Da Wagner alla russofobia. L’orizzonte culturale dell’intellettuale italiano
Da Wagner alla russofobia
L’orizzonte culturale dell’intellettuale italiano
Siamo sulla 7 all’Aria che tira, la trasmissione condotta da David Parenzo. Ospite fissa Mirella Serri, giornalista, saggista, docente emerita di letteratura italiana contemporanea alla Sapienza di Roma, autrice fra l’altro de “I redenti”, il libro che mette a nudo il passato fascista di tanti antifascisti (diciamo pure pressoché tutti), a cominciare da Ingrao, che detto per inciso non è stato semplicemente il riferimento dell’ala operaista del Pci ma un uomo perbene e di grande umanità, doti oggi scomparse ma anche allora merce rara. Questa Serri insomma è una “intellettuale” o, per meglio dire una intellettuale di sinistra, con tutti i crismi e perfettamente allineata col pensiero unico, fra i cui dogmi primeggia l’ostracismo alla Russia, covo del Male.

Pietrangelo Buttafuoco
Si parla della Biennale e dell’irrituale intervento del ministro della Cultura contro la decisione del direttore, Pietrangelo Buttafuoco, di consentire la riapertura del padiglione russo in nome della universalità dell’arte. Un richiamo troppo comodo secondo la nostra intellettuale, che ci tiene a ricondurre gramscianamente gli artisti sul terreno della prassi, vale a dire dell’agone politico. L’artista insomma, come tutti, si “sporca le mani” e la sua opera non è disinteressata e super partes; pertanto nessun particolare riguardo per il direttore d’orchestra, il soprano o quelli che pretendono di esibirsi a Venezia e magari danzando o suonando il violino fanno propaganda a favore del perfido Putin. Quindi bene fa Giuli nel suo ruolo di tutore della nostra cultura a volerla tenere al riparo e a rampognare il malcapitato Pietrangelo. La nostra intellettuale poteva chiuderla qui ma per mettere al tappeto chi si azzardava a replicare ha pensato bene di estrarre la carta decisiva: il musicista Wagner, quello dei Nibelungen con tanto di cavalcata delle Valkirie era uno sporco nazista finanziato da Hitler. Queste le sue parole: “Wagner appoggiava il nazismo ed era finanziato da Hitler”; ma si dà il caso che Richard Wagner sia uno dei maggiori musicisti dell’Ottocento e il nazional socialismo un fenomeno politico e un regime che ha segnato il Novecento. Per la precisione: quando il grande compositore morì a Venezia nel 1883 il futuro Führer aveva 6 anni e si apprestava a fare il suo ingresso nella Volksschule.
Devo confessare che quando mi hanno riferito questa cosa, nonostante la scarsa stima che nutro per gli intellettuali di ogni colore non ci ho creduto e per verificarla sono andato a cercare la registrazione del talk show. Poi, riflettendoci, l’ho trovata perfettamente coerente. Questa gente, con tutta la spocchia che la distingue, non legge più un libro da quando ha arraffato il suo diplomino, sforna in continuazione libri scritti da altri, occupa le redazioni dei giornali per farne il megafono del sentito dire e le cattedre universitarie per fare dei nostri laureati i più sprovveduti del pianeta.
D’altronde, come si dice, non si può cavar sangue da una rapa e ormai la cattiva politica ha infettato la società italiana e le sue istituzioni. Temo che il telespettatore che seguiva il dibattito sulla 7 di fronte all’intemerata della Serri non sia sobbalzato sulla sedia e solo il giorno dopo sui social, se li frequenta, abbia preso contezza – parola cara ai compagni – della buccia di banana in cui è scivolata, una buccia di banana, dico, ma con una metafora più appropriata dovrei dire una cartina di tornasole. Perché è la stessa ignoranza che impoverisce il mainstream e il pensiero unico fino a farne un nuovo catechismo che spenge la luce della ragione e mette al riparo dalle inquietudini del dubbio.

PUBBLICITA’
Un’ignoranza aggravata dalla convenienza politica e dal servilismo nei confronti di Bruxelles e della Nato come dimostra l’atteggiamento nei confronti del conflitto russo-ucraino.
L’Ucraina continua ad essere sommersa da un mare di armi e di euro. Armi che l’ex comico questuante e piazzista vende nei focolai di guerra sparsi nel pianeta e soldi che finiscono in megaville e in super yacht della cricca del regime e in piccola parte servono a rabbonire un’opinione pubblica intossicata dall’odio, priva di valori ideali, sensibile solo all’interesse materiale immediato. Stipendi garantiti agli insegnanti e aumento del 12% delle pensioni coi soldi dei contribuenti italiani ed europei, nel deserto di un’economia che si regge solo su sovvenzioni estere e su una produzione industriale di guerra in simbiosi con la Germania e altri Paesi europei, fra i quali, ahimè, anche l’Italia.
La storia non insegna nulla, soprattutto a chi non la conosce. Sono passati ottantacinque anni da quando Mussolini commise l’imperdonabile errore di attaccare l’allora Unione Sovietica. I regimi non cambiano in modo significativo i rapporti geopolitici ed economici: la Russia comunista e autoritaria di ieri e la Russia capitalista e democratica di oggi hanno con l’Italia un fortissimo legame storico e culturale e nessun motivo di conflitto o di rivalità economico commerciale. Oggi come ieri le loro aree di influenza non si sfiorano nemmeno, le loro economie sono complementari, gli scambi commerciali sono convenienti per entrambi i Paesi e in più dalla Russia parte (partiva) verso l’Italia un turismo selezionato, non invasivo, assolutamente innocuo e con un impatto ambientale nullo. Insomma la dichiarazione di guerra dell’Italia fascista alla Francia e al Regno Unito era stato un gesto avventato ma giustificato da obbiettive incompatibilità industriali, commerciali e coloniali ma invadere la Russia fu solo un’idiozia. Un’idiozia che oggi si ripete nei giudizi e nelle politiche di una maggioranza che può contare in questo sulla connivenza dell’opposizione e sull’appoggio pressoché unanime di stampa e televisioni, del mondo accademico e dei cosiddetti intellettuali, fra i quali va annoverata la signora Serri.
Si dirà: l’Italia lo fa in un modo un po’ scomposto, con la stucchevole esibizione degli amorosi sensi fra Meloni e Zelensky e lo zelo russofobo del quale sono obbiettivi soprano, direttori d’orchestra, la presenza russa alla Biennale e perfino Dostoevskij però è tutta l’Ue e la Nato a combattere una guerra per procura contro la Russia e a incoraggiare, se non costringere, l’Ucraina a perpetuarla. Ed è qui che casca l’asino. Perché tutti i membri dell’Ue – salvo la Spagna – hanno i loro per quanto abietti motivi per ridimensionare se non distruggere la federazione russa; vecchi rancori, desideri di rivalsa, perdita di influenza accomunano Francia, Regno Unito e Germania (che ha stupidamente accantonato l’Ostpolitik), per non dire dei trascurabili Paesi baltici; l’Italia no.

Meloni e Zelensky
L’altro banco di prova che attesta non solo la disinformazione, la crassa ignoranza, la superficialità dei politici, dei giornalisti e soprattutto degli “intellettuali” ma il loro disorientamento, la loro mancanza di riferimenti storici e persino geografici è il Medio Oriente. Che ci sia una minaccia nucleare è incontestabile ma è altresì incontestabile che provenga da Israele, non dall’Iran, come credono e come danno ad intendere . E se è vero che l’Iran mira a dotarsi dell’arma atomica è semplicemente per poter contare su un deterrente che neutralizzi il progetto della Grande Israele da realizzare con l’annientamento dell’Iran. Le menti criminali non si fermano di fronte a scenari catastrofici conseguenti l’attuazione dei loro piani. L’aggressione con armi convenzionali all’Iran nella quale Trump si è fatto trascinare è servita solo a dimostrare la compattezza del popolo iraniano, la solidità di un regime che si riteneva personale, impopolare e precario e la sua inaspettata capacità militare che hanno convinto il presidente americano, che sarà uno psicopatico ma non è uno stupido, a fare più di un passo indietro. Grande disappunto per Netanyahu, che a questo punto potrebbe essere tentato dalla “bomba” da piazzare nel cuore di Teheran per chiudere la questione. Che una simile, simmetrica tentazione possa passare per la testa degli iraniani, che siano i pasdaran, i “moderati” laici o la guida suprema non è plausibile per considerazioni non tanto di carattere sociale e culturale quanto geografiche, perché colpire Tel Aviv o Gerusalemme con un ordigno nucleare significa colpire un’area nella quale amici e nemici sono uno accanto all’altro. Detto in soldoni: se l’Iran aspira alla deterrenza atomica è per impedire che la minaccia atomica di Israele si realizzi nonostante il freno posto dall’amico americano. Lo dico malvolentieri: dopo quello che è stato fatto in Cisgiordania e si sta facendo in Libano da Israele ci si può aspettare di tutto (e non è casuale il feeling col terrorismo ucraino).

Putin, Trump
In questa vicenda la prova di forza americana si è rivelata una prova di debolezza, la dimostrazione che la stabilità del Medio Oriente è tutta nelle mani di una potenza regionale, l’Iran, affiancata dalle due potenze planetarie, la Russia e la Cina. Di fronte a questo triangolo si infrangono le ambizioni di Israele, che ha imboccato una via hitleriana per garantire la propria sicurezza con l’aggravante della legittimazione religiosa, e l’imperialismo anacronistico degli Usa. La presidenza Trump avrebbe dovuto segnare il riconoscimento di un nuovo equilibrio mondiale e il rapporto privilegiato di Donald con Putin, il suo sostanziale disimpegno dall’Ucraina, la messa in liquidazione della Nato andavano – e vanno – in questa direzione. A mettersi di traverso sono stati da un lato Israele, dall’altro l’Europa, impegnati l’una e l’altra a riportare la politica estera americana nel solco della tradizione democratica.
L’irrazionalità di questa posizione è confermata dai richiami moralistici e scopertamente religiosi. In America è l’invasività dell’ebraismo, curiosamente convergente con lo spiritualismo delle chiese evangeliche e dei pentecostali, con la commistione di trascendenza e valori terreni e la storica centralità della Bibbia che risale al puritanesimo dei Padri Pellegrini. Un mix micidiale che il fragile laicismo della società americana non è in grado di contrastare e condiziona pesantemente i comportamenti dello stesso Trump, che rischia di abbandonare il pragmatismo dell’uomo d’affari per indossare l’abito del defensor fidei. E se da una parte c’è il rischio di spostare la politica sul terreno della lotta fra il Bene e il Male dall’altra la vecchia Europa si sposta sul terreno non meno scivoloso dell’antitesi democrazia vs autocrazia, nel quale sguazzano allegramente i nostri politici e opinionisti. Democrazia si dice in tanti sensi con connotazione diversa ma l’unico significato univoco sta nella forma istituzionale: dove c’è un governo che risponde al parlamento e il parlamento è eletto a suffragio universale a scadenze elettorale prefissate lì c’è democrazia, c’è, sia pure formalmente, sovranità popolare. Che poi il popolo sia effettivamente in grado di esercitarla è un’altra storia: forse, dico forse, è accaduto nelle poleis greche o nella Roma repubblicana; ora dobbiamo accontentarci di quel “formalmente”. Una democrazia sostanziale presuppone che nel popolo al di là delle differenze esista una comunanza di interessi fatti valere attraverso rappresentanti sottoposti al suo diretto e continuo controllo: in nessuna parte del mondo c’è traccia di un simile regime. Ciò che ci si può aspettare è che chi gode del consenso della maggioranza agisca per il bene comune e nell’interesse della Nazione: non riesco a immaginare niente di più “democratico”, all’interno, s’intende, di quelle forme istituzionali.
Detto questo la contrapposizione fra democrazia e autocrazia suona come una moneta falsa e quanti la sostengono sono solo partigiani, faziosi e in malafede. Tanto per esemplificare: l’Ungheria con Orbán, bestia nera di Bruxelles, era una autocrazia; ora che le elezioni hanno portato al governo uno gradito a Bruxelles è diventata una democrazia. La Francia, dove, come in Gran Bretagna, il potere è nelle mani di politici sfiduciati dalla maggioranza degli elettori sarebbe una democrazia. L’Italia, dove la maggioranza è in realtà una minoranza irrisoria e il partito del capo del governo gode del consenso del 14% degli elettori sarebbe una democrazia, l’Italia dove nei momenti cruciali prevale la parola di uno che nessuno ha eletto sarebbe una democrazia, l’Italia dove sulle questioni serie e decisive per l’economia e il benessere sociale non esiste opposizione sarebbe una democrazia; la Russia, con impianto istituzionale che ricalca quello francese e poteri del capo dello Stato non dissimili da quello americano non sarebbe una democrazia nonostante il dato fattuale che Putin sia espressione del partito di maggioranza, che goda di un consenso plebiscitario e che non ci siano vincoli che impediscano l’esistenza di partiti e di un’opposizione. Basti dire che il sistema politico origina dal collasso del comunismo sovietico, con una soluzione di continuità ribadita nei fatti e nelle dichiarazioni di principio ma, a differenza di quello che accade in Italia, non solo il passato non viene demonizzato ma il partito comunista dei nostalgici dell’Unione Sovietica è libero di presentarsi alle elezioni politiche. E se si tira in ballo Navalny, confondendo opposizione e sovversivismo, si può tranquillamente rispondere con Cospito, che il nostro sistema democratico ha condannato alla morte civile.
In altri tempi, prima della rivoluzione culturale e antropologica che ha stravolto la società, le politica e la civiltà stessa del nostro Paese – mi perito a dire della nostra Patria – si sarebbe affrontato con sobrietà e distacco il modo diverso di declinare il tentativo di realizzare la sovranità popolare nelle diverse latitudini e in epoche diverse. Churchill l’11 novembre del 1947 pronunciò alla Camera dei Comuni la frase diventata celebre: “la democrazia è la peggior forma di governo eccezion fatta per tutte le altre forme che si sono sperimentate finora”, e in questo modo le toglieva saggiamente quel valore assoluto che gli attuali nanerottoli della politica e della politicologia le attribuiscono. Se si rimane al lemma – potere del popolo – si debbono riconoscere tante vie per realizzarlo, e si dovrebbe avere l’umiltà di cercare nei modelli altrui spunti per migliorare il proprio.

Winston Churchill
Ma non è una questione accademica e non interessa a nessuno la libertà del vicino. È il pretesto per delegittimare l’avversario, per fomentare un’opposizione prezzolata, per giustificare l’irruzione negli affari interni di Paesi sovrani, per coprire con una foglia di fico la vergogna di politiche in mano a interessi privati industriali e finanziari. Riconoscerlo sarebbe già un passo avanti. Nell’Italia della “Costituzione più bella del mondo”, nella repubblica nata dalla resistenza, vale a dire da una retorica palesemente falsa, nell’Italia che continua a professarsi antifascista e ha esportato lo pseudo concetto di fascismo, intellettuali come Mirella Serri, quella che come un deus ex machina (o come uno scolaro da confinare dietro la lavagna con addosso le orecchie di ciuco) interviene sullo spazio e sul tempo a propria discrezione, hanno stabilito che di qua c’è libertà e giustizia, di là asservimento e sopraffazione, di qua democrazia, di là tirannide e se viene a galla la corruzione che a tutti i livelli dilaga in Ucraina questa è una prova di trasparenza, come dire che se un corpo è corrotto e mostra all’esterno i segni del marcio che ha dentro vuol dire che è sano.
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L’intellettuale italiano descritto in questo articolo non è più un interprete del reale, ma un amplificatore di mode ideologiche. Ieri Wagner, oggi la russofobia, domani qualcos’altro, purché sia allineato. Il punto secondo me non è neanche troppo nascosto,, quando la cultura smette di dubitare e inizia a tifare, diventa propaganda travestita da pensiero.