Ucraina, la guerra entra nel cuore della Russia. I droni di Kiev sfidano Putin mentre il Cremlino cerca di mostrarsi aperto al dialogo

La lunga guerra: Kiev colpisce San Pietroburgo mentre Putin mostra al mondo la sua Russia

Dopo oltre quattro anni di guerra, il conflitto tra Russia e Ucraina sta entrando in una fase nuova. Non perché si intraveda davvero la pace, ma perché il campo di battaglia si è allargato e la tecnologia sta cambiando profondamente il volto dello scontro.

Negli ultimi giorni l’Ucraina ha lanciato una serie di attacchi con droni a lungo raggio contro obiettivi strategici russi, colpendo depositi petroliferi, infrastrutture energetiche e persino strutture militari nell’area di San Pietroburgo, a oltre mille chilometri dal confine ucraino. Gli attacchi sono arrivati proprio mentre nella città natale di Vladimir Putin si apriva il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, spesso definito la “Davos russa”, l’evento con cui Mosca cerca di dimostrare al mondo di non essere isolata nonostante le sanzioni occidentali.

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Non è stato un caso. Kiev ha scelto un obiettivo altamente simbolico. Mentre il Cremlino accoglieva delegazioni provenienti da decine di Paesi per mostrare stabilità economica e capacità di attrazione internazionale, colonne di fumo si alzavano da infrastrutture strategiche colpite dai droni ucraini. Un messaggio chiaro: la guerra può raggiungere anche il cuore della Russia.

Questa evoluzione rappresenta forse il cambiamento più importante degli ultimi mesi. Se nei primi anni del conflitto l’Ucraina appariva costretta principalmente a difendersi, oggi dimostra di possedere capacità tecnologiche e operative in grado di colpire in profondità il territorio russo. La produzione nazionale di droni e l’adattamento continuo delle tattiche stanno consentendo a Kiev di compensare almeno in parte la superiorità numerica e industriale della Russia.

Dietro questi successi militari c’è però soprattutto la straordinaria resistenza del popolo ucraino. Pochi osservatori, nel febbraio del 2022, avrebbero scommesso sulla capacità dell’Ucraina di continuare a combattere dopo anni di bombardamenti, distruzioni e perdite umane. Eppure il Paese continua a reggere. Le città vengono colpite quasi quotidianamente, milioni di persone hanno vissuto o vivono ancora lontano dalle proprie case, ma la volontà di non arrendersi resta uno degli elementi decisivi del conflitto.

Sul fronte diplomatico, nel frattempo, Putin continua ad alternare aperture e minacce. Da una parte arrivano segnali di disponibilità al dialogo e a nuovi incontri. Dall’altra il Cremlino ribadisce che gli attacchi ucraini riceveranno una risposta e che gli obiettivi strategici dell’operazione militare non sono cambiati. Anche Zelensky ha rilanciato l’idea di un incontro diretto per discutere una possibile fine della guerra.

Ma molti osservatori restano prudenti. Troppo spesso, in questi anni, i tentativi di negoziato si sono trasformati in semplici pause tattiche. La sensazione diffusa è che nessuna delle due parti ritenga ancora maturi i tempi per una vera trattativa conclusiva. Mosca spera probabilmente che il tempo giochi a suo favore; Kiev punta invece a dimostrare che la Russia non può sentirsi al sicuro neppure lontano dal fronte.

La realtà è che la guerra continua a consumare uomini, risorse e speranze. La “Davos russa” mostra un Paese che vuole apparire forte e aperto agli affari globali. I droni ucraini mostrano invece che la guerra è tutt’altro che lontana. E tra le dichiarazioni di disponibilità al dialogo e le esplosioni che illuminano la notte, il rischio è che la pace resti ancora una volta soltanto una parola pronunciata nelle conferenze stampa.

Mentre Putin parla di stabilità e sviluppo economico, e Zelensky invoca nuove pressioni internazionali contro Mosca, il conflitto continua a ricordare una verità semplice e brutale: sul terreno, per ora, parlano ancora le armi.

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