Tra onore e collusione: scegliere da che parte stare
La rubrica firmata da Alberto Bonvicini, già comandante della Polizia Postale di Savona, ci accompagnerà con riflessioni dedicate all’impatto dei social network, di internet e delle nuove tecnologie sulla nostra società.
Con lo sguardo esperto di chi ha vissuto in prima linea l’evoluzione (e le derive) del mondo digitale, Bonvicini ci offrirà analisi lucide e senza filtri su temi che toccano da vicino il nostro quotidiano: dalle devianze giovanili alla cultura dell’emulazione, dal web come strumento educativo o distruttivo fino al lento smarrirsi del senso critico. Uno spazio di pensiero libero, per leggere con occhi diversi quello che ci succede intorno
Io non sono figlio delle stelle, ma sono figlio di via Fani, di Prati di Papa, di via D’Amelio e di Capaci. Nella mia carriera mi è capitato di parlare con i colleghi operanti a Roma, Milano e Genova ai tempi delle BR e negli anni ’80, nella Palermo mischiata della collusione mafiapolitica, dove se al telefono non stavi attento era proprio il collega infedele che segnalava tragitti, luoghi e obiettivi sensibili, col compenso di 30 denari che spesso erano più o meno 1 milione circa, e cioè uno stipendio in più da utilizzare per vacanze al mare o far bella figura coi parenti per la comunione della figlia o la cresima del primogenito.
Magari al collega offrivi anche il caffè prima di andare a ritirare il giubbotto e l’M12 per la scorta a nota personalità. In qualche racconto fatto durante la notte di servizio non sfuggiva all’appuntato in auto con me anche una lacrima, perché in un caso il collega ucciso non doveva essere nel turno, ma avendo moglie incinta preferiva essere a casa la notte e fare più turni di mattino. E così il destino si compieva in rapida successione, con zero rimorsi da parte di chi aveva passato la notizia: del tipo “stamattina non c’è la tappa in chiesa e si recano direttamente alla Sapienza”, oppure “l’auto va prima a casa e poi torna alla base, ma non dal carraio, dall’ufficio della Mobile”, che per chi conosceva quella Palermo era diverso dall’ingresso in Questura.
Mi ricordo l’istruttore tiro, un agente scelto che si chiamava Moncada, uno senza troppi gradi e non troppo alto, senza tanti stemmi e medaglie, che non rideva mai e aveva lavorato in quegli anni. Quando ti insegnava in poligono l’uso della 92S ti guardava dritto negli occhi e ti diceva: “Guai a chi non ascolta, guai a chi ride, guai a chi cade uno solo dei proiettili e guai se girate verso il collega col vivo di volata puntato, e guai a chi non fa tutte le norme di sicurezza, in precisione prima e dopo”. Minacciava: “Chi non è capace di comportarsi è meglio che cambi lavoro, perché questa da sola non spara, ma in mano a un demente è peggio di una bomba a mano ed è peggio di una siringa di eroina pura tagliata”. Lui ti imprimeva bene nella testa che quando usavi la stessa era per sparare e non per vantarsi.
Poi non c’è stato più bisogno di lui, perché in quel corso tutti quanti sapevamo e conoscevamo bene, con certezza e sicurezza, le cose che erano da fare e da non fare. Eppure i collusi sono continuati ad esistere e chi invece ha utilizzato l’arma non con onore e rispetto c’è stato sempre, e di sicuro anche ora che scrivo ciò.

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Ricordo ancora quando un brigadiere pugliese, al transito in quella zona, mi disse: “Vedi, questa è via Fracchia, qui c’era un gruppo di brigatisti e i colleghi erano un po’ tutti esasperati, perché come minimo c’erano uno o due attentati a settimana”. E così una notte, dopo che la soffiata si è accertata, un gruppo di carabinieri del gruppo speciale col colonnello Dalla Chiesa entrò e fece fuoco, non dando la possibilità né il tempo ai BR di prendere le loro armi, e da lì ci fu pian piano la fine delle BR. Ma credo che non è questo il modo giusto di agire, perché così non ci hanno insegnato.
Ma questa è la vita, e c’erano volte che prima di andare a casa facevi due volte il giro al quartiere per vedere se eri seguito, e negli occhi del collega c’era ancora un immedesimarsi col pensiero a dieci anni prima, e diceva: “Ma adesso, in confronto, la situazione è migliorata”. E pensare che ancora non c’era stato l’agguato alla volante di scorta al furgone postale in via Prati di Papa a Roma, né la fuga di Renatino a Genova. Ma un giorno ne parleremo.
Quel che mi interessa dire ora è che facendo di mestiere quello dovresti essere attento, scrupoloso, ma più di tutto onesto e più sereno possibile, perché l’arma deve essere nelle mani di chi ha nella sua testa il codice d’onore e lealtà che regola poi di conseguenza tutto il suo comportamento di vita. E quindi quando spari a un malvivente oppure a chi infrange la legge, ci aveva detto Moncada, la linea deve essere così, e ti faceva mirare più o meno all’altezza della tibia, perché già così potevi colpire la coscia, con il rischio di prendere punti vitali. E noi così, sempre così, abbiamo imparato.
Poi qualcuno ha deciso che poteva fare di testa sua o fare lo sceriffo, per suo potere e spocchia. E così si spara alto, più alto ancora. Quante volte è successo ormai? E poi che fai? Ci vuole l’arma da mettere in mano? Ci vuole una 92 giocattolo? “Sì sì, ora la prendo”. E nel frattempo il pusher è lì che perde sangue dalla testa. “Ma lo hai preso? In testa? Oh cazzo, e ora?” “Ora si fa così. Ah, ora chiamiamo i soccorsi e mi raccomando tutti la stessa versione, sennò non sapete che succede. Anzi, lo sapete. Guardate quello lì in terra… che gli avevo detto? O mi dai il 50 per cento o hai chiuso”. E così è stato. E adesso?
E adesso niente. Tanto in trasmissione stasera su Rete 4 ci sarà Capezzone, Cerno, Porro, Del Debbio pronti a gridare insieme a Belpietro o Nuzzi che il poliziotto ha ragione, il poliziotto di Rogoredo è da premiare. L’avvocato del malcapitato parla e gli viene concesso di dire: “È molto, molto strana la dinamica, perché è buio e chiunque spaccia lo sa che al buio un’arma con la polizia davanti è come suicidarsi”. E tutti a sbeffeggiarla e a dirle “stai zitta, vergognati”. Poi pian piano, zitti zitti, con una parola alla volta, la dinamica esce fuori con certezza tutta quanta ed è tremenda, perché non bastavano i soldi che lo spacciatore passava al tutore delle forze dell’ordine.
E allora ti rendi proprio conto che non sarai mai figlio delle stelle, ma mai figlio di via Fracchia o del disonore di Rogoredo, ma rimarrai impiantato sulle regole che ancora adesso ti ricordi con la perfezione del primo giorno.
Alberto Bonvicini