Rex Orgiarum: Quando il Sovrano Segreto del Regno Britannico Finisce in Manette
Rex Orgiarum: Quando il Sovrano Segreto del Regno Britannico Finisce in Manette
Per comprendere appieno il terremoto che ha scosso le fondamenta umide e marcite di Londra, è necessario partire da lontano, da un concetto polveroso quanto un atto del parlamento elisabettiano. Dobbiamo definire il termine-prisma attraverso cui leggere la storia: il “rex orgiarum”. Etimologicamente, il termine affonda le sue radici nel latino classico. “Rex” è il re, colui che regge, che traccia i confini e detiene il potere assoluto. “Orgia”, dal greco “órgia”, indicava i riti sacri e segreti, cerimonie misteriche spesso legate al culto di Dioniso, in cui l’ebbrezza e la trasgressione portavano a una verità superiore, o almeno così si giustificavano. Il “rex orgiarum”, quindi, non è semplicemente il “re delle orge” in senso triviale. È piuttosto il principio superiore, la quintessenza del potere che si manifesta non sul campo di battaglia o nella sala del trono, ma nel talamo, nel boudoir, nella villa in riva al mare.
Moralmente, il “rex orgiarum” rappresenta quella legge non scritta per cui il destino delle nazioni si decide nell’alcova. Storicamente, è la massima per cui le pulsioni del basso ventre del monarca hanno sempre avuto conseguenze geopolitiche più dirompenti di qualsiasi trattato commerciale. Dalle guerre di Troia scatenate da un rapimento, agli scismi religiosi causati da un desiderio di erede maschio, il “rex orgiarum” è la mano che muove i fili della storia mentre la mano ufficiale firma leggi. Giustifichiamo il valore di questo termine-prisma nella fattispecie attuale perché, nella sua essenza più pura, il Caso che travolge Andrew Mountbatten-Windsor non è che l’ennesima, fragorosa, manifestazione di questa forza tellurica: il privato che diventa pubblico, il piacere che diventa potere, lo scandalo che diventa destino. E oggi, questo re segreto è stato arrestato.
Analizzando la recente, strabiliante notizia dell’arresto di Andrew Mountbatten-Windsor con l’accusa di “cattiva condotta nell’esercizio di una funzione pubblica”, e osservando le reazioni a catena che ne sono derivate, si scorge immediatamente l’ombra lunga del “rex orgiarum” proiettata sul Regno Unito. Non si tratta più di un principe un po’ troppo vivace, soprannominato “randy Andy” o “duca di York”. Siamo di fronte a un cortocircuito sistemico. La giustizia, quella vera, con le manette e le stazioni di polizia, ha osato toccare il corpo del re, o meglio, il corpo del fratello del re, che è poi la stessa cosa. È la dissoluzione del confine sacro.
Gli effetti politici interni sono un catalogo delle ferite mai rimarginate della monarchia, tutte riaperte da questo bisturi. Il fantasma di Enrico VIII aleggia su Buckingham Palace. Enrico, il patriarca del “rex orgiarum” britannico, che ruppe con Roma e cambiò la faccia all’Europa per sposare Anna Bolena, dimostrò per primo che la lussuria del sovrano è un affare di Stato. Ma oggi, la dinamica è capovolta. Allora fu il Re a dettare legge alla Chiesa; oggi è la legge del Commonwealth a dettare le sue condizioni al fratello del Re. Anna Bolena, poi, ci ricorda il prezzo da pagare quando il gioco erotico si scontra con la ragion di Stato: la sua testa cadde per presunti tradimenti che erano, in fondo, una minaccia alla successione. Maria Stuarda, la regina cattolica troppo intrigante e troppo legata a giri di passione e potere finì sul ceppo per ordine di Elisabetta I, perché il suo corpo e i suoi matrimoni rappresentavano un pericolo geopolitico concreto. Oggi, il pericolo non è un erede cattolico al trono, ma l’ombra di Jeffrey Epstein.
La saga della famiglia Windsor è un lungo stillicidio di questi conflitti. C’è l’ombra dell’abdicazione di Edoardo VIII, che scelse l’amore (e la simpatia per il nazismo) per una divorziata americana, Wallis Simpson, e fu costretto a lasciare il trono. Fu il trionfo amaro del dovere sul “rex orgiarum”, ma anche la dimostrazione di quanto quel “rex” fosse pericoloso. Oggi, per ironia della sorte, re Carlo III si trova a gestire uno scandalo che, per certi versi, è l’esatto opposto: non l’amore che distrugge una corona, ma l’amicizia con un mostro che la contamina. E pensare che l’attuale sovrano, per anni, è stato il simbolo stesso del “rex orgiarum” nel suo aspetto più sofferto: il matrimonio con Diana Spencer, reso una farsa dalla sua ossessione per Camilla Parker Bowles. “Eravamo in tre in questo matrimonio”, disse Diana. Erano in tre, e il mondo intero guardava. Il caso Diana distrusse l’alone di sacralità della monarchia, mostrandone le crepe e le ipocrisie. L’opinione pubblica, allora, pianse la principessa e maledisse l’amante. Oggi, l’amante è regina consorte, e il popolo guarda ai nuovi documenti giudiziari. Il filo che unisce il dolore di Diana, la tenacia di Camilla e l’arresto di Andrea è lo stesso: la fatale commistione tra desideri privati e istituzione pubblica.

Sopra Andrew Mountbatten-Windsor e re Carlo. Sotto I fratelli Hary e William
Poi c’è la questione dei secondogeniti. Quelli che la storia chiama “i problem”. Enrico VIII era un secondogenito, destinato alla Chiesa, e guarda cosa combinò. Il principe Andrea, figlio prediletto di Elisabetta II, è sempre stato il “reuccio” viziato, quello a cui si perdonavano le amicizie sbagliate e la moglie Sarah Ferguson che si faceva succhiare le dita dei piedi in piscina da un “consulente finanziario”. Il secondogenito è una mina vagante: non ha il peso della corona, ma ne ha tutti i privilegi. La stessa dinamica si ripete oggi con il principe Harry, l’altro secondogenito fuggito in America, che ha trasformato la sua ribellione al “rex orgiarum” familiare in un business. L’ombra del “caso figlio minore” si allunga minacciosa: se Andrea è il passato che non passa, Harry è il futuro che potrebbe tornare a vendere altri segreti.
Tutte queste ferite si sono riaperte con l’arresto di Andrew Mountbatten-Windsor. Non è più il “duca di York”, ma un uomo qualunque con un cognome qualunque, arrestato come un qualunque malfattore. La “cultura del silenzio” che la regina Vittoria aveva imposto come palladio delle virtù borghesi (“Never complain, never explain”) è saltata. Ora non si spiega nulla, ma la polizia spiega tutto. E la latente voglia di repubblica, quel brontolio sordo che sale dalle piazze e dai sondaggi che vedono il sostegno alla monarchia sotto il 50%, diventa un boato. Un deputato americano, Ro Khanna, ha detto chiaro: “Questa potrebbe essere la fine della monarchia”. E quando a dirlo è un membro del Congresso USA, non è più un’opinione, è una minaccia geopolitica.

Keir Starmer e Peter Mandelson
Ed eccoci agli effetti geopolitici, quelli che fanno tremare i polsi non solo ai Windsor, ma a tutto l’establishment occidentale. L’arresto di Andrew non è un affare di famiglia, è un affare di Stato che coinvolge la “speciale relazione” con gli Stati Uniti. Il caso si intreccia con lo scandalo di Peter Mandelson, ex ambasciatore e mentore del premier Keir Starmer, accusato di aver passato informazioni sensibili a Epstein. La politica britannica è in tilt, con il governo che barcolla. Ma la vera crepa è nel rapporto transatlantico.
Da un lato, c’è un’America a trazione Trumpiana che ha pubblicato i file Epstein con il contagocce, cercando di proteggere i suoi “amici” e minimizzando l’accaduto, definendolo addirittura una “bufala”. Dall’altro, un’Europa, e in particolare una Gran Bretagna, che si trovano a fare i conti con una resa dei conti giudiziaria feroce. Perché questa differenza? Perché in Europa, e soprattutto nel sistema parlamentare britannico, lo scandalo mette in discussione la “fitness to govern”, l’idoneità a governare. E quando la polizia arresta il fratello del Re, l’intero edificio statale trema. Negli USA, invece, la saturazione dello scandalo e la polarizzazione politica fanno sì che anche le rivelazioni più terribili vengano assorbite e neutralizzate. Ma la differenza più inquietante è un’altra: l’ombra di Mosca.
I file Epstein, come ha denunciato il primo ministro polacco Donald Tusk, sono pieni di riferimenti alla Russia. La parola “Russia” compare diecimila volte, “Vladimir Putin” mille. L’ipotesi, sempre più accreditata, è che Epstein non fosse solo un finanziere e un predatore, ma un agente di influenza, un collezionista di kompromat per conto dell’FSB russo. Se così fosse, l’arresto di Andrew e lo scandalo Mandelson non sarebbero solo la resa dei conti della monarchia con il suo passato, ma l’attivazione di un meccanismo di ricatto su scala globale. La rete di Epstein, alimentata dal “rex orgiarum”, si rivelerebbe per quello che è: un’arma di distruzione della sovranità.
Ecco il paradosso finale. Ciò che non riuscì a Hitler con le bombe, ciò che non riuscì all’IRA con gli attentati, ciò che non riuscì agli indipendentisti scozzesi con i referendum, potrebbe riuscire a un finanziere morto suicida in una cella di New York e ai suoi complici mai del tutto identificati. Il “rex orgiarum”, il sovrano segreto dei piaceri proibiti, ha messo in moto una valanga che seppellisce la monarchia più antica e potente del mondo. E il tutto mentre l’alleato americano guarda dall’altra parte, forse perché teme che la valanga, prima o poi, arrivi anche a lui.
La monarchia, che per secoli ha retto l’Impero e dominato i mari, si trova oggi in ginocchio, non per una sconfitta militare, ma per la moleskine di un pervertito e per i selfie di un principe con una ragazzina. È la vendetta della Storia contro chi pensava di poterla cavalcare senza pagare dazio. È il trionfo, grottesco e tragico, del “rex orgiarum”.
