W l’Italia dei 100 campanili
W l’Italia dei 100 campanili
Fantapolitica amministrativa alla panissa ligure
Quando il groviglio degli enti locali si scioglie… nella friggitrice della storia
C’è un’Italia che non si rassegna all’idea che la sua macchina amministrativa debba somigliare per forza a un faldone ingiallito, pieno di post-it caduti e timbri sbiaditi. È l’Italia dei 100 campanili — o forse 8.000 — dove ogni valle è un mondo, ogni colle è un’identità, ogni paese è una micro-galassia autonoma che dialoga con Roma con la stessa facilità con cui un pescatore dialogherebbe con la NASA.
E così nasce questa nostra *fantapolitica amministrativa, servita, nemmeno a dirlo, **alla panissa ligure. Perché se per capire l’Italia bisogna guardare la politica, allora per riformarla bisogna guardare **la cucina*.
Perché la panissa come prisma riformatore?
Semplice:
• pochi ingredienti,
• lunga cottura,
• tanta pazienza,
• tagli netti,
• e una bella frittura finale per dare la croccantezza.
È esattamente ciò che manca al nostro ordinamento territoriale.
Le Regioni? Farina di ceci messa in acqua fredda: fa grumi.
Le Province? Uno stampo da plumcake che nessuno unge più, ma che serve eccome.
I Comuni? I cubetti da friggere: troppi, disomogenei, spesso bagnati.
Lo Stato? L’olio che vorrebbe essere caldo, ma è sempre a 150 °C anziché 170 °C.
E allora proviamo a immaginare una riforma che scuota il pentolone, con il coraggio degli chef e l’incoscienza dei futuristi.
Pazza idea: abolire le Regioni e rinascere dalle Province
Step 1 – Setacciare: eliminare il superfluo

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Proprio come nella ricetta: togli i grumi.
Qui i grumi sono i livelli istituzionali sovrapposti:
• Regioni grandi come macro-continenti culturali (Lazio: tra Roma e Rieti il salto è come da Madrid ai Pirenei);
• territori che si ignorano pur essendo “regionali fratelli”;
• funzioni duplicate, sovrapposte, confuse.
Le Regioni sono nate per bilanciare il centralismo, ma oggi sono diventate *mini-Stati* senza mini-efficacia.
Step 2 – Mescolare: riportare tutto alle Province
Le Province, svuotate come zucche di Halloween dalla legge Delrio, in realtà sono:
• abbastanza grandi da gestire sanità territoriale, trasporti, scuole, strade vere;
• abbastanza piccole da conoscere le realtà locali;
• radicate nella storia (Rattazzi, 1859) e nella geografia reale del Paese.
Sono i contenitori naturali delle economie d’area:
la Brianza, la Marca trevigiana, il Salento, l’Ossola…
Mondi veri, non confini disegnati con il righello.
Step 3 – Cuocere lentamente: riscrivere la Costituzione
Qui servono *40 minuti di mescolamento continuo*, proprio come per la panissa.
Tradotto: anni di riforme, litigi, audizioni, pareri, referendum mancati.
Ma nella fantapolitica amministrativa possiamo accelerare: alziamo la fiamma e andiamo oltre.
Step 4 – Raffreddare: stabilizzare il nuovo modello
Serve far riposare il sistema.
Anni?
Forse decenni.
O forse — nella nostra fantasia — una notte in frigo con i cubetti già pronti.
Il modello finale: l’Italia a 76 Province forti
Come i cubotti croccanti:
• pochi, solidi, omogenei,
• competenze chiare,
• sanità territoriale unificata,
• mobilità coordinata,
• scuole superiori gestite dove si conoscono davvero i bisogni,
• enti intermedi eletti direttamente, con bilanci veri, non l’aria fritta dei tagli lineari.
Lo Stato centrale riprende il suo ruolo sui diritti fondamentali.
I Comuni cooperano in Unioni obbligatorie.
Le Città metropolitane? Tornano ad avere senso, oppure si dissolvono nel modello provinciale potenziato.
Step finale – La frittura: dare croccantezza al Paese
A 170 °C esatti, come consiglia la ricetta.
La frittura è il momento della verità: ciò che non tiene, si sfalda.
Ecco dunque cosa potrebbe saltare via nella nostra fantariforma:
• le duplicazioni regionali;
• i 21 modelli sanitari discordanti;
• le burocrazie che “rinviano a un atto regionale” senza fine;
• la sensazione di vivere in un’Italia a 21 velocità.
Rimarrebbe:
un’Italia policentrica, forte dei suoi campanili, ma capace di coordinarsi.
Conclusione: W l’Italia dei 100 campanili
W l’Italia che non ha paura di cambiare ricetta quando quella vecchia non cuoce più.
W l’Italia che parte dalla panissa — cibo povero ma intelligente — per immaginare una riforma ricca di futuro.
W l’Italia che capisce che la geografia non è un atto notarile del 1948, ma un impasto vivo.
E W l’Italia che sogna, anche solo per gioco, un Paese dove gli enti locali non siano un labirinto, ma una cucina ordinata, dove tutto funziona… e profuma di fritto buono.
