Ucraina, la guerra che non finisce: mentre Mosca bombarda, l’Europa non può permettersi stanchezza

La guerra in Ucraina continua a ricordare all’Europa una verità che troppi fingono di non vedere: qui non siamo davanti a un conflitto “simmetrico”, ma a un’invasione. La Russia resta l’aggressore, l’Ucraina il Paese aggredito. E ogni volta che il linguaggio pubblico prova ad annacquare questa evidenza, fa un favore a Mosca.

Le notizie più recenti lo confermano con brutalità. Nelle ultime ore attacchi russi hanno colpito infrastrutture portuali nell’area di Odessa e provocato blackout per circa 380 mila utenze nel nord dell’Ucraina, nella regione di Chernihiv. Secondo Kiev, nella stessa notte la Russia ha lanciato 219 droni a lungo raggio. Associated Press riferisce anche di un civile ucciso e di decine di feriti in nuovi raid russi su varie zone del Paese.

Di fronte a questa offensiva, l’Ucraina continua a reagire come può, colpendo obiettivi energetici e logistici in territorio russo e nella Crimea occupata. Reuters e AP riportano attacchi ucraini contro raffinerie nelle città russe di Novokuibyshevsk e Syzran, contro un terminal petrolifero nel Baltico e contro depositi di carburante in Crimea e nel sud della Russia. È la strategia di un Paese che sa di non poter reggere all’infinito una guerra di pura difesa passiva e cerca quindi di indebolire la macchina economica che alimenta l’invasione.

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Il punto politico, però, è ancora più grave del dato militare. Mentre Kiev chiede sistemi di difesa aerea e protezione per i civili, il contesto internazionale si fa più incerto. AP ha segnalato che lo spostamento di missili Patriot americani verso il Medio Oriente rischia di creare carenze per l’Ucraina, proprio mentre Mosca tenta una nuova spinta offensiva.

E come se non bastasse, gli Stati Uniti hanno appena rinnovato per circa un mese una deroga che consente ad alcuni Paesi di continuare ad acquistare petrolio russo trasportato via mare, ufficialmente per contenere gli shock energetici legati alla crisi mediorientale. La decisione è stata criticata perché, di fatto, alleggerisce la pressione economica su un regime che continua a finanziare la guerra contro l’Ucraina.

Qui sta il nodo morale e politico. Non si può dire di stare con Kiev e poi accettare, per convenienza o stanchezza, che il rubinetto dei soldi verso Mosca resti aperto. Non si può commemorare la resistenza ucraina nei discorsi ufficiali e poi tollerare scelte che aiutano l’economia di guerra russa. La coerenza, in questa partita, conta quanto le armi.

Dopo più di quattro anni dall’invasione su larga scala, il conflitto è entrato nel suo quinto anno e continua a produrre una devastazione immensa. AP ricorda che si tratta del più grande conflitto europeo dalla Seconda guerra mondiale; secondo una stima citata dall’agenzia, tra morti, feriti e dispersi le perdite complessive dei due eserciti potrebbero arrivare fino a 1,8 milioni di uomini.

Ma dietro i numeri ci sono città spente, porti colpiti, case distrutte, famiglie sradicate. Ed è proprio questo che non bisogna lasciar evaporare nel frastuono di altre crisi internazionali: in Ucraina non si combatte solo per un confine, ma per il principio che in Europa non si può cambiare la geografia con i missili, i droni e il terrore sui civili.

Per questo ogni ambiguità è pericolosa. Ogni equidistanza è una menzogna elegante. Ogni appello alla “pace” che non parta dal riconoscimento di chi ha invaso e di chi si difende rischia di diventare, nei fatti, una pressione sulla vittima e un premio all’invasore.

L’Ucraina oggi ha bisogno di sostegno militare, difesa aerea, copertura politica e chiarezza morale. Il resto è retorica da salotto. E la storia, prima o poi, presenta sempre il conto a chi ha preferito la comodità delle sfumature alla fatica di chiamare le cose con il loro nome: aggressione russa, resistenza ucraina.

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