VENEXODUS

Su Youtube ci sono parecchi resoconti, italiani e stranieri, sullo stato comatoso di parecchie città italiane, per le quali è stato coniato il termine da me usato per l’articolo, usando Venezia come il simbolo di questa tendenza iugulatoria di ogni città che ha venduto la ragione stessa di definirsi civitas, in quanto sede di cives, cittadini stabili.

Una foto eloquente sulla sproporzione tra i flussi turistici e il numero di residenti: qui sopra a Venezia, ma replicata in tutte le “città d’arte”, degradate come quei quadri il cui il numero di copie ha banalizzati. Nei periodi di punta il rapporto tra turisti e residenti è di circa 400

Gli elenchi spaziano da Venezia a Messina, da Palermo a Torino, da Taranto a Reggio Calabria. Un male terminale le accomuna: bilancio demografico in continuo calo, invecchiamento dei residenti, tendenza a sopravvivere grazie ai flussi turistici.
La fotografia del male è sempre la stessa: diminuzione delle attività produttive e deriva verso città museo, dove l’egemone forma di reddito è l’esibizione dell’eredità del proprio passato, capace di sopravvivere nei secoli, a differenza della fugacità del cosiddetto progresso o, se preferiamo, modernizzazione, che non hanno saputo costruire per la gente, ma per un profitto non localmente diffuso, ma accumulato dalle élite e trasferito dalle città fonti originarie della loro ricchezza, verso esotici paradisi fiscali.
Le vittime di questo trend dissanguante annoverano in particolare quelle città, sedi ormai demodé di passati “miracoli economici”, il cui simbolo è la “città dell’automobile”: Torino.

Stabilimento Fiat di Mirafiori. Il miraggio delle localizzazioni in Paesi esotici a basso costo della manodopera e leggi ambientali quasi assenti ha reso le nostre auto non più competitive. Oggi succede lo stesso per il rigore ambientale UE, coniugato con lo scellerato abbondono di gas e petrolio russi. La via d’uscita? L’imposizione di un’economia di guerra, ancora più folle della deindustrializzazione forzata 

Quando una città affida il proprio benessere ad un solo polo produttivo, per quanto grande, anzi quanto più grande, come successo a Torino con la Fiat, il tonfo cui va soggetta quando il gigante decide di avere succhiato abbastanza, sia alla città che alle casse pubbliche centrali, e decide di trasferirsi altrove, oltre confine, per aumentare i propri profitti, la città rimane orfana di redditi monocentrici e comincia ad appassire. Il suo destino è segnato dallo stesso giorno in cui gli impianti e il personale appaiono sovradimensionati e iniziano le vane marce di protesta, le convocazioni al Ministero del Lavoro, le casse integrazioni: gli ultimi spasimi prima della chiusura. Lo Stato ha lautamente dato, a fondo perduto, mentre subisce il ricatto europeo delle clausole di salvaguardia ad ogni prestito ad interesse, come il PNRR.

Protesta di lavoratori Electrolux davanti ad uno stabilimento, che la società svedese vuol chiudere per trasferirsi in Polonia e licenziare 1700 dipendenti. C’è sempre un Paese oltre confine che promette tagli dei costi e ricchi premi per gli azionisti. Se pensavamo che il fenomeno fosse solo un brutto ricordo del passato, dobbiamo ricrederci.

Altrove, a Taranto, il risultato è lo stesso, per cause simili, ma aggravate da uno stabilimento dalle dimensioni monstre piazzato nel cuore della città, con un tasso di inquinamento tale da far ammalare la gente sotto il solito ricatto “inquinamento o disoccupazione” e la fuga di quanti

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hanno i numeri per poterselo permettere, ossia la frazione più produttiva della forza lavoro, mentre la città invecchia e si ammala, per la gioia delle case farmaceutiche, che sono l’unico polo che ingrassa sui parametri negativi di un consesso civile.
Nella classifica non poteva mancare Genova, afflitta da una denatalità verso il massimo di un’Italia che non si spopola in virtù (o per disgrazia) degli arrivi inarrestabili di stranieri, che in gran parte costano alla Nazione assai più di quanto non diano; e che hanno cultura, abitudini e religioni totalmente estranee alle nostre. Genova sta perdendo cittadini a ritmi impressionanti, marciando verso l’esito di città fantasma, ormai comune a tante città italiane.
L’unica città che sembra non seguire l’onda della depopulation è Milano, che però ha in comune con tutte le città d’arte, che vivono ormai di solo turismo, i prezzi proibitivi degli alloggi, diventati impossibili per chi ci va per studiare nelle sue prestigiose Università o per la grande platea di chi intende trasferirvisi per lavorare. In pratica, gli alloggi sono ancora abitati quando i vecchi che muoiono hanno degli eredi a cui trasferirli. Quelli che invece restano vuoti non sono disponibili né agli studenti né ai nuovi arrivati, ma finiscono nella morte civile di ogni città che sostituisce ai suoi abitanti gli occupanti di affitti brevi/stagionali o di rapidi posti letto AirBnB.

Galleria V.E. II, l’ombelico di Milano, da tempo “americanizzata”, avendo ceduto le attività produttive di un tempo alla terziarizzazione, tra attrattiva turistica, uffici e finanza (v. sotto Piazza Affari, sede della Borsa)

Si può ancora chiamare col suo nome una città snaturata in hub finanziario e immobiliare come Milano? Il lavoro diffuso è immateriale, e non aggiunge valore al PIL nazionale, se come misura della ricchezza si deve intendere la produzione di beni reali, anziché il castello di carte della finanza auto-referenziale e degli immobili speculativi. Non a caso FIRE è l’acronimo americano di attività improduttive: Finance, Insurance, Real Estate (immobili). Calza perfettamente su Milano.
Questa scelta, da industria a mero commercio e finanza, in nome di una miope lente sul profitto a breve, quale quello assicurato ed emblematizzato dalla Borsa, è all’origine del declino degli stessi USA, che hanno esteso lo specchietto della finanza da New York ad altre città, immiserendo l’intera Nazione.
L’idea propulsiva del MAGA intendeva riportare a casa le fabbriche, e insieme ad esse i suoi naturali abitanti, abbandonando la fata morgana delle delocalizzazioni in neo-denominate “fabbriche del mondo”, tenendo a casa solo il terziario. Per riuscirci si è ricorso ai dazi, quando ormai il danno era ormai fatto e irreparabile, in quanto i dazi hanno finito col ricadere come tasse sui cittadini, innescando l’inflazione, anzi la stagflazione, e gonfiando il debito pubblico a livelli insostenibili; o meglio, sostenibili finché il resto del mondo è disposto ad accollarselo, comprando Buoni del Tesoro americano.

Esterno di un data center ospitante grandi quantità di server per l’elaborazione di dati e la produzione di risultati la cui immaterialità cozza col consumo abnorme di energia elettrica, con la formazione di “isole di calore” di scarto che coprono un’area di centinaia di milioni di persone. [VEDI]

Il processo di rinuncia al lavoro di fabbrica, inaugurato emblematicamente tanto a Detroit quanto a Torino -fiaccole ridotte al lumicino- è peraltro accentuato dall’avvento dell’ultima follia: l’Intelligenza Artificiale, programmata proprio per estinguere ogni tipo di mansione umana. Mentre si continua contraddittoriamente a parlare di occupazione, lavoriamo alacremente per distruggerla [VEDI]. I suoi data center sono una follia non solo per prefiggersi come traguardo la volontaria soppressione del lavoro umano, ma anche per essere divoratrici insaziabili di energia, creando attorno a sé isole di calore devastanti, con buona pace dei progetti green di cui ancora si favoleggia a Bruxelles.
In chiusura, visto che Trucioli guarda al mondo attraverso lenti savonesi, vorrei parlare proprio di Savona città: dove sarebbe collocabile, secondo i criteri più sopra esposti?
Forse Torino sarebbe la città più raffrontabile, avendo perso gran parte delle fabbriche che la contrassegnavano. Se entriamo nel territorio urbano e suburbano, troviamo una centrale Enel dimezzata e passata da carbone a gas, in base a criteri ambientali estremi, in retrospettiva quanto meno discutibili, con un progressivo declino dovuto alla chiusura di numerosi stabilimenti di importante rilievo occupazionale, rasi al suolo per lasciare posto ad appartamenti, supermercati o centri commerciali.

Sarebbe interessante sapere che tipologia di savonesi abita nelle due grandi strutture del Crescent 1 e 2. La città si è terziarizzata, e ai dirigenti d’industria sono subentrati professionisti privati, come medici, avvocati, assicuratori; oltre agli eredi di antiche fortune e palazzi d’epoca. Sullo sfondo i fumaioli di due navi da crociera, che portano animazione per le vie cittadine 

Ma, se la fascia produttiva della città si restringe anno per anno, chi va via porta con sé l’anima della città, la sua stessa ragione di esistere. Cosa rimane ora? Pochi negozi in centro, che sopravvivono anche grazie alle periodiche visite delle enormi navi da crociera, che riversano in città migliaia di turisti, sullo stile di Venezia. E guai se venissero a mancare pure quelli. Il destino di Savona, che ultimamente si scopre anche città balneare, segue la stessa traccia dei Paesi rivieraschi, che dipendono dall’afflusso di “bagnanti” nella breve stagione estiva, più qualche strascico a Natale e Pasqua.

Grafico della popolazione savonese nel nuovo millennio.

La situazione alloggi non si differenzia da quella dei grandi centri urbani: affitti brevi e AirBnB. Quanti sono arrivati a Savona dai Paesi della Riviera, per trovare una città a misura d’uomo ed evitare gli affitti insostenibili di Milano, dove trovare lavoro è relativamente più facile, ma dove dormire è diventato un lusso, si ritrovano qui nella medesima situazione di venir respinti dai ricchi rentier locali, cui sfugge il concetto di umana solidarietà. Eppure, si tratta di giovani che mantengono un flusso di linfa vitale in un tessuto urbano prossimo al mortorio in cui sono precipitate tante altre città “d’arte”, tramutatesi in musei di se stesse, comunicando al mondo intero che quella tramandata dagli antenati è l’unica risorsa rimasta, e tanto migliore quanto più antica: a Savona il pezzo più pregiato è, guarda caso, un capolavoro quattrocentesco, la Cappella Sistina.

Marco Giacinto Pellifroni 17 maggio 2026

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2 thoughts on “VENEXODUS”

  1. “Venexodus” è uno di quegli articoli che fanno male perché dicono una verità già sotto gli occhi di tutti. La trasformazione delle città in vetrine turistiche, svuotate di residenti e di vita reale, non è un incidente ma una scelta. Il passaggio più centrato è proprio lì: quando il “progresso” non produce comunità ma rendite per pochi, il risultato è inevitabile — città museo e cittadini in fuga.

  2. Raccontare di Venezia per parlare di un modello economico fallito che trasforma le città in luna park senz’anima è stata un ottima idea.
    Ormai siamo alla desertificazione sociale pianificata, i residenti diventano un intralcio e la vita vera viene sfrattata per far posto al turismo mordi e fuggi.

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