UN PO’ DI DIETROLOGIA NON DEL TUTTO INFONDATA
UN PO’ DI DIETROLOGIA NON DEL TUTTO INFONDATA
di Roberto Massari [da Utopia Rossa]
Allego l’articolo del Wall Street Journal del 10 ottobre 2026, non firmato perché presentato dal Comitato editoriale del WSJ. [Basta cliccare per ingrandirlo.] Ma premetto alcune mie considerazioni dopo la concessione del Nobel per la Pace a una nemica dichiarata di Israele come Navanethem «Navi» Pillay.
Quando nel pieno della guerra per recuperare gli ostaggi uscì il famigerato report di Francesca Albanese fui sbalordito di come quel testo si fosse affermato nel giro di poche ore su scala internazionale, mentre gli ostaggi erano ancora prigionieri e la guerra tra Hamas e Israele era in pieno svolgimento. Ancor di più mi sbalordì il fatto che pochi giorni dopo (o poche ore dopo, calcolando i tempi decisionali delle varie giunte comunali) città importanti come Bologna, Firenze, Genova avviavano la procedura per concedere la cittadinanza a un personaggio dal curriculum a dir poco sospetto (è incredibile che non sapessero dei trascorsi rapporti con Hamas o comunque non si prendessero il tempo per andarsi a informare).
Poi è letteralmente esplosa la campagna internazionale a favore di Hamas e contro Israele. Ma lì potevo mettere in bilancio il risveglio dell’antiebraismo/antisemitismo «spontaneo», radicato nell’inconscio collettivo di massa ormai da più di un millennio e non pensare necessariamente a una manina che organizzasse la regia.
Ci fu però rapida e tempestiva la condanna del tribunale dell’Aia per Netanyahu, incredibilmente messo alla pari dei capi terroristi di Hamas, cioè di chi il proprio programma di genocidio antiebraico aveva cercato di metterlo in pratica a partire dal 7 ottobre nel modo barbaro che sappiamo (o che lo sa chi lo vuole sapere…).
Dopo di allora si sono cominciate a susseguire le iniziative internazionali per discreditare la guerra che Israele faceva in sua difesa e per recuperare gli ostaggi.
1) Penso al Sudafrica – proprio lui! (dove esiste una discriminazione «razziale» verso i bianchi ampiamente documentata) – che apre la procedura per cercare di arrivare all’accusa di genocidio per Israele. La decisione non è ancora arrivata, ma penso che le Nazioni Unite stiano solo aspettando il momento giusto, avendo preferito prima preparare il terreno con questi vari espedienti.
2) La campagna per il Nobel ai bambini di Gaza. Per quest’anno è accantonata, visto che si è trovata una soluzione antisraeliana più insidiosa. Ma nulla esclude che tra un po’ ricominci.
3) Il documentario Naza e il suo sbalorditivo successo, nonostante che per il suo totale anonimato non gli si dovrebbe riconoscere nemmeno il titolo di «documentario», cioè di qualcosa che dovrebbe «documentare». Il successo è stato organizzato nella vetrina mondiale del Festival (Carnevale) di Venezia (unico documentario selezionato in concorso principale) poi nei cinema italiani (ma immagino che sia lo stesso in altre parti del mondo). I famigerati 25 minuti di applausi sono stati anch’essi organizzati, visto che bisognava durare almeno un minuto in più rispetto all’anno precedente per battere il record. E questo, il pubblico di disagiati mentali che ha trascorso quasi mezz’ora battendo le mani, non poteva saperlo. Io non smetto di immaginarmi la scena di questo rituale da contagio isterico. Neanche per Riccardo Muti si è mai arrivato a tanto…
4) Ora il Nobel per la pace alla sudafricana Navi Pillay, una persona che ha un passato di partigianeria antisraeliana ben poco conciliabile con la pace. Ma ha il merito di aver partecipato alla commissione consultiva che per conto suo ha già deciso che a Gaza di genocidio si è trattato, senza riferimento alla strage di Hamas, la cattura degli ostaggi, l’uso dei civili come scudi umani.

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Insomma, a ripetizione, ne inventano una dopo l’altra per alimentare l’isteria antiebraica nel mondo, pur sapendo che non saranno queste pressioni internazionali a far desistere Israele dai suoi piani di difesa contro le varie aggressioni cui è sottoposto e dalle quali è minacciato. Se l’Iran pensa di usare queste pressioni propagandistiche, illudendosi di stare vincendo a causa dell’instabilità psicologica di Trump, sta facendo dei calcoli sbagliati: la prossima volta non ci sarà più un Trump in grado di fermare Israele ,come invece è accaduto nella guerra dei 12 giorni (giugno 2025).
L’Italia si trova collocata al primo posto in questa isteria antiebraica. Sempre per la ragione che sottolineo in continuazione e cioè che da noi, sommando PD+5S-+Avs e il resto della sinistra reazionaria, si ha la più grande «sinistra» esistente al mondo. Non a caso, sul terreno dell’antiebraismo al secondo posto viene il movimento di Mélenchon in Francia.
Troppi episodi concatenati in sequenza temporale che mi fanno pensare alla presenza di una regia nascosta a livello internazionale. Ma di più al momento non è possibile dire.
Non ci sono dubbi, però, che chi si avvantaggia di più è Putin che, mentre commette stragi di civili ucraini da oltre 4 anni, vede l’attenzione deviata su Israele. Insomma, riesco a vedere l’utilità per Putin delle accuse di sangue contro Israele (ormai estese all’ebraismo in generale), ma non vedo i canali attraverso cui opera questa regia antiebraica internazionale.
Non saranno comunque queste campagne internazionali che faranno arretrare Israele neanche di un centimetro. Sempre per la buona ragione che per Israele si tratta di sopravvivere alle intenzioni genocide dell’Iran e dei suoi proxies. E se non si fosse messo in mezzo Trump a quest’ora di Hamas sarebbero sopravvissuti solo i militanti disposti ad arrendersi alla fine dell’assedio a Gaza City.
Si faccia comunque attenzione al fatto che non c’è nessun candidato di quelli alternativi a Netanyahu che parli di ritirarsi dalla Striscia o di dar vita a un fantomatico secondo Stato.
Ah, dimenticavo la campagna orchestrata ben tre anni dopo il presunto evento (e sulla base di una testimonianza risibile) sul fatto che Netanyahu avrebbe saputo del progetto di Hamas (lui personalmente e, guardacaso, non i servizi segreti) perchè un emiratino gli avrebbe detto che Sinwar, violando da irresponsabile la segretezza dell’operazione che stava preparando, gli aveva detto ecc.: cosa potrebbe avergli detto non conta, così come non conta l’illogicità del racconto fatto a tre anni di distanza e sotto elezioni. Ma se ci si pongono degli interrogativi, la fake-news cessa di essere tale e il mondo dei malati di protagonismo digitale rischia di crollare.
Al momento questo mondo si alimenta dell’isteria antiebraica a livello internazionale. Quando questa finirà, davanti alla constatazione che il genocidio degli ebrei israeliani è militarmente impossibile, la massa dei nuovi antiebrei dovrà trovare qualche altro capro espiatorio.
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[ traduzione dell’articolo del Wall Street Journal]
Un Premio Nobel per chi odia Israele
L’ultima cosa che il premio a Navi Pillay farà è promuovere la pace.
È possibile che un giorno il Comitato per il Nobel conferisca il suo premio per la pace a un destinatario ancora meno meritevole di Navanethem “Navi” Pillay, ma ne dubitiamo. Quest’anno le personalità di Oslo hanno insignito una sudafricana di 85 anni la cui carriera è stata segnata, sopra ogni cosa, dall’odio per Israele e per gli ebrei che lo sostengono.
La signora Pillay ha iniziato la sua attività professionale come avvocato difendendo gli oppositori dell’apartheid, ma quella crudeltà è stata sconfitta due generazioni fa. Il Comitato Nobel sta premiando la sua carriera da allora in poi, dedicata ad attaccare lo Stato ebraico e a stravolgere il diritto internazionale per distorcere il significato di “genocidio” a tal fine.
Si è fatta un nome come giudice in vari tribunali legati alle Nazioni Unite, tra cui il tribunale internazionale che ha giudicato i crimini di guerra in Ruanda (1995-2003) e la Corte Penale Internazionale (2003-08). Quest’ultima, creata nel 2002, è diventata rapidamente uno strumento per burocrati transnazionali per accusare gli Stati Uniti e Israele di crimini immaginari. Questo è il motivo per cui venerdì gli Stati Uniti hanno sanzionato l’intera CPI e il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato di volerla “smantellare” (vedi a fianco).
La signora Pillay ha ricoperto il ruolo di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani dal 2008 al 2014, ci si potrebbe quindi aspettare che conosca la differenza tra un genocidio e una campagna militare difensiva contro un avversario omicida che si nasconde dietro i civili in moschee, scuole e ospedali. Niente affatto. Nel 2025 una commissione dell’ONU presieduta dalla signora Pillay ha pubblicato un rapporto sostenendo che Israele avesse commesso un genocidio a Gaza dopo l’assassinio di 1.200 israeliani da parte di Hamas il 7 ottobre 2023.
Il suo rapporto del 2025 non ha fornito alcuna prova di genocidio o di intento genocida e ha ignorato montagne di prove contrarie. Ha formulato comunque l’accusa. Il suo rapporto ha trattato il massacro del 7 ottobre da parte di Hamas come una risposta quasi giustificabile. Il terrorismo è pace, mentre difendersi da esso è genocidio. George Orwell lo aveva previsto.
Nel suo ruolo parallelo di giudice della Corte Internazionale di Giustizia che presiede alle accuse di crimini di guerra in Myanmar, la signora Pillay, come notato da queste colonne il mese scorso, ha fatto pressioni per abbassare la soglia per le accuse di genocidio. Perché? Perché uno standard più elastico consentirebbe al Sudafrica della signora Pillay, che ha ospitato delegazioni di Hamas nelle settimane successive al 7 ottobre, di perseguire più facilmente la sua vendetta contro Israele.
È particolarmente ironico che il Comitato Nobel abbia citato la signora Pillay per aver “ampliato in modo significativo la portata e l’impatto del diritto internazionale”. Gli autoritari di tutto il mondo sono in marcia in aperta sfida al diritto internazionale. Vladimir Putin ha invaso l’Ucraina e molesta l’Europa occidentale con i droni.
La Cina ha rinnegato il trattato con la Gran Bretagna per consentire l’autonomia a Hong Kong, e ha snobbato la sentenza della Corte Permanente di Arbitrato del 2016 contro le pretese fuorilegge di Pechino nel Mar Cinese Meridionale. Il Comitato Nobel avrebbe potuto premiare l’editore Jimmy Lai, che langue in una prigione di Hong Kong per aver sostenuto la democrazia.
I norvegesi hanno invece deciso che questo è il momento di premiare una burocrate determinata a punire una democrazia israeliana che fa del suo meglio per rispettare lo stato di diritto. Premiando una tale confusione morale, il Comitato Nobel ha dimostrato ancora una volta perché il suo prestigio, un tempo formidabile, sia degradato. L’ultima cosa che questo premio farà è promuovere la causa della pace.
