Ucraina, i complici delle macerie
Ucraina, i complici delle macerie
Più di 150.000 soldati ucraini morti. Oltre 600.000 tra morti e feriti. Circa 1,4 milioni tra morti e feriti nelle file russe.
Sono numeri talmente enormi da risultare quasi incomprensibili. Dietro ogni cifra c’è una persona, una famiglia distrutta, un figlio che non tornerà, una madre che aspetterà invano una telefonata.
Eppure, dopo oltre quattro anni di guerra, c’è ancora chi continua a raccontare che bisogna comprendere le “ragioni” di Vladimir Putin.
Quali ragioni?
Quale ragione può giustificare città bombardate, quartieri residenziali rasi al suolo, ospedali colpiti, deportazioni, fosse comuni e centinaia di migliaia di morti?

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La verità è molto più semplice di quanto molti commentatori vogliano ammettere: questa guerra è iniziata perché un uomo ha deciso che un Paese sovrano non aveva il diritto di esistere liberamente.
Tutto il resto è propaganda.
La propaganda che per anni ha cercato di trasformare l’aggressore in vittima e la vittima in provocatore.
La propaganda che continua a infestare televisioni, social network e dibattiti pubblici, dove personaggi che non hanno mai sentito il rumore di una sirena antiaerea spiegano agli ucraini come dovrebbero arrendersi per il bene della pace.
Ma quale pace?
La pace dei cimiteri?
La pace delle città occupate?
La pace delle deportazioni e delle repressioni?
Nelle ultime ore l’ennesimo attacco russo contro Kyiv ha provocato decine di vittime civili. Un’intera sezione di un palazzo è stata cancellata. Famiglie sepolte sotto le macerie. Bambini che non avranno un domani.
E mentre i soccorritori scavavano tra il cemento, un altro bersaglio veniva colpito: la cultura.
Oltre 800.000 libri sono andati distrutti nell’attacco. Magazzini editoriali devastati. Tipografie distrutte. Libri scolastici ridotti in cenere.
Non è soltanto un danno collaterale.
Nella storia i regimi autoritari hanno sempre avuto paura dei libri. Hanno sempre cercato di controllare la memoria, la cultura e l’identità dei popoli.
Quando bruciano le biblioteche non muore soltanto la carta. Muore un pezzo di libertà.
Per questo è stato importante che oltre settanta ambasciatori e rappresentanti internazionali abbiano visitato il luogo dell’attacco.
Per vedere.
Perché osservare una fotografia su uno schermo è una cosa. Camminare tra le macerie è un’altra.
Vedere i giocattoli di un bambino estratti dal cemento. Sentire l’odore degli incendi. Guardare i soccorritori cercare corpi.
La guerra diventa reale.
E forse è proprio questa realtà che molti preferiscono evitare.
Perché è più facile parlare di geopolitica che di cadaveri.
È più facile discutere di sfere d’influenza che guardare negli occhi chi ha perso tutto.
È più facile invocare trattative immediate che spiegare agli ucraini perché dovrebbero consegnare la propria terra a chi li sta bombardando.
Naturalmente nessuno può sapere come finirà questa guerra.
Ma una cosa è certa.
La storia giudicherà Vladimir Putin per ciò che ha fatto all’Ucraina.
E giudicherà anche tutti quelli che, per convenienza politica, interesse economico, calcolo ideologico o semplice vigliaccheria, hanno cercato di minimizzare, giustificare o normalizzare questa aggressione.
Perché esistono responsabilità diverse.
C’è chi lancia i missili.
E c’è chi, da migliaia di chilometri di distanza, trova sempre una scusa per chi li lancia.
Le macerie di Kyiv, le centinaia di migliaia di morti e gli 800.000 libri ridotti in cenere raccontano una verità che nessuna propaganda riuscirà a cancellare.
Questa non è una guerra inevitabile.
È una guerra voluta.
E ogni giorno che continua ad uccidere rappresenta il fallimento morale di chi ancora oggi non ha il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.