa già che nessun governo sembra volere rinunciare a spremere fino all’ultima goccia di petrolio, ad accaparrarsi il gas naturale attraverso giganteschi metanodotti, ad estrarre carbone.

Non c’è più tempo, per questo si riveleranno inutili e fantasiosi i “piani di adattamento ai cambiamenti climatici”, redatti dagli Stati e in Italia anche dalle nostre Regioni per aggirare gli effetti del surriscaldamento e per fronteggiare le conseguenze della mancanza di volontà a promuovere una riconversione dei sistemi di produzione e di consumo.

Anche la Regione Liguria ha eseguito i compiti.

Le sue Linee guida, sulla base di un’analisi  delle principali variabili climatiche su scala regionale, definiscono i settori più vulnerabili ai fenomeni dovuti al cambiamento climatico  e individua:

 per la salute umana: le ondate di calore.

Se si contano da un’estate all’altra l’aumentare di circa ventimila  vittime per questa causa si individuano come  sistemi di prevenzione:

– L’attivazione del NUMERO VERDE: informazione, ascolto e orientamento circa le necessità ordinarie e straordinarie degli anziani nel periodo estivo.

– CUSTODI SOCIOSANITARI che seguano da vicino gli anziani segnalati dai distretti sociosanitari, assistendoli nelle incombenze quotidiane, come fare la

spesa o il riordino della casa.

Per la difesa del suolo: incremento dei rischi idrogeologici

 

 Se si stima una perdita economica dal dopoguerra di 5 miliardi di euro/anno

Si prevedono 400 milioni di euro/decennio per la prevenzione del Bacino del Po

Sull’innalzamento del livello del mare si definiscono alcune strategie di adattamento:

– Difese rigide costiere

– Misure “comportamentali” (modificare alcune scelte, per esempio ricreative (!?)

– Modificare le pratiche agricole in zone a rischio inondazione.

– Regolamentare  la pianificazione considerando che le perdite reali si verificheranno soprattutto in termini di perdita di terreni, con le conseguenti trasformazioni dei mercati dei terreni rimanenti.

Un cinico piano di adattamento nella convinzione che ormai non ci sia null’altro da fare che adattarci a ciò che sarà inevitabile che accada:

-la siccità e la carenza idrica

-lo stress idrico in agricoltura  e la maggiore diffusione di organismi infestanti

-l’innalzamento del livello del mare in conseguenza alla deglaciazione

-la perdita di biodiversità e l’ alterazione degli habitat

-la riduzione della capacità di produzione idroelettrica

-gli impatti sulle infrastrutture di trasporto

-la perdita ulteriore della qualità dell’aria con maggiore produzione e accumulo di alcuni inquinanti.

Un cinico piano di adattamento se lo si vede affiancato alla decisione della Regione Liguria di produrre ancora energia dalla combustione di carbone.

Mentre si stendevano queste linee guida si approvava, infatti, l’ampliamento di una centrale a carbone che con le sue emissioni altamente inquinanti, non avrebbe certo contribuito alla diminuzione di gas serra e alla diminuzione dei rischi.

Insomma l’ignoranza e la barbarie.

La stessa ignoranza manifestata in questi giorni dal capo del governo italiano, che con i suoi consueti slogan, le sue battute, i suoi proclami rivelatisi spesso inconsistenti ma propensi solo a rincorrere audience, si è espresso in modo anacronistico  e strumentalmente superficiale.

Renzi, crede che la ricetta giusta per l’Italia sia la crescita, deridendo con l’ennesima battuta  l’idea di decrescita felice.

  L’obiettivo, per lui, è tornare a crescere e le riforme sono “lo strumento per farlo”.

 Le scelte politiche basate ancora sull’andamento del PIL indiscriminato senza operare cambiamenti come la decrescita selettiva che  riduce e cancella il consumo, ad esempio, di merci inutili.

Le imprese italiane che non hanno delocalizzato e stanno conservando un proprio mercato sono quelle che hanno impiegato piani e programmi nell’artigianato di qualità e nella comunicazione del prodotto biologico,  che usano  energie alternative, che lavorano nel riuso e nella rigenerazione urbana sostenibile o cooperative agricole che producono agricoltura naturale  e impiego di fonti alternative per realizzare fattorie auto sufficienti. Tutto questo mondo che non dipende dall’economia degli idrocarburi, non solo elimina sprechi energetici, ma fa decrescere selettivamente il PIL immettendo nel mercato merci di qualità.

E’ inoltre ormai noto che il PIL – la crescita – non misuri la qualità della vita, non ci dice se la vita sia migliore o peggiore e quest’aspetto per un politico dovrebbe essere   determinante poiché dovrebbe occuparsi soprattutto delle ricadute positive o negative delle sue scelte nei confronti dei cittadini e preoccuparsi del loro benessere.

Il PIL – la crescita – misura tutto tranne il benessere dei cittadini, lo disse Kennedy nel 1968, oggi siamo nel 2014 e Renzi fa battute contro la decrescita a favore della crescita del PIL. (A questo proposito s’invita a leggere la lettera scritta da Pallante in risposta a Renzi).

La decrescita felice non solo suggerisce cosa non consumare poiché inutile e dannoso, ma sposta energie, ricerca innovazioni verso nuovi modelli sociali, di comunità e di consumo generando nuova occupazione e di qualità proprio grazie alle innovazioni tecnologiche come nel settore delle energie rinnovabili.

La direttiva europea 2012/27/UE indica un piano di decrescita energetica per ridurre la dipendenza dagli idrocarburi e aumentare l’impiego delle fonti alternative.

 Cosa sta facendo l’Italia se non l’esatto contrario?

In Italia si punta sulle trivellazioni per cercare nuovi idrocarburi finanziandole con 15 miliardi di euro e togliendo alle Regioni il potere di veto.

Sempre Renzi per difendere il suo Decreto Salva Italia “Se c’è il petrolio in Basilicata  sarebbe assurdo rinunciarvi!!!” ma si dice che il petrolio sia sotto una dorsale che da Novara va alla Sicilia e che ce ne sia anche nel Gargano dove possiamo immaginare le conseguenze ambientali e paesaggistiche e i danni per chi adesso vive di turismo, agricoltura, benessere.

In Italia s’inventano aiuti statali per gli inceneritori di rifiuti (decreto Bersani ’92 e si ricordi il triste e violento dibattito proprio tra Renzi e la dottoressa Gentilini a cui il primo diede della terrorista come a tutti coloro che asserivano che gli inceneritori provocavano il cancro) pur conoscendo l’aumento del rischio sanitario generato proprio da questi ultimi.

 Si sostengono con i denari dei cittadini, in modo subdolo, (componente A3 della bolletta, intitolata: “Promozione della produzione di energia da fonti rinnovabili e assimilate”) le centrali a carbone, si aiutano  industrie insalubri di prima categoria come i cementifici a cui si permette di bruciare rifiuti al pari di veri e propri inceneritori e impiegare scorie nel prodotto.


No, non è il clima ad essere impazzito ma è l’uomo la calamità che ne ha determinato i suoi cambiamenti e da Times Square con la più grande marcia della storia  per il clima, un messaggio chiaro per chiedere a gran voce un nuovo cambiamento.

ANTONIA BRIUGLIA

 

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.